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martedì 28 agosto 2018

Stacchetto investigativo


In questa ultima lunga carrellata di post, mi sono divertita a raccontarvi cosa si pubblicava e cosa si leggeva durante gli anni della seconda guerra mondiale.

Abbiamo visto romanzi dai generi più disparati, capolavori della letteratura mondiale, denunce  sociali; hanno trovato spazio romanzi storici, romanzi fantasy, romanzi di fantascienza, a volte riscoperti, come quelli di Lovecraft. Ma una cosa mi ha sorpresa: uno dei generi che spopoleggiava in quegli anni è, allora come oggi, lui: il giallo.

Anche se spesso, soprattutto in Italia, gli autori si devono piegare a depurazioni specifiche richieste dal regime, i numeri parlano chiaro: il genere del giallo, poliziesco, investigativo in ogni sua salsa ha una vasta diffusione.
Volete sapere i numeri?
Eccoli.
Di seguito riporto solo i romanzi che si dichiarano gialli o polizieschi, omettendo alcuni di Simenon, ad esempio, che pur avendo una componente investigativa nella trama, essa non rappresenta il nucleo centrale del romanzo. Allo stesso modo escludo quelli definiti spionistici.

1939: su 37 romanzi pubblicati, 13 sono polizieschi;

1940: su 28 romanzi pubblicati, 10 sono polizieschi;

1941: su 35 romanzi pubblicati, 9 sono polizieschi;

1942: su 32 romanzi pubblicati, 14 sono polizieschi;

1943: su 23 romanzi pubblicati, 5 sono polizieschi.

Uno dei generi d'evasione da sempre tra i più apprezzati risulta quindi essere il poliziesco.

E allora torniamo ancora una volta a leggere polizieschi! Magari nel prossimo ciclo di letture. E vediamo dove ci porteranno.


  

venerdì 24 agosto 2018

Lista di guerra - 1943: La famiglia Karnowski di I. J. Singer


Avrei voluto finire la lista di guerra (perché le mie letture di guerra finiscono qui, nell'ultimo anno al fronte per l'Italia), con un bel romanzo italiano.
Magari con Moravia e il suo Agostino. Non che il mio primo incontro con questo autore mi avesse, a suo tempo, particolarmente entusiasmato. Senza contare che il prezzo dell'ebook, sugli otto euro scarsi, non invoglia di certo a dargli una seconda possibilità.

Allora ho provato a direzionarmi su un qualcosa di più leggero, italiano allo stesso modo: Giorgio Scerbanenco, autore di numerosi gialli e in particolare di quelli dell'ispettore Jelling, ambientati in America, e quelli dell'ispettore tutto nostrano Duca Lamberti.
Ma poi, ancora una volta, il prezzo dell'ebook, pari a quello del suo collega Moravia, e, ancor di più, il fatto di essermi resa conto che in effetti il libro che avrei avuto intenzione di leggere non era del 1943, mi hanno fatto desistere dall'intenzione, senza tuttavia distogliermi da una riflessione di carattere abbastanza veniale e tuttavia, in un certo qual modo, significativa: possibile che la letteratura italiana in ebook - e sottolineo e book - debba costare il doppio della letteratura straniera in uguale formato e uscita nello stesso identico anno?

Come si sarà compreso, a quel punto mi sono diretta verso gli autori stranieri e il romanzo prescelto per il 1943 è divenuto un'opera scritta in lingua Yiddish: La famiglia Karnowski, di Israel Bashevis Singer, fratello del premio nobel del 1978 Isaac Merritt Singer.

Prima di tutto, un breve riassunto:
... il lettore potrà immergersi nel grandioso affresco familiare in cui si snoda, attraverso tre generazioni e tre paesi – Polonia, Germania e America –, la saga dei Karnowski. Che comincia con David, il capostipite, il quale all'alba del Novecento lascia lo shtetl polacco in cui è nato, ai suoi occhi emblema dell'oscurantismo, per dirigersi alla volta di Berlino, forte del suo tedesco impeccabile e ispirato dal principio secondo il quale bisogna «essere ebrei in casa e uomini in strada». Il figlio Georg, divenuto un apprezzato medico e sposato a una gentile, incarnerà il vertice del percorso di integrazione e ascesa sociale dei Karnowski – percorso che imboccherà però la fatale parabola discendente con il nipote: lacerato dal disprezzo di sé, Jegor, capovolgendo il razzismo nazista in cui è cresciuto, porterà alle estreme conseguenze, in una New York straniante e nemica, la contraddizione che innerva l'intera storia familiare. Con una sapiente orchestrazione che è insieme un crescendo e un inabissarsi, Singer non solo ci regala pagine d'inconsueta bellezza ma getta anche uno sguardo chiaroveggente sulla situazione degli ebrei nel­l'Europa dei suoi anni, rivelando quelle virtù profetiche che, quasi loro malgrado, solo i veri scrittori possiedono.

Inutile dire che, non essendo che una terza scelta, di dubbi sul grado di apprezzamento che avrei avuto del romanzo ne avevo più di uno.
Prima di tutto, perché non amo le saghe familiari. E poi perché si parla di ebrei e, per di più, ebrei nel periodo della Germania nazista. Credo di aver già accennato, da qualche parte, della mia diffidenza per i racconti di guerra che tendono a impietosire il lettore. Ebbene, i racconti di ebrei durante la guerra sono, in genere, quelli di cui più diffido, ed è semplice capire il perché.
Eppure, come quell'altra volta, anche in questa lettura ho trovato tutt'altro che un tentativo di commuovere il lettore con facili cliché. Al contrario, ho trovato una bellissima analisi sincera della comunità ebraica del Novenceto.

Come dice bene la sinossi qui sopra, tutto parte dal capostipite David che lascia l'ambiente rurale degli shtetl polacchi (piccoli villaggi abitati dalle comunità ebraiche) per trasferirsi a Berlino. E qui vale la pena raccontare in breve la storia degli ebrei o almeno di una parte di loro.
Fin dal XIV secolo gli ebrei Ashkenaziti popolavano piccoli villaggi rurali nei territori della Polonia, Bielorussia e Ucraina occidentale, mantenendo vive le antiche tradizioni e i tratti culturali delle origini. In epoche successive, gli ebrei Ashkenaziti si trasferirono nell'Europa settentrionale (dove incontrano altre comunità ebraiche già presenti) e iniziarono una "modernizzazione": abbracciarono l'Illuminismo e le teorie più progressiste e, in un certo senso, diventarono più laici. Questa nuova generazione colta si contrappose a quella tradizionalista che rimase negli shtetl dei territori slavi. 
La contrapposizione tra questi due modi di essere ebreo, insieme alla trasformazione nella vita particolare dei protagonisti, è il filo conduttore della storia delle tre generazioni dei Karnowski.

