Visualizzazione post con etichetta Cucina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cucina. Mostra tutti i post

martedì 24 aprile 2018

Stacchetto maccheronico

Maccheroni al ragù napoletano
Se c'era una cosa che mi piaceva di questo blog era proprio questa cosa dello stacchetto: prendere a caso qualcosa di marginale saltato fuori dalle letture e che potenzialmente non c'entra nulla con il testo o la lettura, e chiacchierarci brevemente sopra, tanto per riprendere fiato. Curiosità assortite senza filo logico.

Nella trasformazione che La botola Segreta sta effettuando conto di riprendere - o mantenere, se vogliamo essere precisi - questo piccolo spazietto. Alla fine di ogni segmento di lettura, il cui argomento sarà suggerito in alto nella colonna di sinistra, comparirà lo stacchetto a segnalare una fine e un prossimo nuovo inizio.

Per questo stacchetto introduttivo mi piacerebbe parlare, che so, della volta in cui Dumas si ritrovo tanti ospiti e nessun personale di servizio a cucinare. E, da abile cuoco quale era, improvvisò con pochi rimasugli della dispensa e qualche dono degli invitati (pomodori, riso e prosciutto e pancetta) un piatto talmente succulento che il biografo ha trasformato l'episodio in narrazione centrale di uno dei primi capitoli de Gli ultimi anni di Alexandre Dumas.

Che Alexandre Dumas fosse un ottimo cuoco lo avevamo già accennato in un altro stacchetto (Stacchetto culinario).
Quello che non sapevo era, invece, che pare che il grande scrittore non amasse particolarmente i maccheroni napoletani e che per questo non si premurò mai di impararne e sperimentarne la ricetta. Fino a quando un suo amico gli chiese consiglio sul famoso piatto partenopeo e lui si trovò nell'imbarazzo, tanto da correre alla ricerca di un bravo maestro che gli insegnasse la ricetta originaria.
Dopo aver provato alla casa di Rossini, il compositore italiano del Guillaume Tell che si vantava anche lui di saperla lunga in fatto di pentole, e uscito dall'esperienza con la vaga sensazione che il vero cuoco, in casa Rossini, fosse il domestico in cucina, Dumas passò dal conte del Grillo (ma non credo sia lo stesso del film omonimo) e di sua moglie, Mme Ristori, grande cantante d'opera italiana che mandava in visibilio le folle parigine dell'epoca. Lì, la signora di casa permise allo scrittore di assistere alla preparazione dei maccheroni al sugo al modo napoletano. E, meraviglia delle meraviglie, il biografo ci racconta ciò che Dumas vide e ascoltò con i suoi occhi e le sue orecchie:
"Mi insegni, amico mio, gli ingredienti per preparare questo sugo di carne".
"Quattro libbre di fesa esterna, una libbra di prosciutto affumicato crudo, quattro libbre di pomodori, quattro grosse cipolle bianche, con del timo, lauro, prezzemolo, aglio, il tutto bagnato d'acqua ordinaria e ridotto per tre ore di cottura. [...] Ricordi bene, signor Dumas, i maccheroni troppo cotti non sono buoni a nulla; diventano pastosi e perdono tutto il sapore; come si dice a Napoli, bisogna che crescano in corpo [in italiano nel testo]. Il grado di cottura è un affare di sentimento: dopo averla mancata per un paio di volte, la terza vi riuscirà. [...] Guardi bene cosa faccio per arrestare la cottura". 
Dumas era tutt'occhi e tutt'orecchie. L'artista, dopo aver ritirato la pentola dal fuoco, ci versò una caraffa d'acqua gelata. Il vapore che si levava in alto ricadde immediatamente. Allora, egli scolò subito il contenuto in un colino, in modo da estrarne tutta l'acqua. Poi prese una zuppiera tiepida, depositò sul fondo un pugno di parmigiano finemente grattugiato. Su questo letto di formaggio mise un letto di maccheroni, poi uno strato di sugo di carne, e così via, alternando formaggio, maccheroni e sugo di carne. Quando la zuppiera fu colma, la chiuse ermeticamente. 
"Adesso, signor Dumas, lei ne sa quanto me. Tra dieci minuti la serviremo".
Il romanziere rientrò nel salone. Questa volta possedeva la vera ricetta dei maccheroni napoletani!


lunedì 8 settembre 2014

Serial Killers e pure cannibali!



