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martedì 21 agosto 2018

Liste di lettura - 1942: Lo straniero


Questo che sorride in maniera così disarmante è Albert Camus, scrittore, filosofo, premio nobel nel 1957 e autore de Il mito di Sisifo e Il primo uomo tra le altre cose.

Se lo conoscete un minimo, capirete del perché questa foto e questo bel sorriso all'apparenza sincero e spontaneo mi abbiano subito catturato.

Cosa c'entri Camus con la lista delle letture di guerra non è difficile immaginarlo, ma prima, come al solito, guardiamoci intorno e consideriamo i lavori del 1942.

Il primo della lista dei pubblicati di quest'anno lo conosciamo: L'alfiere di Carlo Alianello.
Ci ritroviamo anche uno scrittore spagnolo da premio nobel come Camilo José Cela col suo La famiglia di Pascual Duarte, La luna è tramontata di Steinbeck, qualche Maigret e poco di più.

Tra quel poco di più ci troviamo Albert Camus, anche lui premio nobel, col suo Lo straniero. Uno di quei romanzi che bisogna leggere almeno una volta nella vita - o forse no -, e che di sicuro non parlano della guerra, ma subiscono un'enorme influenza dal sentimento generale di pessimismo imperante che ormai nel 1942 era ben più che tangibile.

Di cosa parla Lo straniero? In due parole:

Protagonista de Lo straniero è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Persino al funerale della madre, Meursault assiste con una distaccata apatia. Un giorno, a causa di un litigio tra un suo conoscente e un arabo, inesplicabilmente Meursault uccide l'arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne.
Preso da qlibri

Di analisi su questo testo ne trovate a bizzeffe, e mi fa strano che alcune siano state buttate giù dando l'impressione di non conoscere affatto la corrente dell'esistenzialismo, a cui Camus si sente evidentemente vicino.
In ogni caso, proviamo a raccontare le mie impressioni, tanto per chiarirle prima di tutto a me stessa. 

Le uniche cose reali che sembrano esistere in questa storia sono la calura del giorno riarso dal sole algerino e la frescura delle sue serate. Per tutto il romanzo il calore, l'afa, il senso di soffocamento e il sollievo del calare della sera fanno da padrone. 

Accanto a questo disagio percettivo continuo che sembra quasi gettare il personaggio e il mondo intero in uno stato febbrile, ci sono le intuizioni esistenziali del protagonista narratore in prima persona.

Quali sono queste intuizioni?
In breve:
  • La morte è l'unico punto fisso in ogni esistenza;
  • Come quest'esistenza venga vissuta è una faccenda del tutto priva di importanza.
Che la morte sia il punto d'arrivo dell'esistenza, si sa e non ci si può fare molto. Bisogna rassegnarsi.
Che arrivi subito o tra venti anni, la lotta dell'individuo, che per sua natura è portato a ribellarsi alla sua sorte banale, è priva di senso. Eppure questa lotta è anche l'unico mezzo per arrivare all'accettazione della verità. E qual'è la verità se non che la vita non sia null'altro che ciò che precede il punto fermo che è la morte?
La vita, quindi, non ha un senso in sé, ma viene definita solamente in virtù del suo punto d'arrivo, che è appunto la morte.

Una volta che si è capito che la vita non ha un valore intrinseco, è facile giustificare l'indifferenza quasi snervante del personaggio. I sentimenti sfiorano appena l'essere cosciente, il senso di straniamento si fa sempre più concreto perché questo è l'unico modo sensato di vivere la vita, che non è altro che il lasso di tempo che ci separa dalla morte.
E dopo la morte?
No, non vi illudete, niente speranze: un vuoto eterno, il niente.

A questo punto, che senso dare alla vita? Ma soprattutto, come viverla, questa vita?
Come vi pare, naturalmente. Perché nulla ha importanza.
Non ha importanza distaccarsene o cercare di aggrapparsi ad essa, non ha senso cercare relazioni, empatizzare con gli altri o, al contrario, isolarsi in una torre d'avorio. Meursault ce lo dice col suo agire: egli non si isola dal mondo, ma continua a muoversi in esso come una persona qualunque, anche se, ad un livello più intimo, lui si limita a subire, più che vivere, gli accadimenti. È come se tutto quello che vive gli capitasse e basta, quasi fosse anestetizzato alla vita.