Il padre David fugge dal provincialismo della Polonia per cercare la vera cultura ebraica a Berlino, parla un tedesco perfetto, migliore degli stessi tedeschi, disprezza gli ebrei polacchi, entra nei circoli culturali più esclusivi e insegna al figlio ad essere ebreo tra le mura di casa e uomo per strada.

Georg, il figlio, vive il suo essere ebreo in modo superficiale. Durante la prima guerra mondiale viene arruolato nell'esercito e serve come medico sul fronte orientale come un qualsiasi tedesco, mentre gli ebrei russi scacciati dai loro paesi si rifugiano in Germania e vengono visti con sospetto dagli ebrei tedeschi.
"Sono diversi", pensano questi ultimi, "sono inferiori".
Georg non partecipa a questo disprezzo, lui è indifferente alla diatriba tra gli ebrei, forse perché non si sente realmente uno di loro. Prima di tutto si sente tedesco. Sposa una tedesca e mette alla luce la terza generazione dei Karnowski: Jegor.

Se Georg era l'uomo che non sente il peso della sua eredità etnica e culturale ebraica, Jegor rappresenta il totale rifiuto per essa. Lui non si sente ebreo, anzi, disprezza i suoi simili, primo tra tutti suo padre. Lui si sente tedesco e, ancor di più, nazista.
Lacerato dall'impossibilita di sradicare da sé il suo essere ebreo, questa sua identità odiata diventa causa del suo profondo senso d'inferiorità e di disprezzo per se stesso. Il rifiuto delle proprie radici e l'impossibilita di riconciliarsi con le sue origini sono alla base del conflitto esistenziale dell'ultima generazione dei Karnowski.

In molti hanno visto nel nipote Jegor il personaggio più riuscito di tutto il romanzo, con i suoi conflitti intimi dissezionati in modo sapiente. Ma lui è solo il frutto di una saga che non si riduce ad essere familiare, ma vuole essere la parabola di un popolo, quello ebraico, in cammino verso una terra che in verità non è un luogo fisico, ma un senso di appartenenza culturale.

A questo male esistenziale dell'ebreo, Isaac J. Singer vede una soluzione naturale: quella di non combattere contro le vie dei padri, ma abbracciarle e riscoprirle.
Senza entrare nei dettagli per non rovinare la lettura, se volessi descrivere in due parole l'arco narrativo del romanzo, riassumerei la storia con la parabola del figliol prodigo.

La narrazione ha molti altri spunti interessanti di riflessione: riferimenti culturali, storici, filosofici, psicanalitici (secondo la moda del periodo in cui è stato scritto), ma anche punti di vista diversi: non solo degli ebrei protagonisti della storia che guardano se stessi, ma anche quello dei gentili, i non ebrei, che da lontano mirano un mondo che loro non comprenderanno mai del tutto.

Insomma, una lettura che mi sento di consigliare davvero.

E adesso, prima o poi, dovrò per forza leggere anche l'altro Singer. Se il fratello meno noto è stato capace di creare La famiglia Karnowski, quello che ha vinto il nobel chissà di che cosa è stato capace!



martedì 21 agosto 2018

Liste di lettura - 1942: Lo straniero


Questo che sorride in maniera così disarmante è Albert Camus, scrittore, filosofo, premio nobel nel 1957 e autore de Il mito di Sisifo e Il primo uomo tra le altre cose.

Se lo conoscete un minimo, capirete del perché questa foto e questo bel sorriso all'apparenza sincero e spontaneo mi abbiano subito catturato.

Cosa c'entri Camus con la lista delle letture di guerra non è difficile immaginarlo, ma prima, come al solito, guardiamoci intorno e consideriamo i lavori del 1942.

Il primo della lista dei pubblicati di quest'anno lo conosciamo: L'alfiere di Carlo Alianello.
Ci ritroviamo anche uno scrittore spagnolo da premio nobel come Camilo José Cela col suo La famiglia di Pascual Duarte, La luna è tramontata di Steinbeck, qualche Maigret e poco di più.

Tra quel poco di più ci troviamo Albert Camus, anche lui premio nobel, col suo Lo straniero. Uno di quei romanzi che bisogna leggere almeno una volta nella vita - o forse no -, e che di sicuro non parlano della guerra, ma subiscono un'enorme influenza dal sentimento generale di pessimismo imperante che ormai nel 1942 era ben più che tangibile.

Di cosa parla Lo straniero? In due parole:

Protagonista de Lo straniero è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Persino al funerale della madre, Meursault assiste con una distaccata apatia. Un giorno, a causa di un litigio tra un suo conoscente e un arabo, inesplicabilmente Meursault uccide l'arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne.
Preso da qlibri

Di analisi su questo testo ne trovate a bizzeffe, e mi fa strano che alcune siano state buttate giù dando l'impressione di non conoscere affatto la corrente dell'esistenzialismo, a cui Camus si sente evidentemente vicino.
In ogni caso, proviamo a raccontare le mie impressioni, tanto per chiarirle prima di tutto a me stessa. 

Le uniche cose reali che sembrano esistere in questa storia sono la calura del giorno riarso dal sole algerino e la frescura delle sue serate. Per tutto il romanzo il calore, l'afa, il senso di soffocamento e il sollievo del calare della sera fanno da padrone. 

Accanto a questo disagio percettivo continuo che sembra quasi gettare il personaggio e il mondo intero in uno stato febbrile, ci sono le intuizioni esistenziali del protagonista narratore in prima persona.

Quali sono queste intuizioni?
In breve:
  • La morte è l'unico punto fisso in ogni esistenza;
  • Come quest'esistenza venga vissuta è una faccenda del tutto priva di importanza.
Che la morte sia il punto d'arrivo dell'esistenza, si sa e non ci si può fare molto. Bisogna rassegnarsi.
Che arrivi subito o tra venti anni, la lotta dell'individuo, che per sua natura è portato a ribellarsi alla sua sorte banale, è priva di senso. Eppure questa lotta è anche l'unico mezzo per arrivare all'accettazione della verità. E qual'è la verità se non che la vita non sia null'altro che ciò che precede il punto fermo che è la morte?
La vita, quindi, non ha un senso in sé, ma viene definita solamente in virtù del suo punto d'arrivo, che è appunto la morte.

Una volta che si è capito che la vita non ha un valore intrinseco, è facile giustificare l'indifferenza quasi snervante del personaggio. I sentimenti sfiorano appena l'essere cosciente, il senso di straniamento si fa sempre più concreto perché questo è l'unico modo sensato di vivere la vita, che non è altro che il lasso di tempo che ci separa dalla morte.
E dopo la morte?
No, non vi illudete, niente speranze: un vuoto eterno, il niente.

A questo punto, che senso dare alla vita? Ma soprattutto, come viverla, questa vita?
Come vi pare, naturalmente. Perché nulla ha importanza.
Non ha importanza distaccarsene o cercare di aggrapparsi ad essa, non ha senso cercare relazioni, empatizzare con gli altri o, al contrario, isolarsi in una torre d'avorio. Meursault ce lo dice col suo agire: egli non si isola dal mondo, ma continua a muoversi in esso come una persona qualunque, anche se, ad un livello più intimo, lui si limita a subire, più che vivere, gli accadimenti. È come se tutto quello che vive gli capitasse e basta, quasi fosse anestetizzato alla vita.

