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mercoledì 12 novembre 2014

Christine: the movie



E come sempre, ad un bel romanzo, specialmente d'azione, segue un film più o meno bello.
Ed infatti nel caso di Christine non fa nemmeno in tempo ad uscire il romanzo che - zack, Carpenter ci fa un film (1983).



Di differenze dall'originale ce ne sono. Diciamo che, forzati dall'esigenza di rispettare i tempi del grande schermo, e magari anche di semplificare il tutto, il regista e gli sceneggiatori rigirano un po' la storia, a volte perdendo molto più di quello che acquistano.
Ma a questo dobbiamo rassegnarci.

Se volete saperne di più, ho trovato questo sito che ne parla ampiamente, davvero interessante: www.allpar.com. Se l'inglese vi è ostico e siete curiosi di sapere quali sono, ad esempio, le differenze tra romanzo e film, o la storia di una delle 23 Fury che sono state impiegate per girare Christine, fatemi un cenno e cercherò di provvedere con una versione italiana. ; )

Per oggi è tutto. Lo so, un post veloce veloce. Perdonate la concisione.

E ora, vediamo che stacchetto ci si può tirar fuori...



lunedì 8 settembre 2014

Serial Killers e pure cannibali!



Quando ti comparano uno scrittore inglese ad uno americano, di solito mille sono i pensieri che mi frullano per la testa. Il primo: sicuramente il romanzo inglese mi sarà più familiare. E non solo perché in quei posti ci sono stata. Non so, forse per colpa delle grandezze. In America tutto è non solo grande, ma enorme! Le strade, le città, i crimini. Tutto acquista una patina di "fantastico", forse per colpa della vastità, acuita poi dalla lontananza. La città in cui l'assassino uccide diventa un'intero stato, il tragitto in macchina diventa il volo in aereo, i due o tre omicidi diventano venti o trenta, il numero di poliziotti impiegati diventa il triplo e via così, fino a quando tutto diventa amplificato ed esotico. In genere, io preferisco la dimensione più familiare. Ma quando mi hanno comparato Val McDermin a Thomas Harris (quello de Il silenzio degli innocenti - 1988 -, per capirci), mi sono incuriosita e sono andata a cercarmi qualcosa di quest'ultimo. No, non Il silenzio degli innocenti , perché, prima di tutto, conosco bene il film. Raramente leggo un libro di cui ho già visto il film. E poi, Il silenzio degli innocenti non è nemmeno il primo romanzo a parlare di Lecter. Quindi, come al solito, sono andata alle origini: Red Dragon (1981).

Cosa dire?
Thomas Harris. Foto presa da randomhouse

La prima metà del romanzo: quante volte mi sono detta: ma vatti a vedere il film e molla questa noia! Almeno ti godi i momenti salienti e non ti subisci questa scrittura.
Frasi brevi, dialoghi serrati, talmente serrati che spesso non si capisce chi stia parlando, americano stretto (molte espressioni, specialmente nel dialogato, non mi sono familiari e le frasi brevi non aiutano a farsi un'idea del senso complessivo). Descrizioni  di un'indagine dettagliata, di cui poco capisco... uff.

La seconda parte del romanzo: il vero protagonista viene fuori ed allora tutto cambia. La narrazione si fa molto più intima, l'analisi psicologica e il racconto del divenire del protagonista sono estremamente convincenti e il libro corre verso il finale come in un sospiro mozzafiato.
E ad un certo punto, in alcuni passaggi, quello che sembrava un difetto (frasi brevi e fulminee), diventa il punto di forza.

Thomas Harris non è un tipico scrittore americano. Non sforna 2 o più romanzi all'anno e non dona lezioni di scrittura a giovani aspiranti. In una carriera di 30 anni, ha dato alle stampe cinque romanzi, di cui quattro vantano la presenza di Hannibal Lecter. A sentire Wikipedia, Stephen King dice di lui:
[Writings is] to Harris ... like "writhing on the floor in agonies of frustration", because, for Harris, "the very act of writing is a kind of torment".
[Lo scrivere] è per Harris come "cantorcersi sul pavimento in agonia e frustrazione", perché, per Harris, "lo stesso atto di scrivere è una specie di tormento".
Non ho difficoltà a crederlo. Il problema è che di tale tormento, di tanto in tanto, ne diviene partecipe anche il lettore che lo deve subire. Ma poi le idee, gli sviluppi e quei semini di genialità nella scrittura che di tanto in tanto escono fuori, ripagano della fatica.

Naturalmente Red Dragon è stato riadattato per lo schermo. E non solo una volta. Il primo film uscì nel 1986 con il titolo di Manhunter. Un film che per la prima parte si mantiene abbastanza fedele al romanzo, ma che nella seconda ignora molti dettagli della storia e semplifica il tutto, quasi banalizzandolo. Per non parlare della fine ritrasformata (sigh!) e della colonna sonora molto anni '80. Ma quest'ultimo difetto glielo perdoniamo, visto che non si può chiedere ad un film degli anni '80 di essere meno anni '80.

Il secondo, Red Dragon del 2002, esce dopo Il silenzio degli innocenti e, naturalmente, visto il successo del dottor Hannibal Lecter, ci tiene ad esaltarne il ruolo. Lo fa, tuttavia, con discrezione, amplificando appena un poco l'importanza che il cannibale in gabbia ha nella cattura del Red Dragon e aggiungendo dettagli che sottolineano la sua predilezione per la carne umana, appetito che nel libro viene appena accennato in particolari più indiretti che manifesti*. A parte questa lieve divergenza, il film si mantiene davvero fedele per quasi tutto il tempo, tanto che i dialoghi, il vero punto di forza del romanzo, sono presi così come sono. L'unica cosa che un po' mi ha fatto storcere la bocca è stato il finale, l'unico vero momento in cui gli sceneggiatori si prendono un po' di libertà. Per fortuna in modo lieve, ma comunque qualcosa cambia e il tutto si sbilancia verso un più che lieto fine, mentre nel romanzo il lieto fine resta privo del "più".

Ma non sostiamo troppo sul dettaglio finale, ricordiamoci il cast non proprio da quattro soldi (Vabbe', Hannibal è naturalmente Anthony Hopkins; il detective è interpretato da  Edward Norton, quello di Fight club del 1999, e Red Dragon da uno stupendo Ralph Fiennes, quello di Onegin del 1999, ma forse più famoso per Il paziente inglese - 1996) e la suspance ben giostrata per tutto lo sviluppo del film ed ecco che, per uno che ama il genere, la sua visione è d'obbligo. Ma, ancora una volta, dopo aver letto il libro, naturalmente. Perché, è vero, è molto fedele, ma le sfumature e la tragicità dei personaggi non possono essere resi in pellicola con la stessa intensità del romanzo.

E, come spesso mi accade ultimamente, mi chiedo: perché il cinema sente così spesso il bisogno di stravolgere i finali dei romanzi?
Mah, interrogativo che non riesco a risolvere, se non ipotizzando che, non potendo rendere completamente l'atmosfera e le sottigliezze psicologiche come la parola riesce a fare, si cerca di buttarla nel sensazionale, nella scena d'azione o di commozione che accontenta un po' tutti. Tranne colui - o colei - che prima si era andato a leggere il romanzo da cui il film è tratto. Ma che ci vogliamo fare?

_______________

* A proposito di manie e gusti gastronomici: lo sapete cosa legge Hannibal Lecter quando il buon detective Graham va a trovarlo in carcere?
Le Grand Dictionnaire de Cuisine, Alexandre Dumas padre, 1873. Lo so, non vi dice nulla. Eppure ne avevamo già parlato a Natale, ricordate?
E ancora una volta, mi meraviglio di come le mie letture trovino riverberi le une nelle altre.


domenica 24 agosto 2014

La primula in tv




We seek him here, we seek him there,
Those Frenchies seek him everywhere.
Is he in heaven? — Is he in hell?
That damned, elusive Pimpernel
Lo cerchiamo qui, lo cerchiamo lì,
Questi francesotti lo cercano ovunque.
Che sia in cielo? - Che sia all'inferno?
Quella dannata, sfuggente Primula.

Perdonate, non ho saputo resistere alla tentazione di mettercelo anch'io, il ritornello che lo stesso Sir Blakeney compone in onore della Primula rossa.

Il brano è tratto dal film La primula rossa del 1982. Non è il primo film a trattare l'eroe della Baronessa. Prima di lui c'è stata una versione del 1934, con Leslie Howard nei panni dell'eroe e Merle Oberon quale sua sposa.

