lunedì 14 luglio 2014

Intrugli fantastici e tradizioni


Ludovico Ariosto, L'Orlando furioso, 1532.

Tiziano, Ritratto di Ariosto.
In un certo senso, la lettura dell'Orlando furioso non capita proprio così a caso come ho fatto credere nel post precedente. Seppur sia difficile coglierla, ha una sua ragione. Era già da un po', infatti, che mi era venuta voglia di leggermi un bel testo medievaleggiante, uno di quelli che fornisse un esempio del romance che Horace Walpole, lo scrittore di Il castello d'Otranto, prese a modello per la sua opera. Vi ricordate? Ne parlavamo qui, mentre rintracciavamo le fonti d'ispirazione del primo romanzo gortico.

L'Orlando furioso non è stato concepito proprio in pieno medioevo, ma le caratteristiche del romance ci sono ancora: il fantastico e il reale convivono insieme, sullo stesso piano, senza conflitti. Tutto diventa possibile: mostri ed eroi invulnerabili, maghi e santi, battaglie e assedi realmente accaduti, personaggi storici e mitologico-leggendari e altro ancora, tutti assumono un ruolo di pari dignità. Tutto diviene reale.

Questo non vuol dire che gli ingredienti siano mischiati alla rinfusa, mescolati insieme senza un preciso piano. Al contrario, mentre si legge l'infinita avventura degli infiniti protagonisti si ha la chiara visione delle tante tradizioni a cui Ariosto attinge. Così, durante lo scontro tra pagani e cristiani presso Parigi, sembra di scorrere una cronaca storica medievale in cui si elencano cavalieri e casate dei due schieramenti, le tecniche d'assedio e si ascolta persino il discorso che Carlo Magno avrebbe potuto davvero rivolgere ai suoi nel momento cruciale.
Oppure ritroviamo la celebrazione della casata D'Este, di cui Ariosto era al servizio, secondo le tecniche encomiastiche tradizionali.
Ci sono le storie d'armi e d'amore che dilettano le signore, naturalmente; ci sono leggende della mitologia classica riadattate per consentire ai paladini di trovarsi a loro agio in contesti anacronistici; ci sono rimandi al ciclo bretone (Merlino in testa agli altri). C'è poi la tradizione cristiana dei santi, degli angeli, dei vizi e delle virtù teologali - che a volte prendono il ruolo che gli dei avevano nei poemi greci. E tutti questi personaggi di tradizioni ed epoche differenti - pagani, mitologici, cristiani - convivono a braccetto senza mai urtarsi o meravigliarsi di tanta promiscuità. 
Ma non c'è solamente una distorsione temporale che permette a personaggi lontani nelle diverse tradizioni di convivere in un unico contesto epico. C'è anche una sorta di geografia mitica, una mappa tracciata del mondo conosciuto (ok, le Americhe ne sono ancora escluse, come è comprensibile) in cui gli eroi si muovono liberamente, anche se poi questa stessa mappa risulta distorta dal fantastico che rende le distanze percorribili in tempi e modi irreali.

Le meraviglie dell'Orlando furioso non si riducono a questo breve elenco. Ci sono mille altri spunti, intrecciati in modo superbo, mille altre sfumature da ammirare a bocca aperta. 

Quando gli avvenimenti diventano un po' troppo incredibili, perché accade di tanto in tanto che persino il suo autore si chieda se certe cose possano essere davvero bevute, Ariosto mette avanti le mani e, quasi a chiedere perdono per tanto ardire, tira fuori Turpino. Turpino, sì, il vescovo che aveva seguito Carlo Magno nelle sue guerre e che si dice avesse scritto la Historia Karoli Magni et Rotholandi. È dalla sua Historia che Ariosto sta prendendo fedelmente la materia del racconto, è lui il testimone oculare di tante imprese. Come si può dubitare, allora, che tutti questi eventi siano realmente accaduti?
E a chi porta le prove che determinati accadimenti di sicuro sono stati inventati, come accade nel caso dello scontro sull'isola di Lampedusa dei tre cavalieri mori Agramante, Gradasso e Sobrino contro i tre cristiani Orlando, Brandimarte e Oliviero (un certo Federigo Fulgoso gli fa notare che i luoghi descritti nel duello non sono compatibili con la reale geografia dell'isola), Ariosto spiega pazientemente che stiamo parlando di eventi successi almeno almeno settecento anni prima: il concorso di terremoti, cataclismi e rotolamenti di massi vari ha modificato la fisionomia dei luoghi, tanto che dove prima c'era una piana, quella su cui i sei si sono scontrati, adesso c'è un paesaggio frastagliato. Spiegata l'incongruità del caso, resta da spiegare come sapesse lui, Ariosto, il modo in cui il cataclisma avesse operato.

Forse qualcuno, nonostante tutti i chiarimenti ad arte che lo scrittore ci infila, dubitava ancora. Di sicuro Ippolito D'Este, mecenate a cui l'opera era rivolta, non sembrò ricevere il gentile omaggio con riconoscenza. Ma c'è da dire che, apparentemente, nonostante il bell'elogio che l'Ariosto gli intesse, egli non fosse uomo particolarmente portato per le lettere. Chissà se avrà mai trovato la forza di arrivare fino alla fine dell'amena lettura...


2 commenti:

  1. Mi hai fatto venire voglia di leggermi quest'Orlando :)

    Di testi medievaleggianti io ho Novellino e conti del 200 e Storia di Huon di Bordeaux.

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    1. Io, in merito, sono abbastanza ignorante. Avevo rimosso il Novellino e non conoscevo Huon di Bordeaux, ad esempio. Outch! Adesso mi è venuta voglia di andarmi a leggere almeno quest'ultimo. Glielo dici tu, agli altri due lettori occasionali, che adesso vi faccio subire pure tutta una carrellata di Chanson de geste??? :DDD

      Vai, se hai il coraggio, buttati in questa impresa epica che è la lettura dell'Orlando!


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