Quando ti comparano uno scrittore inglese ad uno americano, di solito mille sono i pensieri che mi frullano per la testa. Il primo: sicuramente il romanzo inglese mi sarà più familiare. E non solo perché in quei posti ci sono stata. Non so, forse per colpa delle grandezze. In America tutto è non solo grande, ma enorme! Le strade, le città, i crimini. Tutto acquista una patina di "fantastico", forse per colpa della vastità, acuita poi dalla lontananza. La città in cui l'assassino uccide diventa un'intero stato, il tragitto in macchina diventa il volo in aereo, i due o tre omicidi diventano venti o trenta, il numero di poliziotti impiegati diventa il triplo e via così, fino a quando tutto diventa amplificato ed esotico. In genere, io preferisco la dimensione più familiare. Ma quando mi hanno comparato Val McDermin a Thomas Harris (quello de Il silenzio degli innocenti - 1988 -, per capirci), mi sono incuriosita e sono andata a cercarmi qualcosa di quest'ultimo. No, non Il silenzio degli innocenti , perché, prima di tutto, conosco bene il film. Raramente leggo un libro di cui ho già visto il film. E poi, Il silenzio degli innocenti non è nemmeno il primo romanzo a parlare di Lecter. Quindi, come al solito, sono andata alle origini: Red Dragon (1981).

Cosa dire?
Thomas Harris. Foto presa da randomhouse

La prima metà del romanzo: quante volte mi sono detta: ma vatti a vedere il film e molla questa noia! Almeno ti godi i momenti salienti e non ti subisci questa scrittura.
Frasi brevi, dialoghi serrati, talmente serrati che spesso non si capisce chi stia parlando, americano stretto (molte espressioni, specialmente nel dialogato, non mi sono familiari e le frasi brevi non aiutano a farsi un'idea del senso complessivo). Descrizioni  di un'indagine dettagliata, di cui poco capisco... uff.

La seconda parte del romanzo: il vero protagonista viene fuori ed allora tutto cambia. La narrazione si fa molto più intima, l'analisi psicologica e il racconto del divenire del protagonista sono estremamente convincenti e il libro corre verso il finale come in un sospiro mozzafiato.
E ad un certo punto, in alcuni passaggi, quello che sembrava un difetto (frasi brevi e fulminee), diventa il punto di forza.

Thomas Harris non è un tipico scrittore americano. Non sforna 2 o più romanzi all'anno e non dona lezioni di scrittura a giovani aspiranti. In una carriera di 30 anni, ha dato alle stampe cinque romanzi, di cui quattro vantano la presenza di Hannibal Lecter. A sentire Wikipedia, Stephen King dice di lui:
[Writings is] to Harris ... like "writhing on the floor in agonies of frustration", because, for Harris, "the very act of writing is a kind of torment".
[Lo scrivere] è per Harris come "cantorcersi sul pavimento in agonia e frustrazione", perché, per Harris, "lo stesso atto di scrivere è una specie di tormento".
Non ho difficoltà a crederlo. Il problema è che di tale tormento, di tanto in tanto, ne diviene partecipe anche il lettore che lo deve subire. Ma poi le idee, gli sviluppi e quei semini di genialità nella scrittura che di tanto in tanto escono fuori, ripagano della fatica.

Naturalmente Red Dragon è stato riadattato per lo schermo. E non solo una volta. Il primo film uscì nel 1986 con il titolo di Manhunter. Un film che per la prima parte si mantiene abbastanza fedele al romanzo, ma che nella seconda ignora molti dettagli della storia e semplifica il tutto, quasi banalizzandolo. Per non parlare della fine ritrasformata (sigh!) e della colonna sonora molto anni '80. Ma quest'ultimo difetto glielo perdoniamo, visto che non si può chiedere ad un film degli anni '80 di essere meno anni '80.

Il secondo, Red Dragon del 2002, esce dopo Il silenzio degli innocenti e, naturalmente, visto il successo del dottor Hannibal Lecter, ci tiene ad esaltarne il ruolo. Lo fa, tuttavia, con discrezione, amplificando appena un poco l'importanza che il cannibale in gabbia ha nella cattura del Red Dragon e aggiungendo dettagli che sottolineano la sua predilezione per la carne umana, appetito che nel libro viene appena accennato in particolari più indiretti che manifesti*. A parte questa lieve divergenza, il film si mantiene davvero fedele per quasi tutto il tempo, tanto che i dialoghi, il vero punto di forza del romanzo, sono presi così come sono. L'unica cosa che un po' mi ha fatto storcere la bocca è stato il finale, l'unico vero momento in cui gli sceneggiatori si prendono un po' di libertà. Per fortuna in modo lieve, ma comunque qualcosa cambia e il tutto si sbilancia verso un più che lieto fine, mentre nel romanzo il lieto fine resta privo del "più".

Ma non sostiamo troppo sul dettaglio finale, ricordiamoci il cast non proprio da quattro soldi (Vabbe', Hannibal è naturalmente Anthony Hopkins; il detective è interpretato da  Edward Norton, quello di Fight club del 1999, e Red Dragon da uno stupendo Ralph Fiennes, quello di Onegin del 1999, ma forse più famoso per Il paziente inglese - 1996) e la suspance ben giostrata per tutto lo sviluppo del film ed ecco che, per uno che ama il genere, la sua visione è d'obbligo. Ma, ancora una volta, dopo aver letto il libro, naturalmente. Perché, è vero, è molto fedele, ma le sfumature e la tragicità dei personaggi non possono essere resi in pellicola con la stessa intensità del romanzo.

