venerdì 25 maggio 2018

Tempo di vacanze


Siamo in dirittura di partenza, ormai. Le nostre vacanze scolastiche estive inizieranno a breve e noi, come ogni anno, approfittiamo del mesetto di pausa per tornare a casa, in Italia.
Colori, cibo, parenti, amici: un'immersione totale, resa ancor più appetitosa dalle innumerevoli esplorazioni in cui ci imbarcheremo.

Siccome dubito che nelle prossime settimane troverò il tempo di scrivere o leggere al ritmo solito, o anche solo decente, vi riproporrò qui le impressioni di viaggio dello scorso anno, quelle che conservo in Anno Domini, il mio vecchio blog.
Un altro accorgimento che si rende necessario per sopravvivere a questo lungo mese di vacanza è quello di ridurre le pubblicazioni. Non più due post alla settimana, ma solo uno.

E per darvi un assaggio di quel che troverete in mia assenza, ecco qui una prima impressione di viaggio. Partiamo da Roma, nostra base originaria, verso l'ignoto: due amanti di storia antica e due pargole alquanto indifferenti al seguito sulla via verso le cascate delle Marmore.

***

Tornati a casa in Italia per le vacanze estive, ci guardiamo intorno e ci chiediamo: da che parte andare? Ci sono tanti luoghi che vorrei vedere, visitare, esplorare. Luoghi in cui rintracciare gli scenari di battaglie o di vita quotidiana d'altri tempi.

Risaliamo per il Lazio, ci inerpichiamo per l'Umbria, arriviamo alle cascate delle Marmore. Non oltre, almeno per ora.
Per tutto il tempo, il mio pensiero vaga tra i campi di spighe chiare contro lo sfondo di colline scurite dai boschi estivi. E, per tutto il tempo, mi chiedo come sarebbe percorrere lo stesso tragitto a piedi, a passo di marcia in lunghe colonne chilometriche, con sandali chiodati ai piedi. Oppure al trotto, su un bel baio o un morello.
Poche parole, il rumore degli zoccoli nelle orecchie, magari qualche risata cameratesca dalle file più avanzate. La polvere sui vestiti, o la pioggia a picchiettare sugli elmi di ferro...

Di certo niente bambine, dietro, a piagnucolare il loro "Siamo arrivati?" a cadenza regolare, o le musiche dello Zecchino d'oro cantate a squarcia gola e risentite - sempre le stesse - per chilometri e chilometri.

Ma le vacanze sono anche questo, e per quanto uno si ingegni nell'unire l'utile al dilettevole, le nostre gite fuori porta devono per forza conciliare la passione della mamma e del papà per il passato e quella delle bambine per... be', per complicare ogni cosa.
Ma con allegria. Sempre con spontaneità e allegria.


Nota:

Un esercito romano in marcia percorreva dai 30 ai 36 chilometri al giorno. Per arrivare da Roma alle cascate delle Marmore ci avrebbe impiegato, quindi, tre giorni di marcia rilassata.

Un esercito a cavallo non pressato avrebbe potuto percorrere diciamo dai 40 ai 50 chilometri al giorno, senza tener conto delle vettovaglie trainate da animali da soma sicuramente più lenti. Calcolando la stima più rosea, da Roma alle cascate delle Marmore non più di due giorni di marcia.

Una macchina piena di bambine piagnucolanti e un paio di bagagli non troppo ingombranti, col traffico pesante per uscire da Roma, un paio di fermate e un navigatore burlone a dirigere la marcia: due orette buone. 

Nonostante l'indubbio vantaggio di tempo risparmiato e vesciche ai piedi o in altre parti del corpo meno scoperte evitate, perché non riesco a togliermi dalla testa che ne sarebbe valsa la pena, percorrere le bellissime campagne primaverili a passo di marcia?



martedì 22 maggio 2018

Piccolo Spazio Pubblicità: Mačka

Mačka
È passato già un anno da quando uscì, proprio a maggio, la raccolta Storie di gatti a cura di Serena Bianca De Matteis.

In questa raccolta, i cui proventi ancor oggi vanno ai comuni colpiti dalla tragedia del terremoto del 2016, e in particolar modo ai comuni di Accumoli e Amatrice, compariva anche un mio racconto: La gatta e il monaco risorto.