Questa prima opera cinematografica riprende più o meno fedelmente la trama del romanzo e offre spunti di ispirazione al lavoro del 1982, quello da cui ho ripreso la filastrocca. Personaggi di questa produzione più recente sono Anthony Andrews e Jane Seymour. 

Infine, nel 1999 è la BBC che rielabora la trama e la riadatta per lo schermo in una mini serie tv che raccoglie anche altre storie della Primula rossa. Protagonisti sono Richard E. Grant e Elizabeth McGovern.

La versione del '34 è la più fedele delle tre, nonostante non resista alla tentazione di modificare il finale in favore di un duello e un po' d'azione. Naturalmente stiamo parlando di un film del '34, in cui gli attori hanno una evidente impostazione teatrale (sguardo vitreo e gesti maestosi) e la musica ha un ruolo davvero stringato, quasi assente. Il tutto non fa altro che aumentare la percezione di lentezza.

  
Versione del 1999.
Il lavoro dell'82 riprende molti spunti del film del '34, compresa la scena del duello finale. In più, la narrazione risulta ampliata, facendo partire il racconto da ciò che nel romanzo è trattato come flash back, ossia l'incontro tra Sir Blakeney e la futura lady Blakeney, il loro innamoramento e il matrimonio fino alle incomprensioni e al raffreddamento del loro rapporto. 

Arriva poi la versione della BBC. Come sempre, i prodotti della BBC sono notevoli, con la loro ricercatezza nel dettaglio e la fotografia suggestiva. Tuttavia, molte sono le licenze che gli sceneggiatori si sono presi e anche loro non si distaccano dalla scena del duello finale, quella introdottata dal film del '34.

Di tutte e tre le versioni, quella che forza di più il carattere insulso di Sir Blakeney fin quasi a farlo divenire ridicolo è quella dell'82. E questa è anche quella che stravolge di più il filo narrativo del romanzo, apportando alla narrazione una sequenzialità temporale più lineare, ma anche meno intrigante.
Nonostante ciò, è questa che mi è piaciuta di più. Credo che il merito sia soprattutto di Anthony Andrews: accanto ad una Lady Blakeney dallo sguardo vitreo da bambola di porcellana, la sua espressività riesce a dar vita perfettamente al dramma del vero Sir Blakeney.
A questo punto avrei voluto mostrarvi un piccolo estratto, ma appena dopo la recitazione di Andrews veniva infilata anche una canzone del musical e, devo dire, non me la sono sentita di propinarvela. Diciamo che il musical lo menziono appena, giusto per la cronaca: Frank Wildhorn ne cura la musica, Nan Knighton i testi e viene mandato in scena dal 1997 al 2000 a Brodway. Ascoltate un paio di canzoni, ho steso un velo pietoso e ho continuato per la mia strada.

Come è evidente, per decenni La primula rossa ha infiammato la fantasia di molti e ha dato spunto anche a produzioni meno seriose, quando non proprio comiche. No, non mi riferisco al musical citato sopra, ma al lavoro di Renato Rascel, ad esempio.


Io sono la Primula Rossa - Il Sanculotto, 1955.
Questo non l'ho visto, ma presumo che non tratti l'argomento in modo troppo serio.

Insomma, se vi va di immergervi non tanto nella lettura, quanto nella visione della Primula rossa, si ha solo l'imbarazzo della scelta.
Un unico avvertimento: il finale, come ho detto fino alla nausea, viene modificato in tutti i surrogati televisivi. Secondo me, è un peccato. Io ho apprezzato l'originale. Quindi non sto insinuando che prima di vedere un qualche film della Primula sia meglio leggere il romanzo, ma certo la cosa non farebbe male.
E non fate i furbetti, non andate a leggervi l'ultimo capitolo per scoprire come finisce, perché tanto non credo ci capireste molto. :D




mercoledì 6 agosto 2014

Orlando e Ronn Moss






Questo è ripreso da I paladini - Storia d'armi e d'amori, film del 1983 diretto da Giacomo Battiato. Bellissimi i volti, la musica, la scena. Purtroppo il video è stato tagliato prima che il bambino chiedesse all'uomo:
- Is he a Christian or a Moor?
- What's the difference?
Risponde l'uomo.
Ammettiamolo: è un film datato, è lento, è cruento, è estremamente anni '80, ma già questo minimo dialogo tra padre e figlio fa capire che gli sceneggiatori hanno capito lo spirito dell'Orlando. Più o meno.
Ci sono scene crude come nell'Orlando (quante volte i vari paladini vengono falciati da un fendente che tronca le loro teste dal capo al collo?), scene violente su donne (quanti cercano di violentare Angelica?). E quanti cavallieri bellocci infestano le schiere dei mori, così come quelle dei cristiani? Ed è proprio vero, sapere se sono dell'una o dell'altra fazione non fa differenza: tutti sono forti, coraggiosi, impavidi e, soprattutto, loro stessi non stanno a guardare molto lo schieramento in cui si ritrovano. L'unica cosa importante non è la fede, ma l'onore, il valore e la virtù. E ogni volta che incontrano qualche depositario di questi santi valori, loro non si fermano a pensare "è nemico o amico?", ma lo accolgono da pari a pari.

Nonostante queste premesse, devo ammettere che sono stata sconfitta dalla lentezza e anche dalla piattezza di alcune scene. Sono arrivata a metà e poi mi sono arresa. Rimpiangendo un po' il bel Ruggero, lo ammetto, perché il giovane Ronn Moss, lontano ancora dalle scene improponibili di Beautiful, faceva la sua bella figura nella veste del paladino saraceno.

Se vi capita, dategli uno sguardo. Magari a qualcuno piacerà. Sul web ho trovato un paio di tizi anglofoni che sembravano particolarmente esaltati dal prodotto. Dubito che sapessero che la storia era stata raccontata per la prima volta in un poema italiano cinquecentesco. Chissà se conoscere l'Orlando originale avrebbe cambiato in qualche modo il loro giudizio sul film.

In ogni caso, il film lo trovate anche su youtube. Buona visione a voi curiosi. Perché lo so che qualcuno si lascerà convincere a darci una sbirciatina.


martedì 17 giugno 2014

Le "devianze" dei vampiri


This book is a love letter to all the vampire books I read over and over growing up. To Les Daniels for his Don Seastian de Villanueva series; Anna Rice for her Vampire chronicles; Tanith Lee for Sabella, or the Blood Stone; Poppy Z. Brite for Lost Souls; Nancy A. Collins for Sunglasses After Dark; Sheridan Le Fanu for Carmilla; and Suzy McKee Charnas for Vampire tapestry.
Queste sono le prime frasi che scrive Holly Black negli Acknowledgments finali de The coldest girl in Coldtown: diciamo che ringrazia di esistere e di averle fatto compagnia durante l'adolescenza tutta una serie di vampiri che io conosco davvero poco.
  
Locandina del film
Intervista col vampiro, 1994.
Ripreso da comingsoon
Forse Anne Rice, per la sua Intervista col vampiro (1973) mi è nota, ma solo per il film omonimo con Brad Pitt e Tom Cruise (1994). E certo, anche Carmilla di Le Fanu. Anzi, proprio lei avevo scaricato qualche mese fa con l'intenzione di leggermela con calma, una volta o l'altra. Vi stupirà sapere che quel momento è giunto?
No, non credo proprio.
Ed ecco rituffarci nella storia della letteratura, tra vampiri e romanzi gotici e... e anche qualcosa d'altro che si mescola a sessualità e psicoanalisi.

Come ormai tutto il mondo riconosce, il vampiro nasconde in sé una figura un po' meno orrorifica, ma non proprio meno aborrita e temuta: il seduttore. Beh, il primo racconto sul vampiro, quello di Polidori (1816), è ricco di allusioni al fascino sensuale di Lord Ruthven, di mestiere vampiro. Senza contare che ricondurre Lord Ruthven a Lord Byron, il getiluomo in esilio che Polidori seguiva nella veste di medico personale, è fin troppo facile. E Lord Byron, si sa, era noto nel suo milieu per il suo approccio disinvolto al gentil sesso. Nonostante questo, in Polidori l'aspetto sessuale e sensuale del vampiro rimane superficialmente trattato.

Immagine da audible.com.au
Carmilla esce qualche decennio più tardi (1872). Onestamente non so quanti altri vampiri siano nati nel frattempo. So che la figura del vampiro si è arricchita di caratteristiche sempre più inquietanti e per lo più grazie all'inventiva dei francesi; ma quanto il parallelo tra libertinaggio e vampirismo abbia avuto importanza nella produzione di quel periodo, non potrei dirlo.