Tuttavia, questa sua incapacità di sentire la vita, come anche la consapevolezza che essa non abbia alcun valore, non gli evita di aver timore della morte.
Anzi, giustifica questa paura come una cosa naturale, parte dell'umanità dell'individuo. Allo stesso tempo, l'individuo non deve sentirsi sopraffatto dal suo timore, perché alla fine anche esso non è altro che un passaggio naturale e obbligato, almeno quanto lo sono la vita e la morte.

L'ultima riflessione che verrebbe da fare è quella che riguarda la reazione della società, degli altri uomini davanti a quest'uomo esistenzialista. Come nei vecchi drammi greci, c'è una nemesi, il riconoscimento dell'identità e delle qualità dei personaggi davanti alla giustizia degli uomini. Ma se nei classici il ruolo dell'assemblea degli uomini era quello di riabilitare l'eroe agli occhi della società e riammetterlo nel suo seno, ne Lo Straniero il ruolo del processo è quello di condannare apertamente non tanto il delitto, ma la mancanza di umanità del protagonista, la sua incapacità di partecipare all'assemblea sociale e umana. In mille modi viene ribadita l'indifferenza di Meursault davanti alla morte della madre, la freddezza, l'apatia che lo muovono in tutte le relazioni. Sembra questa la vera accusa che gli si muove contro, quella che lo condannerà a morte.

Insomma, un bel romanzetto allegro, tanto per far dimenticare le brutture della guerra al lettore bisognoso di evasione dell'epoca.

E se vi state chiedendo se mi sia piaciuto, permettetemi di prendermi del tempo per ragionarci su.
Di sicuro è un romanzo che ti parla e fa riflettere.
Ma allo stesso tempo, no, non credo mi stiano simpatici, questi esistenzialisti e filosofi dell'assurdo. La mia natura piuttosto ottimista si sente irrimediabilmente respinta da queste filosofie.

E adesso guardate ancora una volta il sorriso spontaneo del signor Camus, lassù in alto. Il dubbio che sotto sotto nemmeno lui ci creda troppo all'assurdità dell'assurdo salta su da solo, non è così?

 

martedì 14 agosto 2018

Stacchetto sacerdotale



Ma quanti romanzi parlano di preti durante la guerra o nell'immediato dopoguerra?

Graham Greene e A. J. Cronin, con Il potere e la gloria e Le chiavi del regno, li abbiamo appena visti. E qualche tempo fa si parlava di Don Camillo e Peppone, di Giovannino Guareschi, che sebbene il libro sia stato pubblicato verso il 1948, sempre protagonisti del periodo sono.

E poi, se vogliamo proprio girarci intorno, nel 1938 era uscito Vino e pane, di Ignazio Silone, che inizia proprio con un don Benedetto piazzato in attesa dei suoi ragazzi; senza contare che il protagonista militante del partito comunista si traveste da prete per salvarsi dalle persecuzioni politiche.

Nel 1942 c'è Signora Ava, di Francesco Jovine, in cui il protagonista di una vicenda svoltasi alla vigilia dell'Unità d'Italia e della fine del regno borbonico, è un parroco di campagna attorniato da vari personaggi di diversi ceti sociali.
Ma anche l'Alfiere dello stesso anno, dello scrittore Carlo Alianello, (ne abbiamo parlato tempo fa, ricordate?) ha come co-protagonista un monaco francescano. E, guarda caso, anche il romanzo di Alianello si ambienta durante la fine dell'impero borbonico.

In effetti, nel 1942 la figura del prete sembra molto popolare. Anche Diario di un parroco di campagna di Nicola Lisi ha evidentemente al centro della sua storia, scritta in forma di diario, un prete: don Antonio, un anziano parroco in una località del Mugello.

E cosa dire di Lettere agli uomini del Papa Celestino VI di Giovanni Papini, romanzo del 1946 scritto in forma epistolare, in cui il protagonista è il prete per eccellenza, un immaginario pontefice che, rivolgendosi con le sue lettere a tutti gli uomini, dichiara senza esitazione che la rinascita spirituale e sociale dell'umanità non può che venire dal cristianesimo?

E voi, ne conoscete altri di testi che parlano di preti?
La lista è sicuramente lunga. Proviamo ad allungarla ancor di più.




martedì 7 agosto 2018

Lista di guerra - 1940: Il potere e la gloria, di Graham Greene



Dopo tanto parlare di ucronie e barbari, oggi torniamo alle nostre liste di guerra e passiamo al 1940.