Tuttavia, questa sua incapacità di sentire la vita, come anche la consapevolezza che essa non abbia alcun valore, non gli evita di aver timore della morte.
Anzi, giustifica questa paura come una cosa naturale, parte dell'umanità dell'individuo. Allo stesso tempo, l'individuo non deve sentirsi sopraffatto dal suo timore, perché alla fine anche esso non è altro che un passaggio naturale e obbligato, almeno quanto lo sono la vita e la morte.

L'ultima riflessione che verrebbe da fare è quella che riguarda la reazione della società, degli altri uomini davanti a quest'uomo esistenzialista. Come nei vecchi drammi greci, c'è una nemesi, il riconoscimento dell'identità e delle qualità dei personaggi davanti alla giustizia degli uomini. Ma se nei classici il ruolo dell'assemblea degli uomini era quello di riabilitare l'eroe agli occhi della società e riammetterlo nel suo seno, ne Lo Straniero il ruolo del processo è quello di condannare apertamente non tanto il delitto, ma la mancanza di umanità del protagonista, la sua incapacità di partecipare all'assemblea sociale e umana. In mille modi viene ribadita l'indifferenza di Meursault davanti alla morte della madre, la freddezza, l'apatia che lo muovono in tutte le relazioni. Sembra questa la vera accusa che gli si muove contro, quella che lo condannerà a morte.

Insomma, un bel romanzetto allegro, tanto per far dimenticare le brutture della guerra al lettore bisognoso di evasione dell'epoca.

E se vi state chiedendo se mi sia piaciuto, permettetemi di prendermi del tempo per ragionarci su.
Di sicuro è un romanzo che ti parla e fa riflettere.
Ma allo stesso tempo, no, non credo mi stiano simpatici, questi esistenzialisti e filosofi dell'assurdo. La mia natura piuttosto ottimista si sente irrimediabilmente respinta da queste filosofie.

E adesso guardate ancora una volta il sorriso spontaneo del signor Camus, lassù in alto. Il dubbio che sotto sotto nemmeno lui ci creda troppo all'assurdità dell'assurdo salta su da solo, non è così?

 

martedì 14 agosto 2018

Stacchetto sacerdotale



Ma quanti romanzi parlano di preti durante la guerra o nell'immediato dopoguerra?

Graham Greene e A. J. Cronin, con Il potere e la gloria e Le chiavi del regno, li abbiamo appena visti. E qualche tempo fa si parlava di Don Camillo e Peppone, di Giovannino Guareschi, che sebbene il libro sia stato pubblicato verso il 1948, sempre protagonisti del periodo sono.

E poi, se vogliamo proprio girarci intorno, nel 1938 era uscito Vino e pane, di Ignazio Silone, che inizia proprio con un don Benedetto piazzato in attesa dei suoi ragazzi; senza contare che il protagonista militante del partito comunista si traveste da prete per salvarsi dalle persecuzioni politiche.

Nel 1942 c'è Signora Ava, di Francesco Jovine, in cui il protagonista di una vicenda svoltasi alla vigilia dell'Unità d'Italia e della fine del regno borbonico, è un parroco di campagna attorniato da vari personaggi di diversi ceti sociali.
Ma anche l'Alfiere dello stesso anno, dello scrittore Carlo Alianello, (ne abbiamo parlato tempo fa, ricordate?) ha come co-protagonista un monaco francescano. E, guarda caso, anche il romanzo di Alianello si ambienta durante la fine dell'impero borbonico.

In effetti, nel 1942 la figura del prete sembra molto popolare. Anche Diario di un parroco di campagna di Nicola Lisi ha evidentemente al centro della sua storia, scritta in forma di diario, un prete: don Antonio, un anziano parroco in una località del Mugello.

E cosa dire di Lettere agli uomini del Papa Celestino VI di Giovanni Papini, romanzo del 1946 scritto in forma epistolare, in cui il protagonista è il prete per eccellenza, un immaginario pontefice che, rivolgendosi con le sue lettere a tutti gli uomini, dichiara senza esitazione che la rinascita spirituale e sociale dell'umanità non può che venire dal cristianesimo?

E voi, ne conoscete altri di testi che parlano di preti?
La lista è sicuramente lunga. Proviamo ad allungarla ancor di più.




venerdì 10 agosto 2018

Liste di lettura - 1941: Le chiavi del regno


E nel 1941? Cosa si pubblicava?

Elio Vittorini pubblicava Conversazione in Sicilia e Vitaliano Brancati Don Giovanni in Sicilia; Gli ultimi fuochi incompiuto di Francis Scott Fitzgerald, Ignazio Silone e il suo Il seme sotto la neve, una manciata di romanzi fantascientifici di Heilein e un'altra di romanzi gialli di Scerbanenco.

E, tra gli altri, anche un romanzo di A. J. Cronin: Le chiavi del regno.
Mi pare una coincidenza alquanto particolare il fatto che, nel giro di un paio di anni, due scrittori britannici, Grahan Greene e A.J.Cronin, abbiano prodotto due romanzi che narrano le vicende di due sacerdoti cattolici. A dir il vero, non sono gli unici a parlare di preti. Anche in Italia i sacerdoti di provincia compaiono protagonisti in diversi romanzi. Eppure non me lo sarei aspettato un simile interesse da parte di due cittadini di un paese di fede anglicana.

De L'onore e la gloria di Graham Greene ho già parlato lungamente nel post precedente. La figura del prete che, nonostante la sua umanità e le sue sconfitte, non abbandona mai la sua fede e la consapevolezza dell'importanza della sua missione di sacerdote, è piena di profondità e di messaggi ortodossamente cattolici. L'importanza dei precetti, degli insegnamenti, dei sacramenti e di Dio nella vita del credente sono la spina dorsale del romanzo e vengono analizzati con grande competenza.

E A. J. Cronin?

Il romanzo di Cronin Le chiavi del Regno narra la vita di padre Francis, un prete cattolico scozzese. La narrazione si sofferma, in particolare, sugli anni della sua missione in Cina, nella provincia di Pai-Tan. Padre Francis verrà messo alla prova da molte avversità durante la sua lunga carriera missionaria: peste, fame, guerra, banditi sono gli ingredienti che lo temprano e lo portano a crearsi una sua visione del sacerdozio sicuramente difforme da quella dei suoi colleghi che fanno carriera a casa e che non comprendono né possono condividere il suo slancio amorevole e soprattutto tollerante nei confronti di tutti gli uomini, che siano di fede uguale o diversa dalla sua.
Così, se da una parte manca completamente una profonda spiritualità e un rapporto del prete con Dio, il protagonista di Cronin manifesta una forte convinzione di fondo: prima di tutto sono le azioni di un uomo a parlare della sua fede, e quindi non ha molta importanza la predicazione vera e propria.
Ma soprattutto:
La Chiesa è la grande madre che ci aiuta a procedere, pellegrini, attraverso la notte. Ma forse ci sono anche altre madri e forse anche qualche povero pellegrino solitario, per quanto faticosamente, arriverà a casa senza guida.