E poi, ad un tratto, se ne esce questo Irlandese, Le Fanu, con una storia dalle tinte forti e dalla solida base folcloristica.
Il racconto viene presentato come il resoconto di un caso del dottor Hesselius, una sorta di dottore dell'occulto, il primo nella letteratura fantastica a sentire Wikipedia. Il caso viene raccontato in prima persona da una delle protagoniste della vicenda: Laura.
Di riassunti ce ne sono a migliaia sul web. Basterà qui raccontare che Laura e suo padre accolgono in casa una bellissima giovane, Carmilla, che poi si dimostra essere non proprio una gentil dama. Questa creatura è abituata ad intrufolarsi nel nucleo domestico di famiglie agiate e nutrirsi del sangue di tutte le donne del circondario. Uccidendole, naturalmente. Di solito l'operazione è veloce e nel giro di qualche notte le sfortunate muoiono. Ma quando invece Carmilla si invaghisce della preda, allora il piacere del consumare viene prolungato per settimane.

Già, Carmilla si infatua delle sue prede in modi così profondi e manifesti che la protagonista, Laura, a volte pensa che la sua bellissima amica, verso cui prova allo stesso tempo una forte attrazione e un'altrettanto viva repulsione, non sia altri che un giovinetto travestito da donna e venuto a farle la corte, proprio come accade nei romanzi. L'ambiguità della relazione è davvero poco ambigua. C'è poco da fare, l'evidenza è incontestabile: la vampira è libertina e predilige pure il proprio sesso.
Ma come? Un racconto di fine Ottocento che parla di libertinaggio spinto e di rapporti omosessuali tra donne? E con un tono così esplicito da lasciare a bocca aperta?

Eh, sì, può succedere, se il libertino omosessuale viene trasfigurato in vampiro. La "devianza" di gusti sessuali viene fatta ritornare nella normalità, o meglio, nella anormalità del caso: il vampiro è un essere deviato di suo (come anche il libertino). Vuoi che non sia deviato fino in fondo, magari anche nei gusti sessuali? E la vittima che sembra darle spago e corrispondere? Beh, è il potere del vampiro che la imbambola, perché lei, di fondo, è "normale".
E così si mischiano "devianze" di vario tipo, senza veli o pudori.

Immagine ripresa da graphicclassics
A parte le morbose inquietudini eterodosse del racconto, un'altra particolarità mi ha sorpresa: le scene in cui si descrive l'attacco del vampiro. Eh, questo lo dovete leggere per capirlo fino in fondo, perché non è facile rendere l'idea di terrore che la lettura fa sorgere nel cuore della notte ad una mente fervida. Immaginate l'attacco del vampiro: la bella dorme nella penombra di un fioco lume mentre ai piedi del suo letto si materializza un'ombra simile ad una bestia nera indefinita e inquieta, che salta sul letto ed è lei, ha il volto di Carmilla! Due punture sul petto e quando la vittima la riconosce, lei si rizza, ed è già alla porta, quasi fosse scomparsa e riapparsa. La guarda e, per l'ultima volta, scompare nel nulla.
Sembra un film!

Chissà come rende la scena sullo schermo. Se vi va di scoprirlo, su goticomania trovate l'elenco di tutti i film tratti dal racconto.

Buon divertimento. 


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Articoli corretati

Lord Ruthven e il dottore 
Favole e vampiri 



lunedì 14 aprile 2014

Tra lo spazio e il tempo



Nelle scorse letture ho trovato talmente piacevole I primi uomini nella Luna di Wells che mi sono detta: perché non leggersi qualcos'altro di questo autore?
Prima di quel titubante approccio non è che avessi mai provato interesse per i suoi romanzi, sia detto chiaro e tondo. Magari avevo vagamente idea di cosa raccontasse La guerra dei mondi (1897) o L'uomo invisibile (1897), giusto per aver visto i film del 2005 con Tom Cruise o quello del 2000 con Kevin Bacon (L'uomo senza ombra), ma in genere, a me, la fantascienza e simili non ha mai fatto impazzire. Per questo non ho mai provato la curiosità di approfondire un genere che nel migliore dei casi associavo a letture per ragazzi.


Gli scienziati di The big bang theory incontrano la macchina del tempo.
Ripreso da nothanksidratherread.

Adesso che ho le idee un po' più chiare, posso solo dire che non è, come per lungo tempo ho creduto, un sottogenere da adolescenti. Al contrario, è qualcosa di molto complesso.
Naturalmente mi affaccio appena alla sua conoscenza e, non avendo molta esperienza, non ho una visione completa. Ma piano piano mi sto facendo un'idea. Ad esempio: mi è sembrato di capire che ci sono due sviluppi diversi nel genere: quello che va verso la conquista dello spazio e quello che va verso la conquista del tempo.

Se tutte le storie di Verne e di Wells che hanno la Luna o Marte come meta portano verso la conquista dello spazio,  La macchina del tempo (1895) inaugura invece la conquista del tempo. Per questo mi sono buttata su quest'ultimo a testa bassa.
Questo breve libricino, pieno di teorie sul tempo, vaghe invenzioni e panorami sociali futuri piuttosto angoscianti ispirati alle teorie evoluzionistiche, offre in potenza tutta una vasta gamma di scenari possibili che presto altri scrittori riprendono e amplificano fino a dar vita a speculazioni di ingegneria non solo tecnologica, ma anche sociologica, quando non filosofica.
Un esempio illustre: Asimov col suo La fine dell'eternità (1955).

Solo una sessantina di anni separa il nostro viaggiatore nel tempo dal portagonista de La fine dell'eternità, eppure l'uomo di Asimov ha già sviluppato un complicato mezzo temporale che gli permette non solo di viaggiare ovunque, o quasi, attraverso un lasso di migliaia di secoli, ma anche di operare sulle varie realtà temporali allo scopo di evitare sviluppi ritenuti dannosi per la sopravvivenza dell'umanità.

E qui, le domande che Asimov si pone sono degne delle divagazioni sociologiche di Wells: dove porta l'evoluzione di un'umanità in cui tutte le grandi crisi sono evitate? Fino a che punto è eticamente giusto intervenire nel tentativo di cambiare il corso della storia? Può una casta, per quanto "dotta", interporsi al naturale sviluppo delle cose? E dove si colloca il diritto al libero arbitrio?

Acceleratore di particelle, preso da Denise Malia.
Non c'entra con i viaggi nel tempo,
ma ricorda la sensazione che ho avuto leggendo
del Kettle temporale di Asimov.
Tanta carne al fuoco, è vero, eppure ottimamente cotta e insaporita. Ci sono colpi di scena che davvero non ti aspetti e descrizioni visionarie di futuri inimmaginabili, paradossi egregiamente espressi; insomma, cibo per nutrire la più fervida immaginazione per nottate intere. 

Senza contare che, in qualche modo, anche Asimov sembra rendersi conto delle due direzioni in cui la (fanta) scienza sta andando (ricordate? Verso la conquista dello spazio o del tempo?) e, in un certo senso, sembra dire "una esclude l'altra".
Ma raccontarvi di questo sarebbe spoilerare pesantemente il romanzo. E quindi mi trattengo a malincuore dal farlo.

L'unica cosa che vi racconto è il senso di straniamento totale che per la prima volta mi è capitato di sperimentare saltando all'improvviso in un romanzo. Nessun avvertimento, nessun prologo (non sto qui a dire che non avevo letto la trama apposta, per non rovinarmi le sorprese). Solo la voce narrante che descrive un "luogo", una navicella, un qualcosa in cui si entra, ma di cui non si intuisce nulla, almeno non subito, nemmeno lo scopo. E tra barre verticali e campi magnetici, io, che non ne capisco proprio nulla di ingegneria-tecnologia etc., sono rimasta a bocca aperta, sfregandomi gli occhi come una bambina, nel tentativo di capire in che realtà fossi capitata. Devo dire che Asimov non ha la sua nomea per niente e in pochi capitoli riesce a spiegare persino a me come funziona il kettle del tempo e persino come sono architettate le diverse realtà dei secoli e millenni (da quelle che usano specchi e luci come materiali di costruzione, a quelle che usano fasci magnetici, etc. etc.).

Insomma, una bella avventura, piena di spunti e sorprese e che, oserei dire, c'entra ben poco con adolescenti sognatori.



venerdì 28 marzo 2014

Stacchetto telefilmistico



Poe e le sue "ossessioni buie", i suoi "umori tetri". Come è possibile che la sua fosca, ma anche magnetica figura non abbia ispirato personaggi romanzeschi o cinematografici?