Anche il 1940 è un anno ricco di romanzi dai titoli di grande spessore. Abbiamo, ad esempio, I cani e i lupi di Irene Nemirovski, autrice famosa per il suo Suite francese di cui parlavamo appena qualche settimana fa; anche Per chi suona la campana di Hernest Emingway esce quest'anno, insieme a Il deserto dei Tartari di Buzzati e ad altri romanzi di genere minore ma non per questo meno importanti: Il tumulo di H. P. Lovecraft, Poirot non sbaglia di Agatha Christie, Addio, mia amata di Raymond Chandler.

Tra i titoli di quest'anno compare anche Il potere e la gloria di Graham Greene, autore che non conoscevo, ma che sembra ben noto e apprezzato tra gli scrittori del '900.

Ma prima di raccontarvi della lettura vera e propria, vi vorrei riferire in breve
le mie personali vicissitudini intorno al testo.

Cercando e sbirciando sulla rete, ho trovato Il potere e la gloria in una di queste librerie digitali gratis da cui spesso scarico opere vecchiotte, quando non antiche. Di solito sono opere dal copy right scaduto e per questo, trovandomi Il potere e la gloria nei loro archivi, mi ritrovai abbastanza sorpresa. Tanto vecchio non è, mi dissi, ma chi lo sa, magari i diritti d'autore inglesi hanno vita più breve di quelli italiani. Forse avrei dovuto insospettirmi un po' di più, ma non lo feci, anche in virtù della piena fiducia che nutro incondizionatamente per le librerie virtuali in genere.

Iniziai quindi la lettura senza esitazioni. Ma ecco, già dalle prime pagine fu chiaro che qualcosa non quadrava. La copia digitalizzata era stata caricata con qualche mancanza: di tanto in tanto si aprivano dei buchi nella narrazione, a volte di una sola pagina, a volte più sostanziosi.
All'inizio ho pensato di poter anche chiudere un occhio, di riuscire a cavare un senso anche senza le pagine assenti, ma quando mi sono ritrovata con una fine  troncata ancor prima della scena risolutiva, sono corsa a controllare da dove venisse la copia scaricata: dall'India.
Ok, mi sono detta, magari la persona che lo ha caricato non era pratica, o ha fatto un lavoro frettoloso. Salvo poi constatare sulla copia italiana, prontamente acquistata, che le pagine mancanti erano proprio quelle che riguardavano più da vicino il mistero del sacerdozio, dell'eucarestia, della confessione. Le pagine, in poche parole, più toccanti del racconto, mentre il finale trascurato dava un senso compiuto a tutta l'esperienza del personaggio e chiariva molti passaggi che, fino a quel momento, erano passati al mio sguardo come minori.

Non mando imprecazioni a quel tizio che, mi viene il dubbio, ha cercato di boicottare il romanzo (dubito che una persona senza un chiaro intentoin questo senso avrebbe saputo fare un'opera di epurazione tanto precisa), anzi, lo ringrazio, perché durante la seconda lettura le parti che mancavano nella prima versione sono risaltate ancor di più e hanno dato ancor più senso al messaggio di Greene.

Ma di cosa parla Il potere e la gloria?

Greene scrisse il suo romanzo in seguito ad un viaggio nelle terre del Messico proprio all'indomani della fine della persecuzione anticattolica. L'esperienza colpì notevolmente lo scrittore, tanto che gli fu d'ispirazione.

E qui ci sta bene un po' di storia.