Molto spesso si ha l'impressione che più che davanti a un missionario cattolico si stia davanti ad un umanista dalle visioni religiose alquanto indefinite, che vede nella bontà d'animo la vera forma di redenzione dell'umanità. Prova più che sintomatica è che l'autore stesso non chiama quasi mai il protagonista col suo titolo di sacerdote, ma semplicemente col suo nome di battesimo: Francis.
Insomma, un prete moderno, per dirla con una punta di polemica, che ha perso molto del suo originale rapporto con Dio per diventare un filantropo con poca relazione con la Croce sulle spalle.
Non che l'alternativa di prete che Cronin gli mette accanto sia molto più edificante: arrivisti incartapecoriti, dediti a comprare con il denaro le conversioni, egoisti che pensano solo alla carriera personale e alla gloria terrena.

Non nego che la differenza anche psicologica, oltre che drammatica, dei due preti usciti fuori dall'Inghilterra durante gli anni della guerra è immensa. Dopo aver letto Il potere e la gloria risulta davvero difficile provare una sincera simpatia per le vicissitudini del buon Francis.

E tuttavia, devo ammettere che c'è stata una parte del romanzo che mi ha divertita particolarmente: la prima, quella che di solito viene considerata meno riuscita, in cui Cronin racconta l'infanzia del suo personaggio. Le scene vivide di una Scozia povera e dignitosa sono molto accattivanti e potrei persino dire che sono in linea con i grandi romanzi di denuncia ottocenteschi, se avessi letto Dickens. Ma Dickens non l'ho mai letto e quindi non posso azzardarmi al parallelismo.
Lo so, lo so, dovremo rimediare, prima o poi. Ma lasciatemi prima seguire il filo logico della lista, altrimenti chissà dove arriviamo...



martedì 31 luglio 2018

Immagini de L'abisso del passato


Eccomi qui, dopo una pausa di riflessione (in verità abbiamo passato un lungo week end su un'isoletta isolata della Malesia e io ho dimenticato di programmare il post di venerdì scorso), continuo a tediarvi con le mie letture. O forse non proprio...

Avrei voluto tirar dritto e passare alle letture del 1940 e ai romanzi pubblicati in quell'anno, ma come si fa? Ho appena fatto una breve ricerca sui volumi de L'abisso del passato e ho scoperto due cose interessanti che devo assolutamente raccontarvi.

La prima è che ci sono tantissime edizioni del romanzo di L. Sprague de Camp, almeno in inglese, tanto per sottolineare quanto questo racconto sia importante per la storia del genere ucronico.

E la seconda è che le copertine di tutte queste edizioni sono spettacolari!
E adesso ve ne propongo una carrellata, tanto per darvi un'idea.
Guardate un po':



 Prime Press (USA) (1941) 1949 ristampa (variante gialla)
Pubblicato da Henry Holt and Company,1941

Pubblicato da Pyramid Books, 1 febbraio 1963


Pubblicato da Pyramid Science Fiction, 1969
 

Pubblicato da Random House Publishing Group, 1974

Pubblicato da Del Rey, 1979

Pubblicato da The Easton Press, Norwalk, Connecticut (1988)



I miei preferiti fin'ora?
Quello dalla copertina gialla del 1949, senz'altro! E anche quest'ultimo, con il protagonista Martin Padway diviso a metà.
E non finiscono qui!

Se ne volete scovare altre, vi rimando al formidabile google.
Buona caccia!




martedì 24 luglio 2018

Lista di guerra - 1939: L'abisso del passato

L. Sprague de Camp
Nel 1939, a sentire Wikipedia, furono pubblicati 37 romanzi, alcuni dei quali di autori ben noti: Chiedi alla polvere di John Fante, Il colpo di grazia di Marguerite Yourcenauer, Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, Il grande sonno di Chandler, di cui parlammo qualche anno fa, Finnegans Wake, ultimo romanzo di James Joyce, Furore di John Steinbeck e molti, molti altri, tra cui, tanto per curiosità, aggiungo un sequel di Heidi, la piccola pastorella svizzera, uno di Anna dai capelli rossi e uno di Tarzan.

Il primo a comparire in ordine alfabetico è tuttavia un certo L'abisso del passato, titolo originale Lest Darkness Fall, romanzo fantastico, storico, o per meglio dire ucronico, di L. Sprague de Camp.

L. Sprague de Camp, tanto per darvi un'idea di chi fosse, è lo scrittore statunitense che usò per la prima volta il termine extraterrestre nella sua accezione di "vita aliena", che tirò fuori la sigla E.T. e che faceva comunella, tra gli altri, con Isaac Asimov e Robert A. Heinlein. Con lui sprofondiamo nel mondo della science fiction, ma anche del fantasy e dell'historical fiction.

Voi lo sapete, la science fiction non è esattamente uno dei miei generi preferiti. Ma sono sicura che, andando avanti a leggere il post, capirete al volo il perché di tanto entusiasmo per questa scelta di lettura.

L. Sprague de Camp è uno dei primi scrittori di fantascienza a giocare con la storia e a incoraggiare i suoi personaggi a modificarla. È, quindi, uno dei primi a scrivere ucronie.
A giocare nello stesso modo con la storia, prima di lui, c'era stato Mark Twain con il suo A Connecticut Yankee in King Arthur's Court (Un americano alla corte di re Artù) del 1889, un romanzetto davvero simpatico che io lessi in un soffio alle elementari e che per anni ricercai invano, probabilmente perché non ne ricordavo né autore né titolo.
Nel romanzo di Mark Twain, un americano viene colpito da un fulmine e, come per magia, si ritrova in un medioevo lontano e sconosciuto, quello di re Arthur. Grazie alle sue conoscenze di uomo del XIX secolo, lo Yankee sopravvive a tutte le prove che gli si presentano con straordinaria ingegnosità, tanto che i personaggi medievali che si ritrovano ad ammirarne le abilità iniziano a considerarlo ben presto un mago e lo chiamano Merlino.

Quando L. Sprague de Camp, ingegnere aeronautico di formazione, si ritrovò a leggere il romanzo di Mark Twain probabilmente pensò di avere davanti agli occhi un potenziale capolavoro, se non fosse stato per le critiche che la sua mente altamente razionale e la sua vocazione di educatore lo costringevano ad avanzare contro la mancanza di logica di determinati escamotage narrativi. Così, in risposta a tali pecche, lui, L. Sprague de Camp, scrisse un suo romanzo di viaggio nel tempo in cui l'improbabilità della situazione di partenza - uno spostamento del personaggio principale nel tempo causato da un fulmine - viene spiegato razionalmente con una teoria verosimile che non vi sto a raccontare.