Locandina ripresa da qui
Eheh, disse la blogger ridendo sotto i baffi. Poe il macabro ha ispirato persino serialkiller, anche se, per fortuna, solo su pellicola. È il caso di Joe Carroll, il personaggio psicopatico di The following, una serie tv del 2013 e ancora in onda con la seconda stagione.
Per farla breve...
Ma no, meglio non anticipare nulla. È un thriller piacevole che vale la pena seguire senza spoilers. Naturalmente se vi piace il genere, con tanto sangue e colpi di scena. Senza contare la presenza dell'ormai vecchiotto Kevin Bacon che, nonostante tutto, ci sta proprio bene!

L'unica cosa che proprio devo dire è che il nostro carismatico psicopatico Joe Carroll viene ispirato dai lavori di un grande maestro: E. A. Poe.

Peculiar - direbbe Carroll, - il modo in cui l'insegnamento del grande poeta Poe ricorre in modi così multiformi nella cultura contemporanea.
Poster del film The Raven del 2012,
ripreso da patjacksonpodium.

Naturalmente ci sono altri personaggi che si richiamano direttamente o indirettamente al nostro poeta. Ad esempio The Raven, film del 2012 con John Cusack, Alice Eve e Luke Evans.
E qui non posso darvi proprio opinioni sensate. Nel senso che, se uno pensa alla trama, sembra anche interessante, ma quando sono andata a vederlo... qualcosa stonava, anche se non saprei puntare esattamente il dito su cosa. Probabilmente la caratterizzazione di Poe come personaggio.
O forse il fatto che l'ho visto a più riprese, per lo più distrattamente. :D
Perdonate la mia poca professionalità in qualità di dispensatrice di recensioni cinematografiche.

In ogni caso, buona visione.








martedì 25 marzo 2014

Storie raccontate due, tre, quattro volte e più



Gironzolando qua e là, sempre intorno a Il ritratto ovale di Poe, un bel giorno mi ritrovai a vedere accostato al suo nome quello di un altro scrittore a lui contemporaneo: Nathaniel Hawthorne.


Charles Osgood, Nathaniel Hawthorne, 1840.
Non ricordo nemmeno più dove lo trovai scritto (Wikipedia? Biografia di Arthur Hobson Quinn?), ma ricordo che la fonte accostava il racconto di Poe ad un certo The birth-mark. Dopo una lettura concitata, devo dire che ho chiuso il volume dei racconti di Hawthorne con un punto interrogativo svettante sulla testa. In cosa questo raccontino sull'ossessione per la macchia sulla guancia della sua bellissima moglie di un uomo un po' scienziato, un po' alchimista e sul suo tentativo di estirpargliela poteva essere paragonato all'artista che ritrae la moglie nel ritratto ovale?

Forse, sì, c'è un fondo di ossessione in entrambi, l'artista e l'uomo di scienza potrebbero essere accostati per il loro genio - ma anche no, visto che in Hawthorne si svela che tutte le opere superbe dello scienziato erano mezzi fallimenti in confronto a ciò che originariamente il personaggio stesso si era proposto di raggiungere. E poi c'è la fine che fanno le gentili signore sottomesse alla follia dei mariti. Forse la "scenografia", in qualche modo, entra in risonanza (ma nemmeno troppo).

Per farla breve, non ho trovato molto che potesse avvicinare i due racconti.

Ma poi ho trovato altrove un altro richiamo, un altro titolo che meglio del precedente poteva far pensare ad un collegamento: The prophetic picture. Ecco, questo racconto forse affronta meglio l'idea dell'artista in particolare e del genio in generale che riesce a cogliere la natura e a catturarla. E qui, un po' come nel ritratto ovale, si intuiscono linee tratteggiate che conducono ai decadentisti e agli esteti d'oltreoceano.

E poi vengo a scoprire un po' di date.
Tales of the Grotesque and Arabesque, l'unica raccolta di Edgar Allan Poe ad essere stata pubblicata in due volumi, è del 1840, anche se le storie sono apparse su varie riviste tra il 1835 e il 1840, mentre Twice-Told Tales, la raccolta di storie di Hawthorne, è stata pubblicata in due volumi separatamente: il primo nel 1837 e il secondo nel 1842 e come gli altri avevano già visto le stampe su varie riviste. Per questo, d'altronde, erano stati chiamati Twice-told tales: perché era la seconda volta che venivano raccontate sulla carta.

E, quindi, ancora un qualcosa che accomuna i due: le date, curiosità per alcuni temi (l'uomo di genio e le sue "follie") e persino situazioni risolte in modi simili. Mi riferisco ad altri due racconti che in parte hanno a che vedere persino con Dorian Gray e che si incentrano sul carattere del doppio.

Dovete sapere che Edgar Allan Poe era anche un critico letterario. O meglio, recensiva un po' tutto quello che la moderna letteratura americana produceva. Beh, non si può dire che avesse una grande stima per gli autori contemporanei. Diciamo che, a parte Irving, non vedeva grandi slanci di inventiva o maestria. Fino a quando non gli capitò di recensire Twice-Told Tale. E qui il grande scrittore si entusiasma. Ok, - ammette Poe - a volte il tema è un po' ridondante (diciamo che il soggetto è per lo più incentrato su un'America puritana, giovane e selvaggia, molto realisticamente raccontata e lontana anni luce dal gusto europeo dell'epoca), ma in genere la scrittura è piacevole, il pathos ben mantenuto, etc. etc. Anzi, sembra così entusiasta che a volte, conoscendolo, uno si chiede se sotto sotto non ci sia dell'ironia. Per poi arrivare a questo brano:
In Howe's Masquerade (uno dei racconti di Twice-Told Tale) we observe something which resembles a plagiarism--but which may be a very flattering coincidence of thought.
 In Howe's Masquerade osserviamo quacosa che assomiglia ad un plagio - ma che potrebbe essere una coincidenza di pensiero davvero lusinghiera.
 Il riferimento qui è al racconto di Poe William Wilson, un brano in cui il protagonista viene ossessionato dalla figura di un suo doppio "positivo". I due racconti, in effetti, hanno un soggetto simile e risolvono l'intreccio allo stesso modo, usando persino gli stessi espedienti.

La domanda viene spontanea: chi ha copiato chi? Poe, naturalmente, dice: se qualcuno lo ha fatto, è stato lui. Ma forse, tutto sommato, è stata solo una splendida coincidenza: i nostri sentimenti e pensieri sono talmente in sintonia che veniamo affascinati da temi simili e li sviluppiamo con soluzioni uguali.

In effetti, lo stile di scrittura è talmente diverso tra i due che è difficile accostarli. Eppure c'è indubbiamente una curiosità comune per certi personaggi (l'artista, il genio e il rapporto della vita con l'arte o il doppio, ad esempio, ma anche un certo approfondimento psicologico che a volte subisce strane contorsioni) e la tendenza a sviluppare questi spunti nella stessa direzione.

Il dubbio che Poe abbia di tanto in tanto dato una sbirciata qua e là ai racconti di Hawthorne, magari in tempi non sospetti quando ancora circolavano tra riviste sparse, e che poi ci abbia ragionato su fino a farne propri i contenuti, mi è venuta in mente un paio di volte, a dire il vero.

In ogni caso, siccome questo non è un argomento di facile trattazione, lo lascerei a chi magari ha un maggiore interesse ad affrontarlo. Certo, se si scoprisse che Hawthorne avesse davvero influito, anche in minima parte, sulla filosofia di E. A. Poe, sarebbe curioso fantasticare sul contributo che il primo può aver portato al decadentismo europeo; ma siccome sono tutte farneticazioni campate in aria, la finisco qui. 

Se vi va di leggervi la recensione di Poe su Twice-Told Tales, la trovate qui. E se poi vi viene voglia di leggervi anche i racconti, state attenti: sono tanti, a volte non proprio entusiasmanti, ma forse valgono la pena.

Se poi  non vi va di leggerveli tutti, ma, via, diciamo che non vi va nemmeno di leggerli, ecco qui il film del 1963.




Qui ci sono i racconti: Dr. Heidegger's Experiment, Rappaccini's Daughter e The House of the Seven Gables. Beh, ci sono almeno di nome, perché in effetti sono stati stravolti e poco assomigliano ai racconti originali. Allora, ammettiamo pure che queste traduzioni cinematografiche sono tipiche non tanto della narrazione di Hawthorne, ma della produzione filmografica degli anni '60. Quindi, se siete appassionati, sicuramente apprezzerete.

Buona visione.



sabato 15 marzo 2014

Stacchetto biografico con finale



Visto che in questo periodo stiamo parlando di lui, l'esteta per eccellenza, perché non andarci a rivedere il film che lo ritrae meglio?