Il Messico, da sempre paese dalla fortissima tradizione cattolica, si ritrovò nel XX secolo ad essere governato da una élite filo-americana a forte componente anti-cattolica.
Col mutare dei sentimenti, sempre più frequenti divennero le violenze contro la Chiesa e i cattolici e l'autorita non solo tollerava un simile stato di cose, ma lo incitava, tanto che nel 1915 si giunse ad assassinare 160 sacerdoti.
Nel 1917 si promulgò una legge sulla disciplina dei culti, legge che tuttavia solo nel 1926 il presidente Plutarco Elías Calles, fortemente anticattolico, applicò alla lettera. In essa si comandava la chiusura delle scuole cattoliche e dei seminari, l'esproprio delle chiese, lo scioglimento di tutti gli ordini religiosi, l'espulsione dei sacerdoti stranieri e l'imposizione di un "numero chiuso" per quelli messicani, che avevano l'obbligo di obbedire alle autorità civili; inoltre si arrivò al divieto di utilizzare espressioni come: «Se Dio vuole», «a Dio piacendo», il divieto per i presbiteri di portare l'abito talare e in alcuni stati si tentò perfino di costringere i preti a prendere moglie. Agli impiegati cattolici si impose di rinunciare alla propria fede per non perdere il lavoro e in tutto il Paese iniziarono attacchi ai fedeli che uscivano da Messa o alle processioni religiose. Spesso erano proprio le autorità civili a fomentare i malumori.
(ripreso più o meno parola per parola da Wikipedia)

Questo l'evento che ispirò Graham Greene. E questa di seguito la trama che ne è venuta fuori:
In un Messico insanguinato dalla rivoluzione, in un paese che perseguita, fucila o costringe al matrimonio i ministri di Dio, l'ultimo prete è braccato in una spietata caccia all'uomo. Su di lui pende una taglia, un Saint-Just idealista e implacabile segue le sue tracce. La preda non ha nome. La gente lo chiama «il prete spugna». È indegno, debole, impuro. Il peso delle sue colpe è l'unico bagaglio che si porta appresso. Vorrebbe mettersi in salvo, allontanarsi per sempre da quell'angolo di mondo dimenticato da Dio e che di Dio sembra volersi dimenticare. Ma una forza più grande della sua debolezza lo costringe a ritornare sulla via del suo calvario. 

L'onore e la gloria, in verità, non è la storia di un prete ubriacone e lussurioso che vive nel Messico anti-cattolico e cerca di rimanere vivo. Il potere e la gloria è la storia di tutta la Chiesa e dei suoi ministri.
Il prete, protagonista principale, non viene mai nominato per nome, quasi non ce ne fosse bisogno, perché lui non è un individuo, ma è IL sacerdote di Dio. È il sacerdote che sente e vive la pietà e la carità nei confronti dell'umile e del sofferente, persino del traditore, ma è anche il prete orgoglioso, saccente, ubriacone e vizioso, pronto a tornare alle sue logiche meschine, a raccimolare denaro appena gli si presenta l'occasione. E purtuttavia non mette mai in discussione i misteri della fede cattolica, anche se poi non è in grado di seguirne i precetti.
Personaggio che ricorda fortemente i tanti papi e vescovi nella storia della Chiesa che, pur difendendo e mai minando i dogmi e i precetti sacri, si sono lasciati sedurre e corrompere dalla mondanità, dalla vita terrena, la stessa che seduce il prete del romanzo di Greene.

E nonostante questo, il prete non è una figura perdente.
Mi piacerebbe qui raccontarvi la fine, decantare le bellezze di un compimento narrativo davvero efficace, ma poi vi rovinerei la sorpresa. E allora passo a raccontarvi dell'altro personaggio importante della storia, di cui non tutti i commentatori sembrano essersi accorti: il tenente.

Il tenente è di fatto un militare indio. Uomo brusco, crede fortemente nella sua missione: quella di estirpare il male cattolico dal paese per il bene del popolo. Questa è la fede in nome della quale compirà anche atroci delitti contro lo stesso popolo. Disposto ad uccidere innocenti pur di scovare l'ultimo prete fuggitivo, non è tuttavia un uomo cattivo. Più volte lo vediamo compiere atti gentili nei confronti dei deboli. Alla fine, in fondo in fondo, vuole la stessa cosa che vuole anche il prete: la salvezza degli uomini. La differenza tra i due la spiega magistralmente il prete, nel loro ultimo incontro:
Questa è un'altra differenza tra noi. Quello che fate per realizzare il vostro scopo non serve a niente se voi personalmente non siete uomini buoni. E non ci saranno sempre uomini buoni nel vostro partito. E allora vi ritroverete con la solita fame e violenza e voglia di arricchirsi a ogni costo. Invece, il fatto che io sia un vigliacco... e tutto il resto, non ha molta importanza. Io posso ugualmente deporre Dio nella bocca di una persona e posso darle il perdono di Dio. E questo varrebbe anche se ogni prete della Chiesa fosse come me.
Un uomo da solo, per quanto giusto, non può portare il bene lontano.
Senza Dio e senza la fede, per quanto giusto, quell'uomo non produrrà cambiamenti duraturi. E il fatto che la Chiesa sia ancora in piedi dopo duemila anni nonostante le mille mancanze e meschinità degli uomini lo dimostra.

