venerdì 17 agosto 2018

Intermezzo panoramico

Aspettate, aspettate!

Non è che io sia veramente in ritardo sul post di oggi - o forse sì, ma non lo ammetterò tanto facilmente!
Allora abbiate un momento di pazienza, fatemi rileggere un paio di volte il post che probabilmente leggerete ormai la settimana prossima e intanto godetevi la vista dalla mia finestra: Singapore vista Porto Commerciale e Raffinerie in lontananza.


 


Non la foto che farebbe mai il giro del mondo a decantare le bellezze dell'isoletta tropicale adorata da Piero Angela, ma suggestiva ugualmente a modo suo, vero?




martedì 14 agosto 2018

Stacchetto sacerdotale



Ma quanti romanzi parlano di preti durante la guerra o nell'immediato dopoguerra?

Graham Greene e A. J. Cronin, con Il potere e la gloria e Le chiavi del regno, li abbiamo appena visti. E qualche tempo fa si parlava di Don Camillo e Peppone, di Giovannino Guareschi, che sebbene il libro sia stato pubblicato verso il 1948, sempre protagonisti del periodo sono.

E poi, se vogliamo proprio girarci intorno, nel 1938 era uscito Vino e pane, di Ignazio Silone, che inizia proprio con un don Benedetto piazzato in attesa dei suoi ragazzi; senza contare che il protagonista militante del partito comunista si traveste da prete per salvarsi dalle persecuzioni politiche.

Nel 1942 c'è Signora Ava, di Francesco Jovine, in cui il protagonista di una vicenda svoltasi alla vigilia dell'Unità d'Italia e della fine del regno borbonico, è un parroco di campagna attorniato da vari personaggi di diversi ceti sociali.
Ma anche l'Alfiere dello stesso anno, dello scrittore Carlo Alianello, (ne abbiamo parlato tempo fa, ricordate?) ha come co-protagonista un monaco francescano. E, guarda caso, anche il romanzo di Alianello si ambienta durante la fine dell'impero borbonico.

In effetti, nel 1942 la figura del prete sembra molto popolare. Anche Diario di un parroco di campagna di Nicola Lisi ha evidentemente al centro della sua storia, scritta in forma di diario, un prete: don Antonio, un anziano parroco in una località del Mugello.

E cosa dire di Lettere agli uomini del Papa Celestino VI di Giovanni Papini, romanzo del 1946 scritto in forma epistolare, in cui il protagonista è il prete per eccellenza, un immaginario pontefice che, rivolgendosi con le sue lettere a tutti gli uomini, dichiara senza esitazione che la rinascita spirituale e sociale dell'umanità non può che venire dal cristianesimo?

E voi, ne conoscete altri di testi che parlano di preti?
La lista è sicuramente lunga. Proviamo ad allungarla ancor di più.




venerdì 10 agosto 2018

Liste di lettura - 1941: Le chiavi del regno


E nel 1941? Cosa si pubblicava?

Elio Vittorini pubblicava Conversazione in Sicilia e Vitaliano Brancati Don Giovanni in Sicilia; Gli ultimi fuochi incompiuto di Francis Scott Fitzgerald, Ignazio Silone e il suo Il seme sotto la neve, una manciata di romanzi fantascientifici di Heilein e un'altra di romanzi gialli di Scerbanenco.

E, tra gli altri, anche un romanzo di A. J. Cronin: Le chiavi del regno.
Mi pare una coincidenza alquanto particolare il fatto che, nel giro di un paio di anni, due scrittori britannici, Grahan Greene e A.J.Cronin, abbiano prodotto due romanzi che narrano le vicende di due sacerdoti cattolici. A dir il vero, non sono gli unici a parlare di preti. Anche in Italia i sacerdoti di provincia compaiono protagonisti in diversi romanzi. Eppure non me lo sarei aspettato un simile interesse da parte di due cittadini di un paese di fede anglicana.

De L'onore e la gloria di Graham Greene ho già parlato lungamente nel post precedente. La figura del prete che, nonostante la sua umanità e le sue sconfitte, non abbandona mai la sua fede e la consapevolezza dell'importanza della sua missione di sacerdote, è piena di profondità e di messaggi ortodossamente cattolici. L'importanza dei precetti, degli insegnamenti, dei sacramenti e di Dio nella vita del credente sono la spina dorsale del romanzo e vengono analizzati con grande competenza.