Su Anno Domini, invece, compariva un post su Mačka, la gatta che per più di venti anni ha fatto da padrona nella casa di mia madre. Oggi vorrei riproporvi quel post, per ricordare il primo anno di Storie di gatti.

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Di storie di gatti da raccontare ne avrei molte.

Potrei raccontare quella del gatto di Canterbury, che ogni volta che il vecchio sacerdote della cattedrale andava a prendere il sole nel parco a ridosso del canale, arrivava e gli saltava in grembo, si accoccolava e rimaneva così, a godere del sole e delle carezze, fino a quando le ombre del pomeriggio si facevano lunghe.

Potrei raccontare di gatto Silvestro, che mi veniva incontro sulla soglia e si arrampicava su di me come fossi un albero, per poi restare appostato tra i miei capelli, a controllare la situazione dall'alto.

Oppure di gatto Leo, che amava infilarsi sotto il mio maglione e addormentarsi al calduccio, mentre io leggevo o semplicemente chiacchieravo.

Potrei raccontare di Mačka, la gattina che, ormai più di venti anni fa, ci cascò tra le braccia.

Mačka in lingua serba e croata vuol dire gatta, e forse anche quel suo nome straniero, coniato sul linguaggio di popoli da sempre decisi e tenaci e un po' barbari, le ha plasmato il carattere.

Malaticcia, scacciata dalla cucciolata a tre settimane appena, lei ha subito capito che l'unica possibilità che aveva per cavarsela era trovare un padrone. Aveva l'influenza, gli acari, la dissenteria, la tigna. Brutta, con gli occhietti chiusi dalle secrezioni, senza peli e con la pelle nera e rugosa: è così che la ricordo nelle prime settimane. Naturalmente, per solidarietà, la tigna la presi anch'io. E perché non si dica che i gatti non siano generosi, lei a sua volta la volle riprendere. E così via, fino a quando anche la tigna si stancò di saltare da una pelle all'altra e ci abbandonò entrambe.

Mačka amava giocare. Ma i suoi giochi non erano quelli soliti dei cuccioli. Erano quelli del cacciatore. Si appostava dietro agli angoli ciechi del corridoio e quando passavi vicino ti assaliva e ti mordeva nelle parti più delicate. Per giocare. Ma i graffi, quelli restavano belli profondi sulle carni.

Oppure ti avvertiva: guarda che ti acchiappo! E allora, dopo averti minacciato con uno dei suoi drizzamenti di pelo più maestosi, partiva una gara di rincorse e fughe, in cui si faceva a turno a fare la parte di chi scappava. Finiva immancabilmente per nascondersi nel bagno, nella vasca. E immancabilmente il mio ragazzo d'allora, che è poi il marito di oggi, la scovava e si vendicava di tutti i morsi alle caviglie nel modo più crudele: innaffiarla col getto della doccia.

Mačka ha una buona memoria. Mačka non dimentica. E così, ogni volta che il suo acerrimo nemico entrava in casa, lo seguiva con circospezione, ma tenendosi cautamente a distanza, scrutando i suoi movimenti sospetti e ringhiando come una tigre feroce appena lo vedeva sconfinare nel suo spazio di sicurezza, quando andava bene. Azzannandolo senza pietà in tutti gli altri casi.

Mačka era anche premurosa con la sua famiglia. Quando mia madre si sdraiava sul letto per uno dei suoi malanni, lei le saltava accanto e le riscaldava i piedi.

Seguiva diligentemente i miei studi, facendo da segnalibro. Ma mi ricordava anche che nella vita non c'è solo il lavoro e mi invitava a giocare. Certo, quei suoi giochi da predatore, che puntualmente si trasformavano in lotte accanite in cui io sola uscivo ammaccata.

Mačka, oggi, ha 21 anni. Vive ancora nella casa di mia madre, quella in cui è voluta entrare a tutti i costi. È ancora la regina della sedia morbida, e continua a ringhiare a mio marito quando lui entra in casa. Cammina storta, non vede bene, non sente. Eppure è sempre il felino testardo che non si arrende mai, nemmeno ai suoi anni, nemmeno alla morte.