E qui inizia la storia di Martin Padway, un archeologo americano che si trova a Roma per partecipare a una conferenza. In visita al Pantheon con un collega del posto (e qui è davvero esilarante la scenetta in macchina con il collega romano: sembra di viaggiare in automobile per le vie della capitale al giorno d'oggi, con il traffico, le parolacce e le acrobazie avventate di un automobilista romano provetto!), il nostro protagonista viene colpito da un fulmine e catapultato in una Roma di centinaia e centinaia d'anni prima.

Ma, prima di andare avanti, ve lo avevo detto che L. Sprague de Camp, tra le altre cose, aveva una passione per la storia antica e, in particolare, per quella bizantina?
Ebbene sì, e per colpa di questa passione il nostro protagonista Martin Padway viene precipitato proprio nel primo medioevo, in una Roma ostrogota, e più precisamente nell'anno del Signore 535. Gli Ostrogoti sono padroni d'Italia, ma i Romani d'oriente, quelli che comunemente vengono chiamati Bizantini, sono decisi a riprendersi il possesso della penisola.

Martin Padway giunge in quell'epoca e in quel luogo proprio nel momento cruciale in cui la guerra tra le due potenze, quella dei barbari goti e quella dei Romani d'oriente, sta per scoppiare. Lui, da bravo studioso del XX secolo, si rende subito conto che, per quanto possa fare, non riuscirà mai a trovare il modo di tornare a casa nel futuro e, con una sorta di rassegnato entusiasmo, decide che gli resta ben poco da fare se non sopravvivere e usare le sue conoscenze per far progredire la storia il più velocemente possibile e impedire che si cada nei secoli bui del medioevo. Grazie al suo intervento, risparmierebbe all'umanità un bel po' di grane, pensa il nostro protagonista.

L. Sprague de Camp nutre evidentemente una scarsa stima per i secoli bui ultimamente rivalutati del medioevo. Tuttavia dimostra una profonda conoscenza dell'epoca da lui narrata e, allo stesso tempo, un desiderio quasi maniacale di condividere tali conoscenze con il lettore. E fa di più, perché non solo descrive le figure storiche e le situazioni, ma le analizza e ne spiega persino le cause e le motivazioni. Subito, dalle prime pagine, si capisce che il VI secolo era caro allo scrittore almeno quanto è caro a me. E sebbene L. Sprague de Camp scivoli a volte su imprecisioni storiche, a mio parere del tutto perdonabili (gli slavi, ad esempio, è difficile che facessero parte dell'esercito imperiale che invade l'Italia gota, visto che Procopio, fonte storica autorevole e testimone degli eventi, parla delle loro prime incursioni nei territori bizantini per fuggire dai barbari delle steppe nelle fasi avanzate delle guerre in Italia; e calcolando che queste guerre sono durate 20 anni, si capisce subito come mi faccia difficoltà vedere nell'esercito invasore dei romani del 535 orde di barbari slavi); come dicevo, a parte queste piccole scivolate storiche, lo scrittore è molto abile a descrivere la società multietnica del tempo, con la sua variegata convivenza di razze, di credi e di eresie, di lingue e culture.

Leggendo il romanzo e le storie dei personaggi ebrei, vandali e goti, una sensazione familiare mi ha cullata fino alla fine: la sicurezza di aver studiato sugli stessi testi su cui anche L. Sprague de Camp ha studiato.

E tuttavia, il romanzo non è un capolavoro. Come dicevo, l'intento del protagonista di usare le sue conoscenze tecnologiche per far compiere un balzo in avanti e cancellare il Medioevo dalla storia dell'umanità denota una concezione storica un po' sorpassata, e questo mi ha un po' disturbata. Mettiamoci una scrittura un poco frettolosa, i tratti psicologici dei personaggi tagliati con l'accetta, il carattere didattico del volumetto, ed ecco qua: ne viene fuori il perfetto romanzo d'intrattenimento per ragazzini appassionati di storia unita a un tocco di fantascienza, ma nulla di più.

Se poi mi soffermo sul dubbio di quanto i ragazzini d'oggi ricordino chi fossero i Bizantini, figurarsi gli Ostrogoti, allora mi viene davvero da pensare che il romanzo di L. Sprague de Camp, al giorno d'oggi, non farebbe molto successo, nemmeno tra gli adolescenti secchioni. Ma sicuramente nel 1939 era diverso e i barbari antichi avevano ancora un loro fascino tra i lettori di tutte le generazioni. Come spiegare, altrimenti, le numerose ristampe?



venerdì 20 luglio 2018

Tempi di guerra, tempi di letture

Libri

Dopo aver letto tanto sulla guerra e, in particolare, sulla seconda guerra mondiale, una forte curiosità mi ha spinto a chiedermi: cosa si leggeva e, quindi, cosa si pubblicava durante quegli anni?

Seguendo questa mia curiosità quasi infantile, mi sono andata a cercare la lista delle pubblicazioni degli anni che vanno dal 1939 al 1943 (ultimo anno ufficiale della guerra per l'Italia) e mi sono detta: perché non far finta di essere una lettrice di quel periodo? Tanto per vedere il vento che spirava, cosa interessava al pubblico, il gusto dell'epoca.

Wikipedia mi ha dato una mano ed ecco qua: mi ha fornito su un piatto d'argento le liste di pubblicazione anno per anno. Certo, i titoli non sono numerosi come lo sono al giorno d'oggi, che a quanto pare in un solo anno si pubblica più di quanto si possa leggere in dieci - stima personale e del tutto inaccurata -, ma anche così un qualsiasi lettore forte non ha di che lamentarsi.
Mia intenzione era scegliere un titolo per anno, seguendo l'impulso del momento, senza grandi aspettative.

Non negherò di aver avuto parecchie sorprese da questo esercizio abbastanza insensato. Sorprese di cui, naturalmente, vi parlerò dettagliatamente.
Tuttavia, prima di iniziare con la mia lista di letture della guerra, vorrei ricordare un paio di cose.

La maggior parte dei romanzi pubblicati in questo periodo non ha espressamente come argomento la guerra. Eppure essa è sempre presente. Spesso le opere, pur svolgendosi intorno ad argomenti estremamente lontani dal conflitto, nascono dalla riflessione su di esso. Che sia il sentimento nichilista dei grandi esistenzialisti o il rigurgito anti-militarista che appare e scompare e risulta appena accennato in altri, l'effetto della guerra si sente e come!

Un'altra cosa che è importante ricordare è che molti di questi libri, per essere pubblicati, dovevano passare il controllo di una certa censura. E non mi riferisco solo a quella all'apparenza più rigida dei regimi fascisti e nazisti o bolscevichi, ma anche di quella di popoli più democratici, come quello americano.