E A. J. Cronin?

Il romanzo di Cronin Le chiavi del Regno narra la vita di padre Francis, un prete cattolico scozzese. La narrazione si sofferma, in particolare, sugli anni della sua missione in Cina, nella provincia di Pai-Tan. Padre Francis verrà messo alla prova da molte avversità durante la sua lunga carriera missionaria: peste, fame, guerra, banditi sono gli ingredienti che lo temprano e lo portano a crearsi una sua visione del sacerdozio sicuramente difforme da quella dei suoi colleghi che fanno carriera a casa e che non comprendono né possono condividere il suo slancio amorevole e soprattutto tollerante nei confronti di tutti gli uomini, che siano di fede uguale o diversa dalla sua.
Così, se da una parte manca completamente una profonda spiritualità e un rapporto del prete con Dio, il protagonista di Cronin manifesta una forte convinzione di fondo: prima di tutto sono le azioni di un uomo a parlare della sua fede, e quindi non ha molta importanza la predicazione vera e propria.
Ma soprattutto:
La Chiesa è la grande madre che ci aiuta a procedere, pellegrini, attraverso la notte. Ma forse ci sono anche altre madri e forse anche qualche povero pellegrino solitario, per quanto faticosamente, arriverà a casa senza guida.

Molto spesso si ha l'impressione che più che davanti a un missionario cattolico si stia davanti ad un umanista dalle visioni religiose alquanto indefinite, che vede nella bontà d'animo la vera forma di redenzione dell'umanità. Prova più che sintomatica è che l'autore stesso non chiama quasi mai il protagonista col suo titolo di sacerdote, ma semplicemente col suo nome di battesimo: Francis.
Insomma, un prete moderno, per dirla con una punta di polemica, che ha perso molto del suo originale rapporto con Dio per diventare un filantropo con poca relazione con la Croce sulle spalle.
Non che l'alternativa di prete che Cronin gli mette accanto sia molto più edificante: arrivisti incartapecoriti, dediti a comprare con il denaro le conversioni, egoisti che pensano solo alla carriera personale e alla gloria terrena.

Non nego che la differenza anche psicologica, oltre che drammatica, dei due preti usciti fuori dall'Inghilterra durante gli anni della guerra è immensa. Dopo aver letto Il potere e la gloria risulta davvero difficile provare una sincera simpatia per le vicissitudini del buon Francis.

E tuttavia, devo ammettere che c'è stata una parte del romanzo che mi ha divertita particolarmente: la prima, quella che di solito viene considerata meno riuscita, in cui Cronin racconta l'infanzia del suo personaggio. Le scene vivide di una Scozia povera e dignitosa sono molto accattivanti e potrei persino dire che sono in linea con i grandi romanzi di denuncia ottocenteschi, se avessi letto Dickens. Ma Dickens non l'ho mai letto e quindi non posso azzardarmi al parallelismo.
Lo so, lo so, dovremo rimediare, prima o poi. Ma lasciatemi prima seguire il filo logico della lista, altrimenti chissà dove arriviamo...



martedì 7 agosto 2018

Lista di guerra - 1940: Il potere e la gloria, di Graham Greene



Dopo tanto parlare di ucronie e barbari, oggi torniamo alle nostre liste di guerra e passiamo al 1940.

Anche il 1940 è un anno ricco di romanzi dai titoli di grande spessore. Abbiamo, ad esempio, I cani e i lupi di Irene Nemirovski, autrice famosa per il suo Suite francese di cui parlavamo appena qualche settimana fa; anche Per chi suona la campana di Hernest Emingway esce quest'anno, insieme a Il deserto dei Tartari di Buzzati e ad altri romanzi di genere minore ma non per questo meno importanti: Il tumulo di H. P. Lovecraft, Poirot non sbaglia di Agatha Christie, Addio, mia amata di Raymond Chandler.

Tra i titoli di quest'anno compare anche Il potere e la gloria di Graham Greene, autore che non conoscevo, ma che sembra ben noto e apprezzato tra gli scrittori del '900.