Questo è del 1997 ed è fatto molto bene, a mio parere. Guardando Stephen Fry nei panni di Oscar Wilde, con quello sguardo languidamente afflitto, mi è venuta in mente quella sua lettera in cui dice che lui è come Basil, mentre tutto il mondo lo vede come Lord Wotton, i personaggi del Ritratto di Dorian Gray. Nel film, in effetti, non sembra lo spietato seduttore di menti giovani, mentore incitante al piacere estremo, ma una semplice vittima delle passioni che altri incoraggiano.

Chissà dove sta la verità.

E intanto, diciamo che i protagonisti del film non sono mezze calzette. Ok, Stephen Fry è Wilde, Jude Law è Bosie, e poi c'è Jennifer Ehle che gioca il ruolo della moglie Constance.


Se vi sembra un volto familiare è perché ha recitato anche in Pride and Prejudice della BBC, nel 1995.



 Sì, proprio quello con Colin Firth nei panni di Darcy!

E ora vi racconterò una notina autobiografica che poco c'entra con Oscar Wilde.
Per lavoro, ci capita spesso di cambiare casa. Beh, non solo casa, ma anche paese, lingua, etc. etc.
Ebbene, ogni volta che cambiamo non solo destinazione, ma persino casa, che sia una casa in cui abitiamo per poche settimane o che sia la casa definitiva, costringo mio marito a guardarsi Pride and Prejudice della BBC.
Inutile dire che mio marito lo conosce a memoria. Ma non lo compatite! Anche lui ci trova i suoi sottili piaceri. Come ad esempio quello di imitare la Signora Bennet quando grida con la sua vocina isterica: "Mr Bingley! Mr Bingley!"

E con questa rivelazione, vi lascio per oggi. : D



venerdì 28 febbraio 2014

Stacchetto gobbo



A proposito di parodie e ironie, vi ricordate Frankenstein Junior?
In inglese, Young Frankenstein.




Di sicuro è una riuscitissima parodia del noto romanzo. Uscito nel 1974, ha come regista Mel Brooks e come attore principale Gene Wilder. Devo dire la verità: a me, Gene Wilder, non ha mai fatto simpatia. Ma  lo splendido AIGOR - Marty Feldman???

Foto ripresa da hitchhikersgui
Eh, lui è tutta un'altra storia.
Pensate che il suo aspetto un po' grottesco era dovuto ad una malattia immunologica, il morbo di Basedow-Graves, ereditaria, che porta, tra le altre cose, quegli strani occhi sporgenti.

Niente trucchi, quindi. Quello sguardo è davvero il suo.
O, almeno, lo era, perché lo splendido AIGOR ci ha lasciati nel 1982, a 48 anni.





mercoledì 19 febbraio 2014

Parodiamo: Northanger Abbey



Una delle inclinazioni più note e forse anche più drastiche che il romanzo gotico abbia mai subito è quella che la giovane Miss Jane Austen fa compiere a tutta quella vasta produzione saltata fuori sulla scia della nostra ormai famosa signora Radcliffe.

Jane Austen, ritratta da 
Cassandra Austen, 1810 c.


Adesso voi mi direte: come si fa ad associare la ragionevole, ironica e realista Jane Austen al romanzo gotico? Sembra quasi una blasfemia. No, è Northanger Abbey, pubblicato postumo, ma per assurdo il primo tra i suoi lavori ad essere stato completato (1798-99) e pronto per la pubblicazione (1803).

  
"Aveva l'aria e l'atteggiamento 
di un Montoni."
Illustrazione ad acquerello di
Charles Edmund (“C.E.”) Brock,
preso da solitary-elegance
Non so se ve la cavate con la memoria, ma tanto per rinfrescarcela un po', Udolpho della Radcliffe è del 1794. Inutile dire che Northanger Abbey è evidentemente un derivato del romanzo alla Radcliffe, anche se di esso, alla fine, poco rimane. Non aspettiamoci la solita eroina dalla sensibilità e dall'educazione non comuni, che viene subito ammirata al primo sguardo, amata ancor prima che apra bocca, tormentata, maltrattata, rinchiusa ed infine salvata. Ecco, tutto questo viene subito messo in chiaro dalla scrittrice: la nostra eroina Catherine Morland  NON è la classica bellezza che uno si aspetta di trovare in quel genere di romanzi. Adora giocare all'aria aperta con i suoi 10 fratelli (niente possibilità per lei, quindi, di rimanere sola al mondo a lottare contro le ingiustizie di usurpatori vari), non suona strumenti, non legge se non i romanzi alla Radcliffe. Non attira sguardi di ammirazione e, ad essere proprio onesti, non è nemmeno così perspicace. Non è stata presa di mira da nessun villain, né tanto meno è stata allontanata dal suo amoroso dal losco individuo, anzi: succede proprio il contrario. Il luogo lugubre in cui è condotta si dimostra meno lugubre del ragionevole; insomma, in fin dei conti, di pauroso e inquietante rimane poco. Ma diciamolo pure in tutta onestà: nulla. E noi che ci aspettavamo chissà quali orrori.


Alla fine, un po' per gioco, un po' per scherzo, la Austen si diverte a smontare il mito dell'eroina gotica. Ma, a ben guardare, non fa solo questo. Perché a leggere bene, Catherine Morland non è solo parodia dell'eroina gotica, ma anche della lettrice del genere, o almeno di quella parte del suo pubblico che non solo accetta il patto tacito tra lettore e autore (ne abbiamo parlato qui), ma che quasi quasi crede possibile che le regole del mondo della finzione possano applicarsi, in singolari circostanze, anche al mondo reale.
Così, la ragazza, suggestionata da letture incontrollate, cade vittima di false conclusioni tratte per lo più dall'esperienza delle eroine dei romanzi letti. Inutile dire che la povera Catherine vede cattivi dove non ci sono, delitti mai accaduti e misteri su misteri che cadono alla velocità del batter di ciglio. Beh, non poteva essere diversamente, se si pensa chi sia l'autrice del romanzo.


Northanger Abbey non è il capolavoro di Jane Austen. Sebbene io lo legga sempre con piacere (tanto per farvelo sapere, io adoro la Austen), mi rendo conto che a volte è un po' lento e quello che poteva essere detto in un episodio, viene invece raccontato in due.

C'è un film della BBC del 2007 che taglia un pochino il superfluo, ma vi avverto: se preferite la visione del film alla lettura vi perderete inevitabilmente gran parte dell'ironia del romanzo. Il film vale la pena di essere visto, se non altro per il modo in cui viene rappresentata la vorace dipendenza della giovane Catherine al gotico, ma tutto quello che mette in contrasto la nostra anti-eroina alla tipica eroina del gotico si perde.

Ma del resto, nessun film è perfetto, no?





domenica 26 gennaio 2014

Stacchetto hollywoodiano



Locandina di Monte Cristo del 1908
Non ci crederete mai, ma lo sapete quale è stato il primo film ad essere girato a Hollywood? Montecristo!
Film muto del 1908, girato dalla Selig Polyscope Company in un posto non ben precisato della California del sud unanimamente identificato con Hollywood. Naturalmente all'epoca non vi erano studios e nemmeno fabbricati.

La storia narra che mentre gli interni venivano girati a Chicago, un piccolo gruppo formato dal regista-attore Francis Boggs e dall'assistente-regista-cameramen-tuttofare Persons si recò sulla West Coast per cercare una location adatta alle scene degli esterni ed, in particolare, alla scena del naufragio. E qui la leggenda ha oscurato la storia e mai sapremo come sono andati realmente i fatti. Perché alcuni dicono che questi due crearono i primi studios a Los Angeles. Ma da altri racconti sembra che in verità vi abbiamo solo girato il naufragio.

Il racconto più accreditato parla di Boggs e Persons che, arrivati a Los Angeles, assumono un'ipnotista squattrinato per fare la parte di Edmond Dantès risorto dalle acque dopo la fuga rocambolesca dal Castello d'If. Gli mettono in testa una parrucca e una barbona bianca e buttano il malcapitato nell'oceano, con cavalloni che rischiano di far affogare davvero il poveraccio. E qui, leggenda vuole che mentre un'onda gigante si stava per portare via il povero ipnotista, Persons grida a Boggs che quella parrucca gli era costata ben 10 dollari di cauzione e corre in acqua per cercare di salvare l'oggetto prezioso. Boggs lo segue da vicino. Incidentalmente, visto che erano lì, i due si ritrovano a salvare anche la controfigura.

Scena da Monte Cristo, preso da qui.