E, come spesso mi accade ultimamente, mi chiedo: perché il cinema sente così spesso il bisogno di stravolgere i finali dei romanzi?
Mah, interrogativo che non riesco a risolvere, se non ipotizzando che, non potendo rendere completamente l'atmosfera e le sottigliezze psicologiche come la parola riesce a fare, si cerca di buttarla nel sensazionale, nella scena d'azione o di commozione che accontenta un po' tutti. Tranne colui - o colei - che prima si era andato a leggere il romanzo da cui il film è tratto. Ma che ci vogliamo fare?

_______________

* A proposito di manie e gusti gastronomici: lo sapete cosa legge Hannibal Lecter quando il buon detective Graham va a trovarlo in carcere?
Le Grand Dictionnaire de Cuisine, Alexandre Dumas padre, 1873. Lo so, non vi dice nulla. Eppure ne avevamo già parlato a Natale, ricordate?
E ancora una volta, mi meraviglio di come le mie letture trovino riverberi le une nelle altre.


lunedì 23 dicembre 2013

Stacchetto culinario



Tempo di Natale, tempo di abbuffate. Sulla scia di questa tradizione mangereccia, ricette natalizie spuntano ovunque: blog di cucina, blog letterari, forum di mamme e di nonne, riviste e quotidiani, ovunque!
Potevo farmi sfuggire una simile occasione per infilarci qualcosa in tema?

Certo che no! Ma siccome sono un po' monotematica, e mi scoccia anche un po' macchiare il mio diario di lettura con qualcosa che non c'entra proprio nulla con i miei progressi, vi posto una ricetta sui generis.


Pain d'épices



Pain d'épices

Dai tempi più antichi, il miglior pain d'épices si produce a Reims. Alla fine del XV secolo, sotto Luigi XII il pain d'épices di Reims godeva di una grande reputazione e quello che si produceva a Parigi non era che di secondo rango.
[...]
Il pain d'épices si fa con del fior di farina di segale, della schiuma di zucchero o del miele giallo e di spezie; si fa cuocere il tutto dividendolo in pani dalla forma desiderata. Il pain d'épices stimola l'appetito, mette in moto e sostiene le forze digestive; ma non si deve mangiare che con moderazione.
[...]
I nostri avi lo apprezzavano grandemente e ne facevano dono. Nei pasti di corte figurava al primo rango. Agnès Sorel, la bella maîtresse di Charles VII, chiamata Dame de Beauté a causa del castello di Beauté che possedeva sulle rive della Marna e che le era stato donato dal suo amante regale, non si stancava mai di questa leccornia e diversi autori del secolo scorso hanno persino sostenuto che sia stata avvelenata con del pain d'épices dal delfino, il futuro Luigi XI, che non l'amava affatto proprio perché suo padre l'amava troppo; ma questa è una congettura che non si basa su altro che il carattere crudele e vendicativo di questo principe. Anche Marguerite de Valois, sorella di Francesco I, se ne deliziava. Ma sotto Enrico II, ci si disgustò tutto d'un tratto d'esso a causa delle voci che asserivano che gli italiani ci mettessero dentro del veleno. Non tornò in favore se non alla fine del regno di Luigi XIV, come abbiamo già detto più in alto.
[...]
La farina di segale rende questo pane un po' pesante; tuttavia, quando esso è ben confezionato e ben cotto, gli aromi che vi si impiegano lo rendono più digeribile. Il buon pain d'épices, fatto con del buon miele scelto, può aromatizzare, è lassativo, calma la sete e favorizza l'espettorazione. Affinché si conservi senza guastarsi con l'umidità e alterarsi nell'invecchiamento, bisogna cucinarlo convenientemente ed esporlo di tanto in tanto al calore del fuoco o del sole.

Eggià, non è proprio la ricetta che uno poteva aspettarsi, ma nonostante ciò, spero sia stata gradita. Tanto di più quando vi svelerò che l'ho rubata a Le grand dictionnaire de cuisine del 1873 a firma di Alexandre Dumas (padre). Ebbene sì, questa era l'opera che lui considerava corona di tutta la sua vasta produzione, compilata durante gli anni della malattia e pianificata amorevolmente affinché diventasse non solo un ricettario, ma soprattutto una storia della buona tavola e di chi vi si accostava con piacere.

Questa ricetta, come anche tutto il dizionario, lo potete trovare in lingua originale su dumaspere, un sito davvero prezioso per chi è affascinato dal mondo di Dumas.

Se invece siete più pignoli e volete cimentarvi con la ricetta vera e propria, io farei affidamento a gaufres e garganelli.

Buona abbuffata.