Ma prima di raccontarvi della lettura vera e propria, vi vorrei riferire in breve
le mie personali vicissitudini intorno al testo.

Cercando e sbirciando sulla rete, ho trovato Il potere e la gloria in una di queste librerie digitali gratis da cui spesso scarico opere vecchiotte, quando non antiche. Di solito sono opere dal copy right scaduto e per questo, trovandomi Il potere e la gloria nei loro archivi, mi ritrovai abbastanza sorpresa. Tanto vecchio non è, mi dissi, ma chi lo sa, magari i diritti d'autore inglesi hanno vita più breve di quelli italiani. Forse avrei dovuto insospettirmi un po' di più, ma non lo feci, anche in virtù della piena fiducia che nutro incondizionatamente per le librerie virtuali in genere.

Iniziai quindi la lettura senza esitazioni. Ma ecco, già dalle prime pagine fu chiaro che qualcosa non quadrava. La copia digitalizzata era stata caricata con qualche mancanza: di tanto in tanto si aprivano dei buchi nella narrazione, a volte di una sola pagina, a volte più sostanziosi.
All'inizio ho pensato di poter anche chiudere un occhio, di riuscire a cavare un senso anche senza le pagine assenti, ma quando mi sono ritrovata con una fine  troncata ancor prima della scena risolutiva, sono corsa a controllare da dove venisse la copia scaricata: dall'India.
Ok, mi sono detta, magari la persona che lo ha caricato non era pratica, o ha fatto un lavoro frettoloso. Salvo poi constatare sulla copia italiana, prontamente acquistata, che le pagine mancanti erano proprio quelle che riguardavano più da vicino il mistero del sacerdozio, dell'eucarestia, della confessione. Le pagine, in poche parole, più toccanti del racconto, mentre il finale trascurato dava un senso compiuto a tutta l'esperienza del personaggio e chiariva molti passaggi che, fino a quel momento, erano passati al mio sguardo come minori.

Non mando imprecazioni a quel tizio che, mi viene il dubbio, ha cercato di boicottare il romanzo (dubito che una persona senza un chiaro intentoin questo senso avrebbe saputo fare un'opera di epurazione tanto precisa), anzi, lo ringrazio, perché durante la seconda lettura le parti che mancavano nella prima versione sono risaltate ancor di più e hanno dato ancor più senso al messaggio di Greene.

Ma di cosa parla Il potere e la gloria?

Greene scrisse il suo romanzo in seguito ad un viaggio nelle terre del Messico proprio all'indomani della fine della persecuzione anticattolica. L'esperienza colpì notevolmente lo scrittore, tanto che gli fu d'ispirazione.

E qui ci sta bene un po' di storia.

Il Messico, da sempre paese dalla fortissima tradizione cattolica, si ritrovò nel XX secolo ad essere governato da una élite filo-americana a forte componente anti-cattolica.
Col mutare dei sentimenti, sempre più frequenti divennero le violenze contro la Chiesa e i cattolici e l'autorita non solo tollerava un simile stato di cose, ma lo incitava, tanto che nel 1915 si giunse ad assassinare 160 sacerdoti.
Nel 1917 si promulgò una legge sulla disciplina dei culti, legge che tuttavia solo nel 1926 il presidente Plutarco Elías Calles, fortemente anticattolico, applicò alla lettera. In essa si comandava la chiusura delle scuole cattoliche e dei seminari, l'esproprio delle chiese, lo scioglimento di tutti gli ordini religiosi, l'espulsione dei sacerdoti stranieri e l'imposizione di un "numero chiuso" per quelli messicani, che avevano l'obbligo di obbedire alle autorità civili; inoltre si arrivò al divieto di utilizzare espressioni come: «Se Dio vuole», «a Dio piacendo», il divieto per i presbiteri di portare l'abito talare e in alcuni stati si tentò perfino di costringere i preti a prendere moglie. Agli impiegati cattolici si impose di rinunciare alla propria fede per non perdere il lavoro e in tutto il Paese iniziarono attacchi ai fedeli che uscivano da Messa o alle processioni religiose. Spesso erano proprio le autorità civili a fomentare i malumori.
(ripreso più o meno parola per parola da Wikipedia)