Una seconda versione, invece, parla di un tizio assoldato a La Jolla come controfigura, cosa che farebbe nascere qualche dubbio sul legame tra il primo film sul Conte di Montecristo e la nascita di Hollywood. Infatti, La Jolla si trova più vicino a San Diego, in tutto un paio di orette da Hollywood. 

Ma, alla fine, poco importa dove sia stato veramente girato Il conte. L'aneddoto è simpatico comunque e degno di nota, non trovate? : D

Se ne volete sapere di più, lo trovate raccontato meglio qui, sul sito di william m drew.



mercoledì 22 gennaio 2014

Cosa c'è in Tv, stasera?


Ma naturalmente Montecristo!

Di versioni ce ne sono tante. Ma quella squisitamente italiana è stata mandata in onda nel 1966 in otto episodi. Regia di Edmo Fenoglio, rende celebre Andrea Giordana nel ruolo del Conte.


Andrea Giordana ne Il conte di Montecristo; foto da Wiki

Io non so se posso, ma nel dubbio io oso e vi mando il link al sito in cui ci sono tutti e otto gli episodi.

Oggi toccata e fuga, ma vi lascio un bel po' di cose con cui passare il tempo che purtroppo io non riesco a dedicarvi.

A presto.


martedì 7 gennaio 2014

M' colleague



Lo so, sono in ritardo. Perdonate, ma ci si è messo di mezzo un trasloco e siamo un po' sottosopra. : )

Ma non tergiversiamo, andiamo avanti con i comici.

Il romanzo The stars' tennis balls di Stephen Fry è dedicato ad un certo M' colleague. Eccolo qui, questo M' colleague:



Insieme hanno iniziato la loro carriera sui banchi dell'università nel Cambridge University Footlights Dramatic Club (e con loro c'era anche Emma Thompson), poi hanno lavorato insieme in TV nella commedia Fry and Laurie, sono stati autori e attori di A Bit of Fry & Laurie e sono stati Jeeves e Wooster in Jeeves and Wooster, una situation comedy che trae spunto dai personaggi del perfetto maggiordomo tuttofare e del nobilotto che fa il... nobilotto nullafacente.  

Insomma, una lunga e proficua collaborazione di menti - comiche - ispirate. Ma non solo semplici comici, perché entrambi hanno avuto anche divagazioni di altro genere. Di Fry ho già detto quali siano stati i suoi trascorsi. Di Hugh Laurie, questo il nome nome dell'altro M' colleague, dirò che si dedica anche alla musica (l'ultimo album si intitola Didn't It Rain ed è uscito pochi mesi fa) e anche a ruoli in film e serie Tv un pochino più conosciuti e niente affatto comici.

Lo avete riconosciuto?

Hugh Laurie, 1990
Dr House























venerdì 3 gennaio 2014

Le palle da tennis delle stelle



Ormai sono mesi che ho finito Montecristo, eppure non riesco ancora a staccarmene del tutto. Che volete, mi ci sono affezionata al buon Edmond Dantès, tanto che lo inseguo anche nelle immagini riflesse che di tanto in tanto autori più o meno noti si divertono ad evocare.

Uno di questi riflessi è Ned Maddstone (anagramma di Edmond Dantès), protagonista de The stars' tennis balls di Stephen Fry (in Usa: Revenge), pubblicato nel 2000.

Forse, prima di continuare col romanzo, sarebbe meglio presentare il suo scrittore. In Inghilterra è straconosciuto, ma anche in giro per il mondo direi. Io lo ricordo particolarmente in Wilde (1997) nel ruolo di Oscar Wilde stesso (vi ricordate? Vi compare  anche un giovane Jude Law) o in quello del presentatore in V per Vendetta (2005), e ultimamente anche per la voce che presta al narratore di Pocoyo.




Bella, magnetica, dalla pronuncia pura e suadente: io mi incanto più delle mie bambine davanti al cartone, solo per ascoltare il suo perfetto inglese. Non a caso ha anche prestato la voce alla narrazione degli audiobooks di titoli famosi come quelli di Harry Potter. Ma prima di tutto Stephen Fry è un comico.

Tra le varie altre cose, Stephen Fry ha scritto qualche libro. Per lo più il suo stile è, appunto, comico, ma The stars' tennis balls è un'altra cosa: piccolo omaggio al più celebre Conte di Montecristo, è un riadattamento del romanzo di Dumas ai giorni nostri. Certo, in esso non manca il suo umorismo prettamente inglese. Tanto per citarne una: i nomi dei personaggi sono per lo più anagrammi dei veri. Edmond Dantès diventa Ned Maddstone, Danglar
Stephen Fry
diventa Barson-Garland, e Mercedes... beh, lei è la vena comica che non riesce a starsene buona e che guizza tra le righe. Ed infatti diventa Portia, diminutivo (usato solo due volte, tanto per strizzare l'occhiolino al lettore e ridacchiare sotto i baffi dell'arguzia) diventa Porsch.
Mercedes - Porsch.
E scusate se lo sottolineo.

Ma a parte questi giochini su cui io gongolo come una bambina, devo ammettere che Fry mi ha stupita. Non credevo, prima di tutto, che fosse così piacevole. Forse anche la natura del suo esperimento, ricreare un Montecristo moderno, mi ha intrigata non poco.

Alcune diversità sostanziali ci sono, naturalmente. Ad esempio, il gusto moderno si impone e così c'è un po' più violenza bruta anche raccapricciante se vogliamo, un po' meno arzigogolii nella trama e i personaggi vengono ridotti di numero. Ma anche i caratteri dei personaggi vengono modificati. Soprattutto Ned Maddstone...

Già, Ned si trova nella posizione di Edmond, ma non è Edmond. È giovane come Edmond, ma lo è negli anni '80 del XX secolo, un adolescente ingenuotto che si ritrova in un turbinio di eventi imprevedibili. Vuoi mettere un 18enne dell'800 e uno del tardo 900? Uno è un uomo, l'altro un bambino. E questo macchia naturalmente anche l'evoluzione del carattere di personaggi simili posti in situazioni uguali o quasi.
Mentre Dantès, negli anni della reclusione, coltiva la vendetta e diventa un freddo strumento di riequilibrio delle sfighe distribuite dai suoi simili, Ned coltiva vendetta, certo, ma anche un filino di pazzia e non dimostra mai, o solo superficialmente, un desiderio di giustizia superiore, perché il suo è più un bisogno di riprendersi ciò che sarebbe dovuto spettargli.

Non vorrei dire troppo, ho paura di rovinare a qualcuno una lettura piacevole. Aggiungo solo che per certi versi Ned ricorda più il Picaud di Peuchet che non il Dantès di Dumas.

Il romanzo forse potrebbe essere giudicato squilibrato rispetto al vero Conte di Montecristo. Si vede che Fry è rimasto particolarmente affascinato dall'evoluzione di una psicologia giovane fatta a pezzi da una prigionia ingiusta. Evoluzione davvero ben tracciata. La parte dedicata alla vendetta vera e propria viene trattata, invece, senza troppi ghirigori, ma non per questo la caratterizzazione degli altri personaggi risulta meno accurata.

L'ultima cosa, proprio l'ultima.

Mentre leggevo, non potevo far a meno di dare un volto a questo Ned Maddstone e, a giudicare da alcuni dettagli sparsi, mi sono divertita a pensare che anche Stephen Fry se lo immaginasse come me lo immagino io: come il suo collega di vecchia data Hugh Laurie. Ma di lui e della loro collaborazione parleremo nel prossimo post, se vi va. Per ora vi ho tediato abbastanza.

sabato 28 dicembre 2013

Letture natalizie






Capita, a volte, di essere trascinati nella lettura di qualche storia particolare solo per il fatto di sentirsi ispirati da una certa atmosfera. E l'atmosfera natalizia fa miracoli, ti fa fare tante di quelle cose insolite che durante l'anno sarebbe impensabile anche solo immaginare.
Sorridere a tutti gli estranei che incontri per le scale con un bel Buon Natale sussurrato sotto i baffi, aiutare signore con pacchi e pacchetti ad arrivare alla porta di casa, coccolare amorevolmente anche il più antipatico dei bambini dei vicini... cose così. E qualche volte ti fa venire pure voglia di leggere un racconto di Natale che fino a qualche settimana prima non ti sarebbe mai saltato in testa di prendere in mano. Un po' perché, diciamolo, leggere qualcosa di natalizio in un periodo non proprio natalizio non suona giusto. E poi perché quel qualcosa di natalizio é stato talmente usato e abusato che ti annoia solo l'idea di perderci tempo.