Prima di smetterla di tormentarvi con le mie chiacchiere su Il potere e la gloria che, come si sarà capito, mi è davvero piaciuto, vi racconto un altro aneddoto.

Alla sua prima apparizione, il romanzo fece scalpore laddove meno ne avrebbe dovuto fare, ossia negli ambienti cattolici, tanto che rischiò persino di venire posto all'Indice dei libri proibiti della Chiesa. Fu l'intervento del cardinal Montini, futuro papa Paolo VI, che lo salvò dalla sua sorte. Del resto, papa Paolo VI dimostrò in più riprese una grande stima nei confronti dell'opera di Greene. E Greene, consapevole della forte componente anticonformista della sua opera, commentò:
Il prezzo della libertà, anche nella Chiesa, è l'eterna vigilanza, ma io mi domando se uno qualsiasi degli Stati totalitari, sia di destra o di sinistra, mi avrebbe trattato con la stessa gentilezza.
E per finire, ho trovato un video di Rai Cultura Letteratura in cui il critico Edoardo Rialti parla del romanzo di Greene. Se avete tempo, dateci un'occhiata. Spiega molto bene il romanzo e il suo significato, molto meglio di quanto possa fare io.




martedì 31 luglio 2018

Immagini de L'abisso del passato


Eccomi qui, dopo una pausa di riflessione (in verità abbiamo passato un lungo week end su un'isoletta isolata della Malesia e io ho dimenticato di programmare il post di venerdì scorso), continuo a tediarvi con le mie letture. O forse non proprio...

Avrei voluto tirar dritto e passare alle letture del 1940 e ai romanzi pubblicati in quell'anno, ma come si fa? Ho appena fatto una breve ricerca sui volumi de L'abisso del passato e ho scoperto due cose interessanti che devo assolutamente raccontarvi.

La prima è che ci sono tantissime edizioni del romanzo di L. Sprague de Camp, almeno in inglese, tanto per sottolineare quanto questo racconto sia importante per la storia del genere ucronico.

E la seconda è che le copertine di tutte queste edizioni sono spettacolari!
E adesso ve ne propongo una carrellata, tanto per darvi un'idea.
Guardate un po':



 Prime Press (USA) (1941) 1949 ristampa (variante gialla)
Pubblicato da Henry Holt and Company,1941

Pubblicato da Pyramid Books, 1 febbraio 1963


Pubblicato da Pyramid Science Fiction, 1969
 

Pubblicato da Random House Publishing Group, 1974

Pubblicato da Del Rey, 1979

Pubblicato da The Easton Press, Norwalk, Connecticut (1988)



I miei preferiti fin'ora?
Quello dalla copertina gialla del 1949, senz'altro! E anche quest'ultimo, con il protagonista Martin Padway diviso a metà.
E non finiscono qui!

Se ne volete scovare altre, vi rimando al formidabile google.
Buona caccia!




venerdì 20 luglio 2018

Tempi di guerra, tempi di letture

Libri

Dopo aver letto tanto sulla guerra e, in particolare, sulla seconda guerra mondiale, una forte curiosità mi ha spinto a chiedermi: cosa si leggeva e, quindi, cosa si pubblicava durante quegli anni?

Seguendo questa mia curiosità quasi infantile, mi sono andata a cercare la lista delle pubblicazioni degli anni che vanno dal 1939 al 1943 (ultimo anno ufficiale della guerra per l'Italia) e mi sono detta: perché non far finta di essere una lettrice di quel periodo? Tanto per vedere il vento che spirava, cosa interessava al pubblico, il gusto dell'epoca.

Wikipedia mi ha dato una mano ed ecco qua: mi ha fornito su un piatto d'argento le liste di pubblicazione anno per anno. Certo, i titoli non sono numerosi come lo sono al giorno d'oggi, che a quanto pare in un solo anno si pubblica più di quanto si possa leggere in dieci - stima personale e del tutto inaccurata -, ma anche così un qualsiasi lettore forte non ha di che lamentarsi.
Mia intenzione era scegliere un titolo per anno, seguendo l'impulso del momento, senza grandi aspettative.