Questo l'evento che ispirò Graham Greene. E questa di seguito la trama che ne è venuta fuori:
In un Messico insanguinato dalla rivoluzione, in un paese che perseguita, fucila o costringe al matrimonio i ministri di Dio, l'ultimo prete è braccato in una spietata caccia all'uomo. Su di lui pende una taglia, un Saint-Just idealista e implacabile segue le sue tracce. La preda non ha nome. La gente lo chiama «il prete spugna». È indegno, debole, impuro. Il peso delle sue colpe è l'unico bagaglio che si porta appresso. Vorrebbe mettersi in salvo, allontanarsi per sempre da quell'angolo di mondo dimenticato da Dio e che di Dio sembra volersi dimenticare. Ma una forza più grande della sua debolezza lo costringe a ritornare sulla via del suo calvario. 

L'onore e la gloria, in verità, non è la storia di un prete ubriacone e lussurioso che vive nel Messico anti-cattolico e cerca di rimanere vivo. Il potere e la gloria è la storia di tutta la Chiesa e dei suoi ministri.
Il prete, protagonista principale, non viene mai nominato per nome, quasi non ce ne fosse bisogno, perché lui non è un individuo, ma è IL sacerdote di Dio. È il sacerdote che sente e vive la pietà e la carità nei confronti dell'umile e del sofferente, persino del traditore, ma è anche il prete orgoglioso, saccente, ubriacone e vizioso, pronto a tornare alle sue logiche meschine, a raccimolare denaro appena gli si presenta l'occasione. E purtuttavia non mette mai in discussione i misteri della fede cattolica, anche se poi non è in grado di seguirne i precetti.
Personaggio che ricorda fortemente i tanti papi e vescovi nella storia della Chiesa che, pur difendendo e mai minando i dogmi e i precetti sacri, si sono lasciati sedurre e corrompere dalla mondanità, dalla vita terrena, la stessa che seduce il prete del romanzo di Greene.

E nonostante questo, il prete non è una figura perdente.
Mi piacerebbe qui raccontarvi la fine, decantare le bellezze di un compimento narrativo davvero efficace, ma poi vi rovinerei la sorpresa. E allora passo a raccontarvi dell'altro personaggio importante della storia, di cui non tutti i commentatori sembrano essersi accorti: il tenente.

Il tenente è di fatto un militare indio. Uomo brusco, crede fortemente nella sua missione: quella di estirpare il male cattolico dal paese per il bene del popolo. Questa è la fede in nome della quale compirà anche atroci delitti contro lo stesso popolo. Disposto ad uccidere innocenti pur di scovare l'ultimo prete fuggitivo, non è tuttavia un uomo cattivo. Più volte lo vediamo compiere atti gentili nei confronti dei deboli. Alla fine, in fondo in fondo, vuole la stessa cosa che vuole anche il prete: la salvezza degli uomini. La differenza tra i due la spiega magistralmente il prete, nel loro ultimo incontro:
Questa è un'altra differenza tra noi. Quello che fate per realizzare il vostro scopo non serve a niente se voi personalmente non siete uomini buoni. E non ci saranno sempre uomini buoni nel vostro partito. E allora vi ritroverete con la solita fame e violenza e voglia di arricchirsi a ogni costo. Invece, il fatto che io sia un vigliacco... e tutto il resto, non ha molta importanza. Io posso ugualmente deporre Dio nella bocca di una persona e posso darle il perdono di Dio. E questo varrebbe anche se ogni prete della Chiesa fosse come me.
Un uomo da solo, per quanto giusto, non può portare il bene lontano.
Senza Dio e senza la fede, per quanto giusto, quell'uomo non produrrà cambiamenti duraturi. E il fatto che la Chiesa sia ancora in piedi dopo duemila anni nonostante le mille mancanze e meschinità degli uomini lo dimostra.

Prima di smetterla di tormentarvi con le mie chiacchiere su Il potere e la gloria che, come si sarà capito, mi è davvero piaciuto, vi racconto un altro aneddoto.