  
Charles Dickens, A Christmas Carol.
Prima pagina, Prima edizione del 1843
Sto parlando di A Christmas Carol, di Charles Dickens, naturalmente, il racconto di Natale più conosciuto al mondo dopo la storia della nascita i Gesù.


Siccome volevo aver qualcosa di cui parlare che c'entrasse col Natale, l'ho preso tra le mani, quasi senza aspettative, e ho iniziato a scorrerlo con sospetto. Proprio così, con sospetto, perché già dai primi paragrafi mi è venuto il dubbio che Dickens non giocasse proprio onestamente. Una voce narrante molto vivida, quasi fosse lei stessa un personaggio, si ritrova a raccontare con una vena quasi comica (tipica ironia dal tono inglese, oserei dire) una storia un po' natalizia e un po' qualcos'altro e ti rassicura fin da subito che parlerà di fantasmi, iniziando col dire: "Guarda che Mr Marley era morto, morto davvero, non ci sono dubbi!". Non è certo questo il modo di introdurre una storia di Natale, no? E tanto meno una di fantasmi.

Eppure, il carol di Dickens questo é: fantasmi con alcune scene davvero inquietanti (il primo apparire del socio morto mi ha fatto sobbalzare, lo ammetto, come anche il vagare di Scrooge per le scale desolate della sua dimora) e altre quasi esilaranti; d'altro lato, scene di Natale calde e vivaci, dai sentimenti positivi e di gioia.
Ed in mezzo, a far da tramite a queste due realtà così bizzarramente accostate, la nostra buona e vecchia voce narrante, pronta a filtrare e dosare la giusta quantità di terrore, poesia e allegria, ma sempre con una certa discrezione. E allora uno esita persino a definirla storia di fantasmi, questa storia.

Il racconto in sé è molto piacevole, molto... natalizio. :D
Per goderne tutta la bellezza in famiglia, siamo andati anche a scovare la versione cinematografica del 2009, opera di animazione splendidamente fedele all'originale. Io vi consiglierei di guardarla perché il regista è riuscito a rendere visivamente tutti gli effetti speciali che Dickens voleva produrre.
Senza contare che nella versione originale Jim Carrey impersona Scrooge e Colin Firth il nipote. Un bell'incentivo, a mio parere.





domenica 3 novembre 2013

Lord Ruthven in persona





Ella cammina nella bellezza

Ella cammina avvolta di bellezza, come la notte
d’aria senza nubi e cieli stellati;
e quanto è di meglio nella luce e nell’oscurità
s’incontra nel suo aspetto e nei suoi occhi:
addolcito tanto da trasmutarsi in quello splendore soave
che il cielo nega al giorno.

Una sfumatura in più, un raggio in meno
avrebbero forse alterato quella grazia ineffabile
che ondeggia nella sua treccia corvina
o le rischiara dolcemente il volto;
dove i pensieri sereni e puri rivelano
quanto sia onesta e cara la dimora abituale.

Su quella guancia, e sopra la fronte così mite,
così tranquilla ed eloquente a un tempo
è il sorriso che avvince e il brillante incarnato
che narra di giorni spesi nel bene
di uno spirito in pace con tutte le terrene cose
e di un cuore il cui amore è innocente.

Questo è Lord Byron. Lui, Lord Byron, che sembra abbia composto questa poesiola per la sorellastra Augusta Leigh da cui ebbe una figlia e che fu l'unica donna per cui provò un affetto costante fino alla fine dei suoi giorni.

Evvabbè, non fate quella faccia, ve lo avevo detto che era un pochino particolare in fatto di innamoramenti. Ok, diciamo che era particolare in un bel po' di cose.

Speculazioni sulla sua natura e psicologia ne sono state fatte tante. Lo hanno catalogato come libertino, adultero, incestuoso, bisessuale quando non omosessuale, anoressico e bulimico, rivoluzionario indipendentista...

Mettiamoci anche che era zoppo, che sua madre era una pazza crudele che ha reso la sua infanzia un inferno, che aveva una parlantina affascinante ed era un padre modello...

Insomma, ce ne sarebbero di cose da scoprire su questo personaggio.


Lord Byron, Henry Pierce Bone, 1837

La sola cosa che mi frena è che in tutta umiltà ammetto che a me la poesia non fa impazzire e men che meno la poesia romantica. Mettiamoci poi che questi poeti romantici inglesi riempiono le loro liriche di Thou e Thee e Alas, di descrizioni della natura piene zeppe di termini desueti e nomi di fiori ormai scomparsi dalla faccia della terra ed ecco che si spiega la mia avversione per la poesia byroniana. 

Nonostante ciò, non precludo nessun passaggio segreto e non escludo di poterci tornar sopra, o caderci dentro, prima o poi. Chi lo sa?

Prima di chiudere, torno all'inizio con una bella capriola per spendere due parole sul video.


Le scene in cui è incastonata la bellissima recitazione de She walks in Beauty sono quelle del film Pride and Prejudice del 2005. Sebbene il carattere del romanzo di Jane Austen è quanto di più lontano ci possa essere dal romanticismo byroniano, il film del 2005 ne riprende in pieno le atmosfere romantiche. Naturalmente quello che ne esce fuori è una rielaborazione che ha poco e niente dell'originale, eccezion fatta per la trama sbrigativamente trattata per esigenze di tempo. Non per questo, anzi, proprio per questo, l'accostamento Austen-Byron del video ha una sua ragione d'essere che in altri contesti sarebbe complicato giustificare.

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__________

Letture correlate:

Lord Ruthven e il dottore
Stacchetto biografico con finale

giovedì 31 ottobre 2013

Ancora su Glenarvon



Curiosando qua e là sul web, ho trovato qualche strambo lettore curioso che, come me, ha avuto la pazienza di andarsi a cercare e leggere Glenarvon, probabilmente sulla scia di una infatuazione per Lord Byron.

   
Hieronymus Bosh, La nave dei pazzi.
Uno di questi, commentando il romanzo, mi ha fatto riflettere. L'impressione che ne trae mi ha colpita, lo devo ammettere, perché probabilmente è proprio quella che i contemporanei di Lady Caroline Lamb ebbero all'epoca della prima uscita del romanzo: un'invasata che tenta di dileggiare Byron.

Eppure, questi due assiomi incessantemente appiccicati alla figura di Lady Caroline Lamb potrebbero essere ridimensionati, quando non persino stravolti, se si leggesse l'opera non solo in funzione del mito della donna ossessionata dall'amante traditore.

Pazza lo era. O almeno tale fu diagnosticata, tanto da minacciarla di rinchiuderla in istituto se non avesse accettato passivamente la "reclusione" in una tenuta di famiglia e la proibizione di scrivere altro.
Ma poi ti imbatti in un articolo di Leigh Wetherall Dickson, The Construction of a Reputation for Madness: The Case Study of Lady Caroline Lamb, e allora ti viene il dubbio che la definizione di pazzia, come anche la sintomatologia per cui viene diagnosticata, possa variare di epoca in epoca.

Così si scopre che i sintomi che denotano la pazzia morale nell'800 somigliano parecchio a quelli che nella nostra epoca verrebbero accostati ad un carattere poco incline al piegarsi alle convenzioni e forse anche un pochino esasperato (ed esasperante)  nei suoi tentativi di imporsi.

Questa strana malattia del XIX secolo colpiva per lo più donne dell'alta società, lasciate libere di annoiarsi a loro gradimento e che nonostante tale libertà, sentivano il bisogno di sottrarsi agli schemi di comportamento imposti. Ma da questo stato mentale distorto non erano avulsi nemmeno gli uomini. Basti pensare che all'epoca del divorzio, persino a Lord Byron era arrivato a casa un medico mandato dalla sua dolce metà al fine di accertare se non fosse davvero pazzo, visti i chiari sintomi che dimostrava nel suo contegno.
Certo, anche lui non è che si adattasse pronamente alle convenzioni morali dell'epoca.

Ok, innegabile dire che Lady Caroline non era proprio un tipino comune. Ma forse è proprio per questo che le fu affibbiata l'etichetta di pazza. Non era simile alle altre ladies che, pur tradendo e mantenendo relazioni con altri uomini, rimanevano discrete, silenziose nel loro ruolo di mogli affettuose. Non subiva passivamente le imposizioni esterne, nemmeno quelle del suo amante quando questi, stanco dei suoi eccessi, la lascia. Anzi, lo rincorre, lo tormenta, denuncia la loro relazione e crea scandalo in una società che la condanna non tanto per la relazione in se stessa, quanto per la mancanza di discrezione.