Racconta John Steinbeck, nella sua introduzione a C'era una volta una guerra, raccolta di articoli scritti durante la sua carriera di inviato di guerra per la stampa americana, che una certa censura c'era anche da quelle parti. E non solo quella degli organi di controllo della stampa, che correggevano e cancellavano tutti i riferimenti geografici, affinché i nemici non potessero indovinare posizioni e manovre di guerra degli alleati. Il giornalista stesso diveniva il suo primo censore.
Il compito dei giornalisti di guerra era fondamentale in patria, laddove la lontananza e la scarsità di notizie sicure correva sempre il rischio di destabilizzare il morale del "fronte interno". Per questo gli inviati di guerra consideravano come un proprio dovere quello di evitare a tutti i costi di minare l'entusiasmo dell'opinione pubblica americana con notizie eccessivamente scoraggianti, anche quanto queste lo erano per davvero. Da questa auto-censura nascevano notiziari di guerra non solo edulcorati, ma persino fuorvianti rispetto alla realtà della guerra. E vogliamo che una simile operazione non si attuasse anche nei romanzi dell'epoca?

Detto questo, inizieremo dalla prossima volta con il romanzo della lista del 1939. Se vi va, andatevela a sbirciare, la lista, e cercate di indovinare con che cosa vi assillerò.



lunedì 17 novembre 2014

Stacchetto riflessivo



A volte uno si chiede: perché quella storia? Perché ho sentito il bisogno, in quel momento, di leggermi quel romanzo e non un altro? Perché davanti ad una libreria bassa, a casa della bambina dormiente, ho preso Christine in mano e non il diario di Anna Frank?

Non sono l'unica a chiederselo. Ogni tanto la domanda se la fanno un po' tutti e a seconda dello spirito con cui viene pronunciata prende più ampio respiro, cambia punto di vista e si interroga anche su altro. Ad esempio, "perché non riesco a farmi piacere quel libro, in questo momento? Eppure dovrebbe interessarmi...". O ancora: "Cosa spinge il lettore a leggere? Che cosa cerca in quel particolare libro o, in generale, nella lettura?"

Da gruppodilettura.wordpress.com

E, ogni tanto, compaiono risposte travestite da verità assolute. Come questa, trovata su writerunboxed, uno dei siti americani per scrittori più accreditato:
I lettori vengono (a leggere i romanzi) non per quello che sembra logico, chiaro e ovvio - bella scrittura, plot ingegnoso, una voce fresca e così via. I lettori vengono per quello che c'è sotto la superficie. [...] Cerchiamo utili informazioni che ci dicano come navigare attraverso situazioni in cui non siamo ancora capitati e che ci forniscano un nuovo sguardo su quelle in cui siamo già passati. Per questo ci sono una serie di attese attraverso cui inconsciamente valutiamo ogni storia - attese che non hanno nulla a che fare con il saper "scrivere bene".
Quindi, in quel particolare periodo della mia vita in cui tra Christine, la macchina infernale (1983) e Il diario di Anna Frank (1947) senza esitazioni ho scelto Christine, sono stata spinta a tale atto dal desiderio sotterraneo di capire come si affronta l'evenienza in cui ti capita di aver a che fare con una macchina posseduta. O con un amico ossessionato da una macchina più o meno posseduta, o con un figlio adolescente col pallino dei motori - posseduti. 

Mmmm...
Sarò l'eccezione che conferma la regola, ma non credo di leggere per comprendere meglio le dinamiche del mondo che mi circonda o delle situazioni in cui capito. Forse leggo anche per imparare qualcosa, ma non in quel senso lì. Se così fosse, le mie letture si rivolgerebbero in ben altre direzioni.

Il segreto segretissimo della lettrice media è che lei legge semplicemente per divertimento. Possiamo anche dire per "evasione", ve lo concedo. Perché capita che a volte, intrappolati nel piattume di situazioni sempre uguali o problemi che opprimono oltremodo, faccia piacere tuffarsi nei problemi di qualcun altro, possibilmente opposti ai propri, e vedere come va a finire. E se questi problemi sono anche raccontati con maestria, tanto meglio, il viaggio sarà più eccitante. O forse dovrei dire che questa è una delle cause che rendono il viaggio eccitante.

Questo...
... o questo?
Così, calarsi nelle braghe di un adolescente sfigato e butterato che, per raggiungere il colmo della sfiga, si imbatte nella macchina infernale, dona una nuova vibrazione al piattume della vita adolescenziale in cui si spera che qualcosa accada, ma in cui alla fine non accade mai nulla. Questo è il vero motivo per cui mi sono ritrovata con Christine tra le mani e non Il manuale della perfetta Baby sitter.

Che poi, grazie alla bravura dello scrittore, questo stesso romanzetto sia riuscito a divertirmi anche in età meno acerba, beh, valorizza ancor più l'ipotesi che i libri non si leggono solo per fare esperienza, come qualcuno sembra voler sottolineare ogni volta che cerca di incoraggiare i non lettori a diventarlo, ma per trarne piacere anche attraverso il godimento dell'arte del saper scrivere bene.

Un hobby, niente più.

Niente elevazioni spirituali per il solo fatto di decifrare lettere in parole da un volumetto rilegato, niente meriti sovraumani o altri ameni fini spirituali: puro e semplice divertimento.

A questo punto, spesso mi sono chiesta: e allora, perché insistere così tanto affinché altri si approccino a questo hobby?
Tanto lo sappiamo, leggere non vuol dire accrescere la propria cultura. Non leggere come lo si fa al giorno d'oggi. Basta scorrere la lista dei Best sellers per rendersene conto.

Ma ve lo concedo, basta con le liste per il momento. Guardiamoci intorno e vediamo un po' da dove ripartire.


mercoledì 12 novembre 2014

Christine: the movie



E come sempre, ad un bel romanzo, specialmente d'azione, segue un film più o meno bello.
Ed infatti nel caso di Christine non fa nemmeno in tempo ad uscire il romanzo che - zack, Carpenter ci fa un film (1983).



Di differenze dall'originale ce ne sono. Diciamo che, forzati dall'esigenza di rispettare i tempi del grande schermo, e magari anche di semplificare il tutto, il regista e gli sceneggiatori rigirano un po' la storia, a volte perdendo molto più di quello che acquistano.
Ma a questo dobbiamo rassegnarci.

Se volete saperne di più, ho trovato questo sito che ne parla ampiamente, davvero interessante: www.allpar.com. Se l'inglese vi è ostico e siete curiosi di sapere quali sono, ad esempio, le differenze tra romanzo e film, o la storia di una delle 23 Fury che sono state impiegate per girare Christine, fatemi un cenno e cercherò di provvedere con una versione italiana. ; )

Per oggi è tutto. Lo so, un post veloce veloce. Perdonate la concisione.