Non negherò di aver avuto parecchie sorprese da questo esercizio abbastanza insensato. Sorprese di cui, naturalmente, vi parlerò dettagliatamente.
Tuttavia, prima di iniziare con la mia lista di letture della guerra, vorrei ricordare un paio di cose.

La maggior parte dei romanzi pubblicati in questo periodo non ha espressamente come argomento la guerra. Eppure essa è sempre presente. Spesso le opere, pur svolgendosi intorno ad argomenti estremamente lontani dal conflitto, nascono dalla riflessione su di esso. Che sia il sentimento nichilista dei grandi esistenzialisti o il rigurgito anti-militarista che appare e scompare e risulta appena accennato in altri, l'effetto della guerra si sente e come!

Un'altra cosa che è importante ricordare è che molti di questi libri, per essere pubblicati, dovevano passare il controllo di una certa censura. E non mi riferisco solo a quella all'apparenza più rigida dei regimi fascisti e nazisti o bolscevichi, ma anche di quella di popoli più democratici, come quello americano.

Racconta John Steinbeck, nella sua introduzione a C'era una volta una guerra, raccolta di articoli scritti durante la sua carriera di inviato di guerra per la stampa americana, che una certa censura c'era anche da quelle parti. E non solo quella degli organi di controllo della stampa, che correggevano e cancellavano tutti i riferimenti geografici, affinché i nemici non potessero indovinare posizioni e manovre di guerra degli alleati. Il giornalista stesso diveniva il suo primo censore.
Il compito dei giornalisti di guerra era fondamentale in patria, laddove la lontananza e la scarsità di notizie sicure correva sempre il rischio di destabilizzare il morale del "fronte interno". Per questo gli inviati di guerra consideravano come un proprio dovere quello di evitare a tutti i costi di minare l'entusiasmo dell'opinione pubblica americana con notizie eccessivamente scoraggianti, anche quanto queste lo erano per davvero. Da questa auto-censura nascevano notiziari di guerra non solo edulcorati, ma persino fuorvianti rispetto alla realtà della guerra. E vogliamo che una simile operazione non si attuasse anche nei romanzi dell'epoca?

Detto questo, inizieremo dalla prossima volta con il romanzo della lista del 1939. Se vi va, andatevela a sbirciare, la lista, e cercate di indovinare con che cosa vi assillerò.



venerdì 18 maggio 2018

Stacchetto numerico

Sbarco a Durazzo, aprile1939

Ecco qui, uno stacchetto allo stesso tempo un po' guerresco e un po' numerico. Parla di soldati, ma anche di numeri e vittime.
Da qualche parte in Inghilterra, 20 giugno 1943 - Sul molo i soldati a migliaia siedono sui fagotti dell'equipaggiamento. E' sera, si accendono le prime luci fioche dell'oscuramento. Gli uomini hanno in testa l'elmetto, che li rende tutti simili, come lunghe file di funghi. Hanno il fucile poggiato sulle ginocchia. Sono senza identità, senza personalità. Sono unità di un esercito. I numeri segnati a gesso sull'elmetto sembrano numeri di matricola di robot.
Questo l'ho preso da C'era una volta una guerra di John Steinbeck, una raccolta di suoi articoli compilati nel 1943, quando girava per i fronti di guerra in qualità di reporter per i giornali americani.

Molte sono le immagini suggestive che lo scrittore riesce a cogliere come in uno scatto fotografico in questi suoi pezzi, ma questa mi sembra estremamente significativa: uomini senza identità, associati dall'appartenenza a un unico essere collettivo - l'esercito - e marchiati da numeri tanto lunghi da sembrare numeri di matricola di robot, quelli fatti in serie.

Altrove ho letto che nei campi di sterminio, verso gli ultimi anni di guerra, i numeri tatuati sul corpo degli ebrei iniziavano con una lettera, A e B. Per non dover allungare quelle cifre a dismisura, ricominciavano da capo, in serie.

Soldati ed ebrei: carne da macello etichettata allo stesso modo.


martedì 15 maggio 2018

Addio alle armi


Ernest Hemingway a 19 anni, a Milano nel 1918. 
Preso da Wikipedia

Come mi piace questa fotografia di Hemingway!
Non vi vedete anche voi tutta l'innocenza del giovane soldato costretto alla guerra?
Se fosse proprio costretto, non saprei dire, ma di certo anche i più convinti tra i ragazzini che si arruolarono per la causa, quando riuscirono a tornare, si ritrovarono a considerare la guerra abbastanza diversamente da come la vedevano alla loro partenza.

