domenica 17 agosto 2014

Il ruolo del narratore



Un giovane scrittore alle prese con i suoi primi studi sulla scrittura e i mille suggerimenti che un po' tutti si sentono in dovere di elargire, spesso si trova ad affrontare il dogma del: "ridurre al minimo la distanza tra lettura e lettore". Costringiamo il lettore ad immedesimarsi nella storia, perché questo è il modo migliore per tenerlo incollato al romanzo. Eliminiamo quindi il più possibile la voce del narratore, cancelliamo la sua prensenza. Questo dovrebbe assicurare la completa attenzione e devozione del lettore alla storia.

Così, bandiamo l'uso di D'Annunzio di quei suoi "quasi direi" inseriti nella narrazione:
Ed ella aveva appunto le estremità un po' correggesche (= alla maniera della Danae del Correggio), le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nella statua di Dafne...
Danae del Correggio,1531-32 c. Immagine di Wikipedia
Questo è tratto da Il piacere (1889). E, tanto per ricordarlo, Il piacere è scritto in terza persona e quel "quasi direi" è evidentemente proferito dal narratore.

Altrettanto bandita è anche la bonaria voce del narratore che si intrufola ovunque nella narrazione di Dumas. Ne Il tulipano nero (un altro romanzo nato dalla collaborazione con Maquet, 1850) non solo la voce narrante dispensa giudizi in merito agli accadimenti storici dell'epoca (siamo nelle Fiandre del XVI sec., pochi anni prima della rivolta di Gend, quella raccontata dalla Baronessa in Leatherface), ma dialoga allegramente col lettore:
Cornélius ne savait point ce qui s'était passé à Harlem, et nous le laisserons dans cette ignorance jusqu'à ce qu'il en soit tiré par les événements.
Mais il ne peut pas en être de même du lecteur, qui a le droit d'être mis au courant des choses, même avant notre héros.
Cornelius non sapeva affatto ciò che accadeva ad Harlem e noi lo lasceremo in questa sua ignoranza fino a quando gli avvenimenti lo trarranno fuori da essa.
Ma lo stesso non può succedere al lettore, che ha il diritto di essere messo al corrente degli avvenimenti, persino prima che lo sia il nostro eroe.
Grazie, narratore del Tulipano nero! Non avremmo proprio avuto la pazienza di sopportare i tormenti dell'incertezza seduti a mordicchiarci le unghie accanto al prigioniero Cornelius.

A proposito, se per voi, come lo era per me, il tulipano nero è legato alla storia del cartone animato giapponese:


disilludetevi: il romanzo di Dumas non parla di eroi mascherati o di fanciulle alla corte di re francesi. Parla invece di sapienti floricoltori e di... tulipani neri, appunto. E ricorda, in parte, la storia del prigioniero più famoso di Dumas, Edmond Dantès, carcerato anche lui ingiustamente per una denuncia di invidiosi rivali.

Ma torniamo alla voce narrante.
In mio parere, la voce narrante di Dumas è estremamente piacevole e, sebbene faccia proprio il contrario di quello che al giorno d'oggi dovrebbe fare - eclissarsi e scomparire nel nulla dietro alla storia - la sua presenza mi rassicura, mi fa quasi sentire come una bambina guidata per mano da una voce amichevole e pacata.

E la Baronessa, visto che si parlava di lei?
Eh, anche lei si lascia andare a giudizi storici e anche lei parla col lettore. Ma, come dicevo nel post scorso, lei è una femminuccia e spesso, troppo spesso, si lascia andare al sentimento, alla drammatizzazione.
Sempre pronta a difendere la classe nobiliare, quella antica e infatuata dai valori cavallereschi che a volte viene minacciata da oppressori stranieri, come in Leatherface, e a volte dal popolame gretto e regicida, come in La primula rossa, la Baronessa sembra voler affermare la dignità di una classe sociale ormai in rovina e di cui lei stessa si sente un'orfana.

La baronessa a 13 anni. Da blakeneymanor
Ricordiamoci che lei deriva da una famiglia nobile ungherese. Il padre, un "sovrano illuminato", aveva intenzione di portare grandi innovazioni nelle sue tenute. Ma il "popolo" - braccianti e contadini locali - impauriti dalle sue idee rivoluzionarie riguardo a nuove tecnologie, incendiarono la tenuta e decretarono la fine delle grandi rivoluzioni del barone suo padre. Questo episodio segnò la vita dell'intera famiglia che si ritrovò prima a Budapest e poi in Francia e infine in Inghilterra: una nobiltà sradicata, che la Orczy ricostruisce nei suoi romanzi circondandola di un alone mitico e identificandola con la nobiltà inglese.

Beh, visti i precedenti della sua infanzia, un pochino ci sta la sua sfegatata partigianeria per gli eroi di una nobiltà romanzata ed anche un po' astorica, se vogliamo.

La prepotenza della voce narrante, quella che dispensa giudizi e inclinazioni partigiane, si aggiunge ai  tanti difetti a cui accennavo nel post precendete, insieme a quelli delle ripetizioni gratuite e dei ripensamenti infiniti dell'eroina.

In alcuni romanzi questi difetti sono più presenti, ripetuti con maggior testardaggine e per questo la storia non riesce a coinvolgere. Ma in altri, l'inventiva e la caratterizzazione dei personaggi sgomina il senso di pesantezza e anche se alcune debolezze persistono, uno se ne dimentica volentieri. Come nel caso de La Primula rossa.

Ma di lei, della famigerata primula, parleremo la prossima volta, con calma.




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