E ora, vediamo che stacchetto ci si può tirar fuori...



sabato 8 novembre 2014

Christine: ieri e oggi



Ma cosa ci trovai in quel romanzetto dell'orrore che parla di macchine - argomento, diciamolo, di un soporifero... - e di scheletri al volante?
Di sicuro qualcosa di potente, se poi è riuscito a condizionare il mio destino di lettrice.
All'epoca non ero in grado di capirlo coscientemente. Mi rimaneva un odore, un sapore che ritrovavo immancabilmente in ogni opera di King, piacevolmente familiare.

E oggi?
Oggi lo rileggo con uno sguardo più critico, più istruito se vogliamo. Riesco a vederne i punti di forza, ma anche i punti deboli, quelli che mi fanno storcere un po' la bocca (e ce ne sono). A volte lo trovo superfluo nelle sue elugubrazioni, a volte poco coerente. Eppure, ancora una volta, mi piace immergermi nel mondo di Christine, mi ci sento a casa, con quello stesso odore e sapore. E ancora mi è difficile definire da cosa questa sensazione prenda forma.

Difficile, ma forse non impossibile.


Da dove viene, ad esempio, questa familiarità?
L'ambiente descritto non è un ambiente particolarmente vicino alla mia esperienza personale, ma neanche lontano. Ci troviamo a contatto con persone normali, che vivono in residenze normali, con rapporti normali e problemi assolutamente normali, almeno fino ad un certo punto. Eppure c'è qualcosa di avvolgente e intricante che potenzia l'identificazione del lettore con i personaggi. Forse è quel modo di raccontare e mostrare dettagli che danno subito l'idea non tanto della situazione o dei caratteri, ma dei rapporti tra di loro.

Ad esempio: Arnie, il ragazzetto sfigato che acquista la macchina infernale, ci viene descritto da Dennis, il suo migliore amico. Cosa dice di lui? Ok, è bruttino e suscita un desiderio inconscio di prenderlo a sberle. Però, è anche uno in gamba, perché sa sempre cosa fare nelle giornate di pioggia, quelle in cui ti toccava stare a casa. E sa come costruire un formicaio, gioco che ha entusiasmato una loro estate intera. Questi dettagli ti fanno vedere non solo l'ingegno apprezzabile del nerd, ma anche la sua solitudine: niente giochi all'aperto con i ragazzini del quartiere, niente partite di baseball, niente gruppo. Solo Arnie e Dennis.
Dietro, come uno spettro, vediamo la famiglia di Arnie: cortese ma freddina, contenta di un figlio che non crea problemi e che crede che la figura di Dennis, da sola, supplisca ampiamente al bisogno di amicizie del figlio. Ma anche questo, almeno fino ad un certo punto, lo intuiamo, per poi averne conferma quando anche i genitori di Arnie acquistano una voce e si fanno conoscere attraverso il loro solito metodo: raccontando le loro relazioni, le loro esperienze.

Dall'altra parte c'è Dennis, descritto attraverso i battibecchi doverosi che ogni fratello maggiore ha con la sorellina minore, una mamma che per hobby gioca a fare la scrittrice, sostenuta dalla famiglia, anche se padre e figlio non possono fare a meno di ridacchiare tra loro delle storie che scrive, e un padre che agli occhi di un Dennis adolescente inizia per la prima volta a mostrare i segni di una vecchiaia incalzante. Quanti adolescenti hanno vissuto una simile epifania? O un simile rapporto di odio-amore con il fratellino minore? O di complicità segreta con uno dei genitori a discapito dell'altro?
Tutti questi dettagli, tutto questo raccontare di rapporti più che di singole persone, tutto questo rende i personaggi estremamente vividi, familiari.

Poi arriva l'evento fatale che distrugge gli equilibri. E ancora una volta, alla descrizione dei fatti viene sempre aggiunta quella dei rapporti tra i personaggi primari e secondari, attraverso ricordi e racconti di eventi passati. Così scopriamo il loro carattere non attraverso il modo in cui si comportano adesso, ma attraverso ciò che hanno vissuto o che sognano o che altri raccontano di loro, che siano personaggi positivi o negativi. Naturalmente, questo li avvicina al lettore che inevitabilmente si affeziona. L'unico che veramente non ha la possibilità di raccontarsi è il cattivissimo, il primo proprietario della macchina posseduta , forse perché il Male fa davvero terrore solo fin quando resta assoluto. Se ci infiliamo l'umanità, diventa comprensibile e, quindi, meno terrorizzante.

Ora, c'è un altro punto che per anni io stessa mi sono intestardita a professare: King ha belle idee, peccato per il suo modo di scrivere...

Ma scrive poi così male?

Prendiamo un esempio:
"I only hope it works that way," she said, and put her head on my chest. I touched her hair.
 "Spero solo che funzioni," disse lei, posando la sua testa sul mio petto. Le toccai i capelli.
Ok, due frasi freddine, rigide.
Un romanzo fatto tutto così mi farebbe rabbrividire, anche se non di paura.
Ma il fatto è questo: Christine non è affatto tutta così. Queste due frasi vengono messe lì come chiusura ad un capitolo in cui avviene poco e niente di sostanziale: assistiamo alla preparazione allo scontro finale. Ma a livello emotivo, questo stesso capitolo è un turbinio di sensazioni: terrore, dolore fisico, senso si colpa, bisogno di conforto, ansia, tristezza, tenerezza. E nel momento in cui tutto è pronto e non ci resta che aspettare, la staticità dello stile di queste due ultime righe rafforza il contrasto tra l'immobilità dell'attesa e il turbinio emotivo descritto fino a poche righe prima, mentre un senso di inevitabilità prende forma nell'ombra.

Tutto sommato, troppo scarso non sembra, vero? Ma, del resto, se King è così famoso e migliaia di aspiranti scrittori leggono il suo On writing in cerca di una guida, un motivo ci sarà.

Di certo questo non basta a spiegare la mia fascinazione di allora. Probabilmente il fatto di essere stata una lettrice giovane e inesperta ha enfatizzato molti dei punti di forza del romanzo, lasciandone magari in ombra i difetti. Eppure mi fa piacere, a distanza di anni, rendermi conto che, tutto sommato, le sensazioni che avevo provato allora sono sopravvissute alla prova del tempo.

Qualcosa mi dice che non tutte le letture che all'epoca trovai interessanti potrebbero reggere ad una simile prova del fuoco.


martedì 4 novembre 2014

Antefatto: quando i bambini dormono



Tanto tempo fa, durante il passaggio tra la scuola superiore e l'università, mi ritrovai a fare la baby sitter per un po'. La bambina a cui badavo era nell'età in cui non si è ancora abbandonata l'abitudine a due pisolini: uno a metà mattina e uno pomeridiano. Va da sé che nel tempo in cui lei dormiva, la baby sitter si guardava intorno con aria annoiata, senza saper bene come passare quel paio d'orette (spesso anche di più) in una casa poco familiare.