*** 

Purtroppo, come è nella natura delle cose, Mačka alla fine si è arresa e agli inizi di novembre dello scorso anno è morta. 
Non si può dire che le sia andata male: ha vissuto una lunga vita serena e tranquilla. Una vita niente male, tutto sommato.


venerdì 18 maggio 2018

Stacchetto numerico

Sbarco a Durazzo, aprile1939

Ecco qui, uno stacchetto allo stesso tempo un po' guerresco e un po' numerico. Parla di soldati, ma anche di numeri e vittime.
Da qualche parte in Inghilterra, 20 giugno 1943 - Sul molo i soldati a migliaia siedono sui fagotti dell'equipaggiamento. E' sera, si accendono le prime luci fioche dell'oscuramento. Gli uomini hanno in testa l'elmetto, che li rende tutti simili, come lunghe file di funghi. Hanno il fucile poggiato sulle ginocchia. Sono senza identità, senza personalità. Sono unità di un esercito. I numeri segnati a gesso sull'elmetto sembrano numeri di matricola di robot.
Questo l'ho preso da C'era una volta una guerra di John Steinbeck, una raccolta di suoi articoli compilati nel 1943, quando girava per i fronti di guerra in qualità di reporter per i giornali americani.

Molte sono le immagini suggestive che lo scrittore riesce a cogliere come in uno scatto fotografico in questi suoi pezzi, ma questa mi sembra estremamente significativa: uomini senza identità, associati dall'appartenenza a un unico essere collettivo - l'esercito - e marchiati da numeri tanto lunghi da sembrare numeri di matricola di robot, quelli fatti in serie.

Altrove ho letto che nei campi di sterminio, verso gli ultimi anni di guerra, i numeri tatuati sul corpo degli ebrei iniziavano con una lettera, A e B. Per non dover allungare quelle cifre a dismisura, ricominciavano da capo, in serie.

Soldati ed ebrei: carne da macello etichettata allo stesso modo.


martedì 15 maggio 2018

Addio alle armi


Ernest Hemingway a 19 anni, a Milano nel 1918. 
Preso da Wikipedia

Come mi piace questa fotografia di Hemingway!
Non vi vedete anche voi tutta l'innocenza del giovane soldato costretto alla guerra?
Se fosse proprio costretto, non saprei dire, ma di certo anche i più convinti tra i ragazzini che si arruolarono per la causa, quando riuscirono a tornare, si ritrovarono a considerare la guerra abbastanza diversamente da come la vedevano alla loro partenza.

Seguendo le letture sulla guerra, oggi vi propongo un altro post che avevo pubblicato su Anno Domini 500 a seguito della lettura di Addio alle armi, di Ernest Hemingway.
Anche in questo, come nello scorso post, ci sono tante chiacchiere e riflessioni personali che non trovo il coraggio di epurare dal testo. Portate pazienza.

***
Il desiderio di leggere Addio alle armi è nato durante una delle numerose cene di Natale dell'ultimo periodo.

Immaginatevi la scena: intorno a una tavola imbandita a festa, tre coppie di amici festeggiano. In sottofondo gli schiamazzi allegri dei bambini, lasciati a loro stessi in un cantuccio della sala. D'un tratto, la conversazione piuttosto leggera passa di bocca in bocca fino a raggiungere un amico olandese nato a Singapore, cresciuto in Canada, sposato in Spagna e tornato a Singapore. Lui racconta di suo padre ormai ultra ottantenne e della sua ossessione per i ricordi legati alla guerra. L'anziano signore ama far partecipe i suoi cari delle memorie di quei giorni lontani. Per ore, ogni volta che la famiglia del figlio va a trovarlo, costringe la nipotina a sorbirsi gli stessi racconti, tanto che il nostro amico spesso si vede costretto a chiedergli di cambiare argomento, di raccontare, ad esempio, dei suoi viaggi in mare, quando, dopo la guerra, faceva da capitano a una imbarcazione mercantile.
Di solito, racconta il nostro amico, l'invito viene accolto con una risatina apologetica: "Dai, lasciami finire. Del resto è stata l'avventura più grande della mia vita".

Alla battuta finale, che il mio amico racconta con un sorriso indulgente, io rimango pensierosa. Decido allora di raccontare la mia esperienza di figlia di soldato semplice della seconda guerra mondiale.

