sabato 19 aprile 2014

Il conte nello spazio



Vi ricordate Stephen Fry e il suo The stars' tennis balls?
No no, perdonate. Avrei dovuto iniziare così:
Vi ricordate de Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas?
Beh, non farete certo fatica a ricordarlo, vista la mole di post che gli ho dedicato.

Il Conte, come abbiamo già ampiamente visto, ha ispirato una grande quantità di artisti: registi, cantanti, poeti e romanzieri vari. Tra quest'ultima categoria Stephen Fry non è stato l'unico a trovarvi la sua musa. Uno tra i vari è stato anche un certo Alfred Bester, a noi comuni lettori sconosciuto, ma molto importante tra gli adepti della Sci-fi. E qui si apre una prospettiva mirabolante, all'inseguimento nello spazio di uno dei surrogati del nostro Conte. Impossibile esimersi da questa avventura.

 Copertina della rivista Galaxy,
 presa da Wikipedia
Il titolo del romanzo di Alfred Bester è The stars my destination. Pubblicato inizialmente in quattro parti sulla rivista Galaxi Magazine nel 1956 (era prassi pubblicare fantascienza a puntate su riviste specializzate), la prima volta che è uscito in volume unico prese il titolo Tiger! Tiger! .

Su questo romanzo si potrebbe discutere per molto tempo: sugli influssi che ha ricevuto da Il Conte di Montecristo, sul posto che occupa all'interno dello sviluppo del genere, sullo spazio che l'elemento fantastico si prende, sull'impatto sulla critica.
Ma noi ne esploreremo giusto un paio, tanto per dar corpo ad un post con un briciolo di senso, ma senza esagerare. Come al solito, insomma. :D

All'inizio, la fantascienza era un genere dalla grande ambizione: educare i suoi lettori ai contenuti scientifici attraverso storie tecnicamente realistiche. Era questo che si proponeva Hugo Gernsback, il fondatore di Amazing Stories, la prima rivista americana di fantascienza che, oltre a coniarne il nome, ne segna anche la data di nascita ufficiale (5 aprile 1926).
Visto lo scopo, non fa meraviglia che, almeno all'inizio o nelle intenzioni primitive, le storie predilette assomigliassero più a quelle pedantescamente precisine di Verne. Ma ben presto il pubblico dimostrò "stranamente" di preferire i romanzi in cui ci fosse un po' più di elasticità fantastica. Così divennero sempre più popolari opere in cui qualche elemento non proprio scientificamente probabile diveniva parte integrante, se non perno fondante, della storia. Perché la cosa interessante diveniva, ancora una volta, non tanto "come funziona (o potrebbe funzionare)", ma "cosa succede (o potrebbe succedere) se..." . Lo studio delle implicazioni sociali apportate da questi sviluppi scientifici diventa più interessante.
A questo secondo genere, detto generalmente soft science fiction, appartiene The stars my destination.
L'altro filone, quello che si tiene nel campo dello "scientificamente plausibile", invece, viene definito  Hard science fiction. Ma tanto basti in fatto di definizioni e storie del genere.

Per comprendere in che modo The stars my destination si scosti dall'hard science fiction basterà, come al solito, dedicarci ad uno spoiler spietato.

Howard Chaykin, 1979. Vignetta ripresa da Philip Sandfer.

In breve: l'uomo del prossimo futuro sviluppa una capacità della mente che ancora ci è sconosciuta: quella del teletrasporto. Conoscendo le coordinate spaziali, avendo in mente il luogo in cui vogliamo recarci, con un solo atto di volontà possiamo "saltare" in quel luogo in una o più tappe, a seconda delle nostre capacità mentali. Naturalmente, questo porta delle trasformazioni enormi nella società. Pensate alle implicazioni: non solo non c'è più bisogno di prendere l'autobus per andare al lavoro, ma il lavoro puoi scegliertelo anche dall'altra parte del mondo,le città si trasformano, la globalizzazione diventa il pane quotidiano dell'umanità e chi non è capace di teletrasportarsi va da sé che diviene un povero emarginato.
A questo punto, però, c'è la fregatura: non si può usare il teletrasporto nello spazio. Ed è un peccato, visto che l'uomo ci è arrivato nello spazio, naturalmente, e ha traffici un po' con tutti i pianeti della Galassia.
Mettiamoci nello scenario anche caste di ricconi che tengono in mano il destino dell'universo, guerre galattiche in corso, traffici di schiavi e simili ed ecco che avete il quadro della situazione. 

Arriviamo così ad incontrare quel povero Gulliver Foyle, per gli amici Gully, che ad un certo punto si ritrova solo soletto, sperduto nello spazio su un rottame di nave cargo spaziale.
Isolato da mesi ormai, costretto in una bara di stanzino, l'unica parte della nave in cui il sistema di aerazione sia ancora funzionante, sfiora per un momento la salvezza quando una nave spaziale gli passa vicino... e lo ignora! Da qui nasce il sentimento di vedetta che darà propulsione al tutto e diverrà il motivo per cui Foyle non solo si salva, ma progredisce. Evolve, se vogliamo dirlo papale papale.

Ebbè, mi direte voi, e il resto del Conte?
Ok, c'è anche una prigione da cui è impossibile scappare, una fuga rocambolesca e un maestro che lo educa nel periodo della prigionia, anche se lontano anni luce dal nostro Faria originale. Ah, e il ritorno, anche qui come in Montecristo, sotto un falso nome nel tentativo di adempiere questa vendetta impossibile, che alla fine non viene consumata perché il nostro eroe "matura".
Ecco, a questo punto le similitudini di qualche valore con il Conte finiscono. La vendetta come movente di sopravvivenza ed "elevazione" (anche se non proprio morale) sembra essere il punto di unione principale tra i due almeno per un po'. Ma poi Bester segue altre scie che lo portano a lezioncine socialistiche e ad elevazioni spirituali in pieno spirito ottimistico, quello tanto caro alla prima fantascienza che crede fermamente nell'uomo evoluto e nella sua aspirazione naturale ad una società giusta e buona.

The stars my destination nella versione Penguin Book Uk.
E io che mi aspettavo un Conte intergalattico sono rimasta con una specie di trasposizione buddista-socialista della parabola del viaggio verso la perfezione dell'uomo.
Alcune idee sono apprezzabili, come la sinestesia che ad un certo punto il personaggio vive (e che l'edizione Penguins book Uk rappresenta a meraviglia. Chissà se anche l'originale aveva gli stessi effetti speciali. Il mio e-book no). 

Lo so, non ci avete capito un granché. In effetti la trama porta verso molteplici chiavi di lettura, tutte ammiccanti all'evoluzione dell'uomo quale individuo e quale essere sociale. Se volete una buona recensione che, oltre a spoilerare ancora di più il romanzo, se possibile, dona anche qualche aulico spunto di riflessione sull'influsso di Blake - sì, proprio quel Blake poeta della fine del '700 -, allora leggetevi Philip Sandifer. Dopo un'introduzione che non c'entra molto, troverete una piacevole lettura.

Non dirò di non aver apprezzato il romanzo, anche se le atmosfere della fantascienza di Bester a volte mi risultano un po' incartapecorite. Ma diciamo anche che questo è un romanzo del 1956, uno degli antesignani del futuro genere Cyberpunk. Gli perdoniamo, quindi, di "sembrare" un po' datato, no?

Più difficile mi risulta perdonargli di aver associato il Conte ad un personaggio come Gully Foyle. Ma questo lo dice una fan accanita del Conte, non la lucida lettrice di romanzetti a tempo perso che imbratta questo blog.  ; D



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