In quella stessa casa c'era una piccola libreria. No, niente di eccezionale: una di quelle basse, a tre scaffaletti. Più un mobile di arredamento che non una vera libreria. La mamma della bimba l'aveva comprata in una vendita a ribasso, con già dentro tutti i libri dall'aria importante e dai titoli dorati.

Presto detto: quella libreria in bella vista mi tentava. Inginocchiata sul pavimento, durante uno degli interminabili pisolini, mi misi a sbirciarne i titoli, cercando nomi conosciuti. All'epoca non potevo considerarmi una grande lettrice, anche se credo di poter dire di aver letto più io, in quegli ultimi due anni di professionale, che non tutta la mia classe messa insieme. Avevo avuto incontri ravvicinati con un D'Annunzio, un Dostoevskij, un Tolstoj e qualche Freud grazie alla biblioteca scolastica, anche quella poco più di uno sgabuzzino; eppure, sebbene avessi apprezzato la sostanza di questi capolavori, non avevo ancora sviluppato il gusto della lettura.

Adesso: immaginatemi lì, quasi prostrata davanti alla mini-libreria, presa a controllare le coste: Il signore delle mosche... La linea d'ombra... L'amante di Lady Chatterly... Christine, la macchina infernale - Stephen King...

Stephen King.

Anche se siete davvero a digiuno di letture, sapete sicuramente chi sia Stephen King. O almeno di che genere tratti. Ed io amavo quel genere, anche se conosciuto solo tramite la televisione.

Sfilai con attenzione Christine dal suo scaffale e, altrettanto prudentemente, ne iniziai la lettura. Quel "prudentemente" divenne "a rotta di collo" in poche ore e mi ritrovai talmente persa nella lettura da essere quasi incapace di fermarmi. Dopo qualche giorno di agonia in cui, con malcelata riluttanza, abbandonavo il volumetto sullo scaffale al momento di tornarmene a casa (momento che spesso coincideva con il risveglio della bimba dal secondo pisolino), la mamma della pargola mi disse: "portatelo via con te, me lo ridai quando l'hai finito".
Adesso che ci penso, quella è stata anche la prima volta che qualcuno mi ha prestato un libro.


Come spesso accade ai lettori, anche  a quelli in erba, Christine fu fagocitata in quattro e quattr'otto. Rimessa al suo posto con un pizzico di maliconia, mi sentii subito un po' sperduta. Come colmare quel vuoto? Ma naturalmente cercando un sostituto.
La bassa libreria sembrava ammiccare verso di me, quasi fosse posseduta anche lei da qualche potere oscuro e io, proprio come Arnie, il protagonista di Christine, mi lasciai convincere al volo. Non ricordo quale fu il volume successivo, ma ricordo di averli letti quasi tutti. Pochi furono quelli che non apprezzai affatto, ma anche quelli furono letti doverosamente fino alla fine.

Questa è stata l'origine della mia ossessione per i libri.
Buffo, vero? Tutto è nato non da un grande classico, non da un capolavoro moderno, ma da un racconto dell'orrore nemmeno troppo importante di Stephen King.

Ma cosa ci trovai, allora, di tanto esaltante? Cosa ci troverei ora, a rileggerlo, dopo tanto tempo?

Come dicono i cartoni animati giapponesi: to be continued...



venerdì 31 ottobre 2014

La Lista



A questo post è da un pochino che penso: da quando ho letto questo della Clarina. E, per essere più precisi, da quando ho sbirciato ai commenti che sono seguiti.

In poche parole, parliamo di liste.

mondeautochtone.blogspot.sg
Io ho un doppio istinto verso le liste: da una parte le rigetto.
Prendi le liste tipo: i cento libri che devi leggere prima di morire. Un bravo lettore incuriosito osserva la lista con mille aspettative, segue i titoli con fiduciosa creduloneria (mi daranno delle letture mozzafiato, non come le mille ciofeche che trovo sui primi scaffali delle librerie) e, nel miglior caso, ne riconosci la metà, ne hai letti la metà della metà della metà e ti dici che, tutto sommato, avresti anche potuto fare a meno di leggerli, perché così fondamentali, per te, non lo sono stati.

Oppure: le dieci cose che devi sapere per diventare un buon lettore/scrittore/narratore, eccetera eccetera. Leggi i punti con attenzione e scopri che sono sempre i soliti luoghi comuni.

Nonostante questo, capita che in determinati momenti della mia esistenza io senta il bisogno di aggrapparmi alle liste, specialmente quelle che iniziano con i numeretti belli chiari seguiti da un trattino o puntino e che continuano fino ad un massimo di... diciamo dieci. Non meno di cinque, non oltre i dieci. Sì, liste essenziali e ordinate, perché la lista, almeno per me, è l'occasione di gettare via gli abiti chiusi ad ammuffire nell'armadio e cominciare a fare le valigie per il prossimo viaggio. E siccome io viaggio sempre con valigie leggere, anche i miei punti lo devono essere.

Questo non vuol dire che poi non mi piaccia andare a leggere le didascalie tra i punti. Mi piace, anzi, capire da dove prende forza l'indispensabilità dei vari numeretti.

Questa la premessa. E, se due più due fa quattro, ormai si è capito cosa seguirà.

Ma UNA LISTA, naturalmente!

Eggià, anch'io frego la solita vecchia idea che probabilmente gira per il mondo da... beh, almeno tanto tempo quanto le catene di sant'Antonio; e, per fare le cose fatte in grande, non mi limito a riportare il numeretto e il titolo del libro, ma ci faccio una piccola rubrica, tipo quella delle Reading in Progress.
Cosa ci troverete dentro? Dai, non facciamo gli ingenui: le opere che mi hanno segnata. Le impressioni o le spinte che mi hanno dato allora, quando per la prima volta le ho incontrate, ma anche le considerazioni che adesso, a distanza di anni e dopo attenta rilettura, mi scatenano.

Prima di iniziare, però, qualche avvertenza:
  • promessa solenne: nessuno dei titoli che comparirà in questo spazietto sarà uno show-off. Niente cose del tipo: "Modestia a parte, all'età di 12 anni ho letto Delitto e castigo e l'ho trovato grandioso". Banditi, quindi, tutti quei testi che un lettore di buon gusto DEVE leggere in favore di quelli che sono stati realmente illuminanti, anche per vie traverse. I miei non sono stati tanti, vi avverto, e non sono nemmeno illustri. Ma, del resto, non tutti i lettori sono capaci di essere folgorati dalla grande letteratura...
  • Visto che siamo capitati in pieno Halloween, il primo romanzo della lista avrà un sentore in tema. Non è il primo in ordine cronologico ad essere stato letto e va da sé che neanche i prossimi rispetteranno una consecutio temporum sensata.Tutto avverrà sull'impulso del momento.
E... ehm... beh, mi sembra tutto. Un po' misera come prima lista, vero?
Ma non ci abbattiamo subito, vediamo come procederà quella vera e propria.