Mio padre non ci diceva molto della guerra. E quando lo faceva, parlava della notte di Natale di quell'anno in cui furono prigionieri dei tedeschi (per chi l'ha dimenticato, dopo la firma dell'armistizio nel '43 i tedeschi radunarono gran parte delle truppe italiane sparse sui vari fronti per rinchiuderle nei campi di prigionia, affinché non prendessero le armi contro di loro). La notte di Natale, dicevo, i tedeschi decisero di fare un regalo ai camerati italiani: per cenone, spaghetti al sugo.
Solo che il sugo, al palato raffinato dei soldati italiani, sapeva di marmellata, o forse più probabilmente di ketchup. Ma loro non si lasciarono scoraggiare. Corsero alla fontana, dove già una piccola calca impediva il passaggio, e deprecando il cattivo gusto dei tedeschi o il loro contorto senso dell'umorismo, sciacquarono gli spaghetti e se li mangiarono a piene mani, in fretta, perché la fame era tanta.

Un'altra delle storie di guerra che mio padre amava raccontare era quella delle corse degli scarafaggi, quando lui e suoi commilitoni acchiappavano quelli più grossi per poi posizionarli su una linea di partenza immaginaria, sulla branda di uno di loro, e scommettevano sigarette fatte con bucce di patata sul vincente.
Noi bambini ridevamo delle sue avventure di guerra.

Col passare del tempo, i racconti si fecero sempre meno frequenti, un poco perché gli adolescenti sono meno pazienti con le narrazioni delle vite dei vecchi. Hanno troppa fretta di diventare attori di prima scena per ascoltare l'esempio di qualcun altro. Fino a quando ci si rende conto che si vorrebbe davvero saperne di più, ma ormai è tardi (mio padre morì quando io avevo 18 anni).

Nella mia infanzia ho sempre pensato alla guerra come a un'esperienza tragi-comica, senza rendermi conto che, dietro all'enorme cicatrice che mio padre portava su tutta una guancia e che noi bambini consideravamo un tratto naturale dei suoi lineamenti, c'era ben più che un vecchio sfregio. Sotto la pelle cicatrizzata c'era l'esperienza del terrore puro di essere colpito da una scheggia in faccia, e il dolore che le dita dell'ufficiale scavavano nella carne per strappare via quella scheggia, nella terra sporca della trincea.
Allora, ascoltando mio padre, io non me ne rendevo conto, come non mi rendevo conto di cosa significasse quella medaglia d'oro al valore tenuta in una piccola cornice appesa al muro e che oggi mio fratello porta ancora al collo in suo ricordo.

Adesso lo capisco meglio, anche grazie alla lettura di Addio alle armi di Ernest Hemingway. Capisco meglio anche la guerra, bestia feroce che non è fatta solo del fuoco nemico o della fame, ma anche del caso avverso, di una sfiducia incolmabile, della perdita o della rinuncia a ogni valore umano.

Hemingway trasmette al lettore questa lucida comprensione della guerra e, più in generale, del mondo, in due modi stilistici e narrativi molto efficaci, anche se apparentemente inconciliabili: il primo è il modo delle frasi brevi, essenziali, fredde e staccate da ogni sostrato emotivo. Quello che si percepisce è un senso di profondo straniamento, quasi un'anestesia del sentire. Veloce e senza indugi, la voce narrante mette a fuoco gesti semplici, fotogrammi di un paesaggio e di un'esperienza che non si interroga, non si ferma a soppesare e a dare un giudizio, ma subisce lo scorrere del tempo, dei luoghi, degli accadimenti.
L'altro modo narrativo, quello del flusso di coscienza, in un certo senso funziona come il primo, ma si rivolge a osservare l'interno, l'anima di un uomo che era riuscito quasi interamente a perdere la sensibilità e che d'un tratto si risveglia nel panico davanti a sentimenti perfettamente umani, come la paura per la morte di una persona amata.

Così lontano dallo stile di Alianello, letto solo qualche tempo fa, eppure riesce allo stesso modo a coinvolgerti. Ma mentre il punto di vista di Alianello è quello di un uomo che vede infranti dalla guerra uno a uno tutti gli ideali in cui credeva e per cui lottava, in Hemingway la frantumazione c'è già stata. Il suo personaggio, in un certo senso, cerca di riemergere da una rassegnazione dell'anima, anche se raramente sembra farlo con consapevolezza o con convinzione. Fa parte anche questo della sua assenza di sensibilità, di numbness, come lo chiamano gli inglesi, rendendo bene l'idea.