Vista in questa ottica, dietro la pazza si nasconde in verità una donna molto intelligente, forse un pochino instabile nei suoi cambi d'umore ed eccessiva nelle sue manifestazioni emotive, ma soprattutto ribelle, e nulla più.

Da una donna così ci si può aspettare di tutto, persino che scriva un romanzo-resoconto delle sue tresche amorose nel tentativo di discreditare il suo amante incostante.
Ma siamo sicuri che fosse solo questo lo scopo di Glenarvon?

Non so, se avesse voluto solo esporre Lord Byron alla gogna pubblica, probabilmente non avrebbe aspettato la sua partenza. In fondo, la conclusione della loro liaison risale al 1812, mentre il romanzo esce nel 1816, un mese dopo la partenza del Lord.

Forse ci potrebbe essere stata un'altra intenzione, allora. Un'altra chiave di lettura che fa meno leva sul pregiudizio comune della donna ossessionata dall'amante.

In un periodo in cui non sperava certamente più in una riconciliazione con il suo oggetto del desiderio, dopo tanti scandali alimentati da lei stessa, dopo tante parole e cattiverie dette e scritte, Lady Caroline si ritrova a scrivere il suo primo romanzo, di getto. Ne esce fuori il racconto di una giovane donna e del suo milieu che tanto la soffoca con le sue regole di comportamento ipocrite e la sua frivolezza. Con una accanita lucidità si auto-analizza, riconosce i suoi difetti caratteriali, ripercorre le tappe della sua vita: il matrimonio felice, l'entrata in società e il cambiamento che essa opera su di lei, l'arrivo dell'amante dispotico che vuole tutto per sé e che la incoraggia persino a fuggire con lui, l'abbandono da parte del crudele, la richiesta del perdono finale al marito e la sua stessa morte, accanto alla morte di altre e altri che come lei sono stati ingannati o offesi dal comportamento di Lord Ruthven. Un bello spoiler veloce veloce, vero?

Naturalmente, nella realtà Lady Caroline non muore, almeno non fisicamente. Ma forse qualcosa di lei, trasfigurata nella sua immagine romanzata, lo fa.

Lo so, può sembrare un azzardo identificare la morte dell'eroina con una specie di catarsi della scrittrice. Alla fine l'eliminazione fisica della peccatrice era d'obbligo negli schemi del romanzo ottocentesco. L'eroina adultera, non trovando una collocazione conveniente nella società, nonostante tutto il pentimento che la coglie, non può far altro che togliersi dalle scene con una bella morte.
Eppure mi suona strano che proprio nel finale Lady Caroline si adegui alle convenzioni romanzesche, permettendo alla sua eroina di fare ciò che lei stessa non si sarebbe mai permessa di fare: morire in silenzio. Non sarebbe da lei.

E se, nelle intenzioni della scrittrice, fosse solo una delle tante anime dell'eroina-scrittrice a morire? Quella che era stata posseduta dall'ossessione dell'amante?

Voi mi direte: ma non potrebbe essere solo uno stratagemma narrativo? Se lei e gli altri non muoiono, come fanno i fantasmi a perseguitare il cattivo?

E pure questo è vero. Ma mi sorge il dubbio che i fantasmi persecutori non siano solamente il colpo di scena del finale, ma anche una specie di anatema scagliato contro il Lord Ruthven in carne ed ossa: sii perseguitato dai "fantasmi" che le tue stesse azioni meschine hanno creato. In parte, conoscendo Lord Byron, questo poteva essere un augurio efficace, visto che nonostante le sue turpitudini, era un uomo capace di provare sensi di colpa, anche se incapace di imparare dai suoi errori.

Che Lady Caroline sia riuscita o meno a liberarsi della sua ossessione per Lord Byron attraverso il suo romanzo, non potrei giurarlo. Credo tuttavia che questa chiave di lettura possa valere bene, se non meglio, di quella che molti si ostinarono e si ostinano tutt'oggi a vedervi.
Poster del film

Se vi ha incuriosito la storia di Lady Caroline Lamb, vi riporto questo link: http://www.sjsu.edu/faculty/douglass/caro/index.html
Qui ci sono molte informazione, anche se in inglese.

E come ultima chicca, vi dico solo che nel 1972, o '73 (non si capisce bene), è uscito un film con Lady Caroline Lamb come soggetto. In italiano suona come Peccato d'amore, in inglese semplicemente Lady Caroline Lamb. Non sono riuscita a vederlo e quindi non so dire quanto i personaggi e la storia siano fedeli alla verità, ma mi piaceva molto la locandina. :D





sabato 19 ottobre 2013

I collaboratori Dumas-Maquet


Ero quasi quasi tentata di concludere il capitolo Maquet così, senza aggiungere altro, ma mi dispiaceva tagliare fuori questo:




Questo è un film uscito nel 2010, con Benoît Poelvoorde nella parte di Maquet e Gérard Depardieu in quella di Dumas. La regia? Safy Nebbou.

Se lo cercate in italiano, impossibile trovarlo. O almeno per me lo è stato. Si trova in sottotitoli, ma capisco che non tutti siano disposti a perdere magari una preziosa serata di relax a strabuzzare gli occhi su scrittine mozzicate.

Eppure, il film, alla sua uscita, fece parlare tanto. Purtroppo non a causa del soggetto o della messinscena, ma a causa della scelta del Dumas. Certo, che ci azzecca l'albino Gérard Depardieu con il mulatto Dumas? E non contestatemi che Depardieu non sia albino. Lo so, ma in confronto a Dumas ci può passare, no?

Locandina di teatro
Il film in verità ha ben peggiori mancanze. Ma siccome sono sicura che nessuno lo vedrà (peccato, la recitazione dei due protagonisti la trovo estremamente riuscita); dicevo, siccome sono sicura che nessuno vedrà L'autre Dumas, sorvolo sulle sue debolezze e aggiungo solo che è stato tratto da una pièce teatrale di Cyril Gely e Eric Rouquette e messo in scena nel 2003 col titolo Signé Dumas. La pièce è priva dell'elemento romanzesco (non c'è rivoluzione o stacchetto amoroso), ma si concentra sul rapporto dei due collaboratori.
 

Vi avverto: per chi è abituato a considerare Dumas un eroe del romanzo storico (me per prima), sarà uno shock accorgersi di quanto l'affermazione sulle labbra di Maquet nel trailer ("Sono io Dumas!") possa essere vera.

Leggere La Belle Gabrielle* del solo Maquet è stato illuminante in tal senso. Si percepisce lo stesso tono allegro e sfrontato dei Tre Moschettieri: la leggerezza goliardica dei dialoghi, i caratteri sempre fedeli a se stessi, la trama storica. Ok, forse a volte la narrazione risulta un pochino appesantita da dettagli politici complessi o da elugubrazioni narrative superflue. Come quando il giovane personaggio, invece di correre e scavalcare il muro che lo separa dalla sua amata e per cui si è scapicollato per ore, si ferma ad osservare il ruscello che disseterà il cavallo e si assicura che, legandolo, esso abbia corda a sufficienza per brucare un'ora. Ma al giovane innamorato, e soprattutto a noi lettori, che importa del cavallo in quel preciso momento d'attesa? D'accordo, è un bravo giovane persino con il suo bravo animale, ma si era già capito in diversi dettagli narrati in mille modi diversi, non c'era ragione di infierire.


Tornando al nostro Maquet, fa simpatia la sua figura silenziosa completamente sopraffatta da quella più rumorosa e suadente di Dumas. E lui, Dumas, nonostante tutto non riesce a diventare ai miei occhi il "cattivo opportunista". Il suo genio, magari, è ridimensionato, ma non per questo oscurato. È pur sempre lui che dà verve ai loro lavori comuni. Quello che ho adorato in Dumas diviene quello che adoro, ora, nella collaborazione Dumas-Maquet. Nessun senso di delusione, ma solo affetto per due scrittori che sono diventati grandi solo dopo essersi trovati.
E ciò mi basta.

A questo punto mi verrebbe quasi voglia di partire in quarta verso una dissertazione colta sulla definizione dell'opera d'arte quale forma o contenuto...
Ma no, lasciamo stare. Tanto non ci sarei capace. :D

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* La Belle Gabrielle di Auguste Maquet uscì nel 1854-1855, romanzo in tre volumi che nelle intenzioni di Maquet doveva collegare La dame de Monsoreau e Les trois Mousquetaires, opere create in collaborazione con Dumas. Sebbene sconosciuta ai nostri giorni, all'epoca La Belle Gabrielle fece un buon successo, come anche gli altri due romanzi storici di Maquet: Le Comte de Lavernie e La Maison du Paigneur.