Alla sua prima apparizione, il romanzo fece scalpore laddove meno ne avrebbe dovuto fare, ossia negli ambienti cattolici, tanto che rischiò persino di venire posto all'Indice dei libri proibiti della Chiesa. Fu l'intervento del cardinal Montini, futuro papa Paolo VI, che lo salvò dalla sua sorte. Del resto, papa Paolo VI dimostrò in più riprese una grande stima nei confronti dell'opera di Greene. E Greene, consapevole della forte componente anticonformista della sua opera, commentò:
Il prezzo della libertà, anche nella Chiesa, è l'eterna vigilanza, ma io mi domando se uno qualsiasi degli Stati totalitari, sia di destra o di sinistra, mi avrebbe trattato con la stessa gentilezza.
E per finire, ho trovato un video di Rai Cultura Letteratura in cui il critico Edoardo Rialti parla del romanzo di Greene. Se avete tempo, dateci un'occhiata. Spiega molto bene il romanzo e il suo significato, molto meglio di quanto possa fare io.




venerdì 3 agosto 2018

Stacchetto cimmerico

Conan il barbaro

Cosa c'entra L'abisso del passato con i barbari cimmeri?
Nulla, in apparenza, se non la propensione dell'autore del primo per le storie di spada e di magia.

Ma lasciatemi raccontare questa storia dall'inizio.

C'era una volta, agli inizi del '900, un giovane autore americano che si chiamava Robert E. Howard. Howard, come si diceva, è un giovane scrittore molto prolifico che, alla ricerca di un nuovo personaggio da proporre al pubblico delle riviste fantasy, un giorno inventò Conan. Sì, proprio lui, Conan il barbaro.

Tutti conoscono Conan il barbaro. Quanti fumetti, film, videogiochi e giochi di ruolo si sono materializzati intorno al suo personaggio?
Già da subito - o quasi - fu chiaro il successo di questo cimmerico immerso in un mondo pieno di energumeni e stregoni.

Il suo creatore, Robert E. Howard, non vive abbastanza a lungo da esaurire tutte le possibilità del suo personaggio. Nel 1936, all'età di soli 30 anni, si toglie la vita e il suo personaggio rimane orfano.
Eppure lui, Conan il barbaro, non si arrende al suo destino. Col suo fascino particolare a metà tra il barbaro mercenario e l'eroe senza macchia riesce ad attrarre altri scrittori che, dopo Howard, ne riprendono le storie, le continuano, ne inventano di nuove.

Uno di questi fu proprio L. Sprague de Camp.
Quando nel 1950 la Gnome Press editions decise di raccogliere in un'unica raccolta dalla copertina rigida le opere di Howard, si notò che molte erano le storie di Conan che valeva la pena di raccontare e che non tutte appartenevano allo stesso Howard. I volumi divennero una collezione che uscì dal 1950 al 1957 e in alcuni di essi, credo l'ultimo, compare anche L. Sprague de Camp.

Del resto, L. Sprague de Camp aveva sempre mostrato un debole per il genere Sword and Sorcery, nato proprio dalla fantasia di Howard e dal suo Conan il barbaro. E così, oltre a tentare una definizione del genere ("sono fantasie avventurose che si svolgono in mondi immaginari preistorici o medievali, quando - è divertente immaginarlo - tutti gli uomini erano forti, tutte le donne belle, tutti i problemi semplici e la vita tutta un'avventura - guardate Wikipedia per ritrovare la fonte) il nostro L. Sprague de Camp riprende storie originali lasciate a metà da Howard e le completa (The coming of Conan; King Conan), oppure ne revisiona di altre; ne scrive di nuove sulla falsariga della più sana tradizione howardiana e, per finire, revisiona storie di altri autori che entreranno a far parte dell'ultimo volume della raccolta.

Ecco spiegato scosa c'entra L. Sprague de Camp con Conan il barbaro.
Del resto, da quel poco che mi è sembrato di capire di questo signore, un po' tutto il fantasy e la fantascienza del periodo hanno avuto a che fare con la sua penna.

E adesso, per finire con una nota velatamente polemica, ditemi voi: perché le belle pulzelle barbare da salvare devono per forza girare col seno al vento?
Non risulta un pochino miope la logica di marketing che, con questi sotterfugi, orienta il prodotto quasi esclusivamente verso un pubblico maschile?

Ma forse erano i tempi, forse la cultura dominante in un genere che non è stato mai considerato per donne.
Una convinzione antiquata, sicuramente da rivedere.