Addio alle armi non finisce bene. E anche il titolo, secondo me, lo dichiara. Perché viene quasi da pensare che quelle armi, in verità, non siano i fucili della guerra, ma le armi che l'uomo assuefatto allo spettacolo dei campi di battaglia possiede per sconfiggere la sua incapacità di provare sentimenti umani. Il fallimento della sua guerra personale, un fallimento completo, che si riverbera in quello della guerra reale, sancisce la resa, la sconfitta, l'abbandono, probabilmente, di ogni tentativo di tornare a una vita da uomo normale.

Tirando le somme, mi è piaciuto questo romanzo?
A volte no, a volte, soprattutto nei dialoghi tra i due amanti, l'ho trovato insulso. Ma poi, ragionandoci sopra, la funzione delle battute scambiate una dietro l'altra di voci narranti che spesso si confondono hanno lo stesso scopo del flusso di coscienza del personaggio che narra, o delle descrizioni secche e rapide: rovesciare sul lettore un flusso ininterrotto di dettagli che riesca ad arrivare immediato e a colpire proprio in virtù di questa sua immediatezza.

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Addio alle armi è il secondo e ultimo romanzo di guerra raccontato da uomini che vi propino per il momento. 
E adesso, uno stacchetto, veloce veloce, a rallegrare il blog.



venerdì 11 maggio 2018

Romanzi di guerra: L'Alfiere



Scrivendo di un periodo pieno di guerre come lo è il VI secolo, viene normale interrogarsi sulla guerra stessa e sentire il bisogno di documentarsi. Documentarsi sugli aspetti prettamente teorici, certo (tattiche, strategie, artiglieria, eccetera, eccetera), ma anche sulle persone, sui vissuti degli uomini, in senso materiale (come si viveva e moriva in guerra?), ma anche psicologico e morale.
Per questo l'anno scorso mi sono avvicinata a scrittori che parlavano di guerra, anche se non di guerra al modo antico. L'esperienza è stata molto istruttiva.
Due sono state le letture che mi hanno particolarmente affascinata, tanto da scriverci sopra un paio di post per il vecchio blog Anno Domini 500. Oggi vi ripropongo il primo.
Farcito delle mie beghe giornaliere, poco è lo spazio che dedico all'analisi del testo. Mi riprometto di far meglio la prossima volta, col prossimo romanzo dello stesso autore.

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In questo periodo di intenso lavorio mentale, ma anche fisico, mi ritrovo a guardare i libri che continuano a cicciare sui miei scaffali o sul mio lettore e mi chiedo quando mai avrò il tempo - o la voglia - di leggerli.
Pessima china, quella che la pigrizia mi induce a seguire.
Perché, se è vero che qualcuno suggerisce di non leggere durante il lavoro di prima stesura per non lasciarsi influenzare dallo stile altrui (Robert Masello, Robert's Rules of Writing, Rule 14), è anche vero che se limito le mie letture limito anche la mia scrittura: le idee scemano, le parole si appiattiscono e il testo non riesce a vestirsi delle sfumature che invece io tento di dargli.

E così, proprio nel mezzo della stesura di una nuova avventura del ragazzo dall'occhio cieco, il protagonista de Il sangue degli infanti, mi sono fermata un momento. Arenata, se vogliamo.

Conosco il soggetto, conosco i personaggi e la loro storia, ho già davanti agli occhi persino gran parte delle scene. Eppure, scrivendo, mi rendo conto che, ponendola in questa forma, con queste parole e queste immagini, sto mancando qualcosa.

Che sia giunto per me il primo "blocco dello scrittore"?
Come riscuotermi e superare la famigerata impasse?

Molti dicono "scrivi!". Ma io ho deciso di ignorare i molti e di dar retta al mio istinto che mi dice: "Leggi!"

Per questo, durante la scorsa settimana, ho cercato tra i miei libri sparsi qualche lettura che mi potesse stuzzicare, per tornare pian piano a leggere sul serio, possibilmente con gusto.

Tempo fa mi è stato consigliato Carlo Alianello, scrittore italiano morto nel 1981 che ha dato il via al revisionismo risorgimentale. Uno scrittore coraggioso, che durante il periodo fascista non ebbe paura di andare controcorrente e raccontare la storia del risorgimento italiano da un punto di vista scomodo: quello del regno di Napoli invaso dai garibaldini.

Mi sono ritrovata nel lettore il suo L'alfiere (1942) e ho iniziato a leggerlo senza entusiasmo, appassionandomi a ogni paragrafo sempre un pochino di più.

Sinossi (ripresa da Amazon):
Pino Lancia è alfiere nell’esercito delle Due Sicilie, “un giovanottone alto e quadro a cui l’uniforme turchina dei Cacciatori a piedi stava come un guanto”, un novellino che si ritrova nella battaglia di Calatafimi contro le camicie rosse. È il 1860 e la spedizione dei Mille squassa l’Italia. Liberale nell’animo, Pino servirà il suo re, Francesco II di Borbone, sino alla fine, a dispetto di ogni convenienza. Attraversando l’Italia in guerra in compagnia di un giovane francescano, mentre intorno a lui si dipana un’animatissima “commedia umana” di eroismo, amore e viltà, l’alfiere assiste alla caduta del regno e all’unificazione del paese sotto le insegne sabaude.
Impressioni? Una scrittura efficace. Antica, ottocentesca, forse perché erano quelli i modelli ancora vigenti al tempo in cui l'opera vede la luce, il tempo in cui la retorica fascista imperava anche quando la materia che descriveva era ben lontana dalla sua propaganda, come ho letto da qualche parte; o forse, per come mi sembra di intuire, perché lo scrittore voleva far eco alla materia e al sentimento del periodo risorgimentale di cui racconta.
Un buon contrappunto di descrizioni belle, se mi si scusa la banalità del termine, e analisi interiori dei personaggi sincere e commoventi.

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A distanza di mesi torno a ripensare a L'Alfiere con una visione più completa del romanzo. E devo ammettere che, nonostante i mille punti di riflessione e di forza, l'opera non manca di alcune debolezze.
Ad esempio, il rapporto tra la storia dell'alfiere Lancia e del giovane francescano: dalla sinossi di Amazon, il religioso sembra un cagnolino alle calcagna del protagonista. In verità il francescano è una specie di doppio dell'alfiere Lancia, anche lui alla ricerca di una sua strada che gli consenta di perseguire l'ideale.
Ed è significativo che, alla fine del romanzo, entrambi i protagonisti debbano fare i conti col fallimento di questi ideali.
Mentre l'alfiere Lancia deve rinunciare a un'illusione che si regge sui valori ormai superati incarnati dal regno borbonico in dissoluzione, il giovane francescano non può giustificare la crudeltà della guerra tra fratelli, per quanto l'ideale dell'unificazione non venga visto in sé come cattivo.
Il francescano parte dalla sua Sicilia con l'intenzione di incontrare Garibaldi e di fargli capire che l'unità auspicata non ha bisogno di carneficine. Ma naturalmente Garibaldi non lo incontrerà mai, e davanti al fallimento suo e della sua fede nel sentimento di fratellanza che dovrebbe essere il vero slancio dell'umanità in genere, il francescano non trova altra via d'uscita che sacrificarsi sulle barricate, in un atto quasi folle di protesta.
Alianello, nascosto tra le righe, sembra quasi dire: "è questo che spetta all'idealista: un'amara disillusione nel migliore dei casi, o una morte da invasato, se per caso cerca di ribellarsi". 

Nella volontà dello scrittore, questi due personaggi dalle storie parallele rappresentavano due facce della stessa medaglia. Eppure, finita la lettura, si ha l'impressione che la narrazione sia in qualche modo sbilanciata in favore dell'alfiere Lancia. E questo, almeno per me, lettrice fissata con gli equilibri, viene percepito come un'imperfezione.

Tuttavia, come ho detto, è un piacere leggere il lucido e onesto Alianello. Lui non parteggia per l'una o l'altra visione del mondo. Lui riporta senza veli i moti dell'animo dei protagonisti e, attraverso la loro parabola, mostra l'evoluzione di un'epoca.

Credo sia davvero un peccato che uno scrittore del genere sia quasi completamente ignorato. Ma si sa, a volte è scomodo parlare di argomenti che nascondono punti di vista diversi da quelli dominanti.