Seguendo le letture sulla guerra, oggi vi propongo un altro post che avevo pubblicato su Anno Domini 500 a seguito della lettura di Addio alle armi, di Ernest Hemingway.
Anche in questo, come nello scorso post, ci sono tante chiacchiere e riflessioni personali che non trovo il coraggio di epurare dal testo. Portate pazienza.

***
Il desiderio di leggere Addio alle armi è nato durante una delle numerose cene di Natale dell'ultimo periodo.

Immaginatevi la scena: intorno a una tavola imbandita a festa, tre coppie di amici festeggiano. In sottofondo gli schiamazzi allegri dei bambini, lasciati a loro stessi in un cantuccio della sala. D'un tratto, la conversazione piuttosto leggera passa di bocca in bocca fino a raggiungere un amico olandese nato a Singapore, cresciuto in Canada, sposato in Spagna e tornato a Singapore. Lui racconta di suo padre ormai ultra ottantenne e della sua ossessione per i ricordi legati alla guerra. L'anziano signore ama far partecipe i suoi cari delle memorie di quei giorni lontani. Per ore, ogni volta che la famiglia del figlio va a trovarlo, costringe la nipotina a sorbirsi gli stessi racconti, tanto che il nostro amico spesso si vede costretto a chiedergli di cambiare argomento, di raccontare, ad esempio, dei suoi viaggi in mare, quando, dopo la guerra, faceva da capitano a una imbarcazione mercantile.
Di solito, racconta il nostro amico, l'invito viene accolto con una risatina apologetica: "Dai, lasciami finire. Del resto è stata l'avventura più grande della mia vita".

Alla battuta finale, che il mio amico racconta con un sorriso indulgente, io rimango pensierosa. Decido allora di raccontare la mia esperienza di figlia di soldato semplice della seconda guerra mondiale.

Mio padre non ci diceva molto della guerra. E quando lo faceva, parlava della notte di Natale di quell'anno in cui furono prigionieri dei tedeschi (per chi l'ha dimenticato, dopo la firma dell'armistizio nel '43 i tedeschi radunarono gran parte delle truppe italiane sparse sui vari fronti per rinchiuderle nei campi di prigionia, affinché non prendessero le armi contro di loro). La notte di Natale, dicevo, i tedeschi decisero di fare un regalo ai camerati italiani: per cenone, spaghetti al sugo.
Solo che il sugo, al palato raffinato dei soldati italiani, sapeva di marmellata, o forse più probabilmente di ketchup. Ma loro non si lasciarono scoraggiare. Corsero alla fontana, dove già una piccola calca impediva il passaggio, e deprecando il cattivo gusto dei tedeschi o il loro contorto senso dell'umorismo, sciacquarono gli spaghetti e se li mangiarono a piene mani, in fretta, perché la fame era tanta.

Un'altra delle storie di guerra che mio padre amava raccontare era quella delle corse degli scarafaggi, quando lui e suoi commilitoni acchiappavano quelli più grossi per poi posizionarli su una linea di partenza immaginaria, sulla branda di uno di loro, e scommettevano sigarette fatte con bucce di patata sul vincente.
Noi bambini ridevamo delle sue avventure di guerra.

Col passare del tempo, i racconti si fecero sempre meno frequenti, un poco perché gli adolescenti sono meno pazienti con le narrazioni delle vite dei vecchi. Hanno troppa fretta di diventare attori di prima scena per ascoltare l'esempio di qualcun altro. Fino a quando ci si rende conto che si vorrebbe davvero saperne di più, ma ormai è tardi (mio padre morì quando io avevo 18 anni).

Nella mia infanzia ho sempre pensato alla guerra come a un'esperienza tragi-comica, senza rendermi conto che, dietro all'enorme cicatrice che mio padre portava su tutta una guancia e che noi bambini consideravamo un tratto naturale dei suoi lineamenti, c'era ben più che un vecchio sfregio. Sotto la pelle cicatrizzata c'era l'esperienza del terrore puro di essere colpito da una scheggia in faccia, e il dolore che le dita dell'ufficiale scavavano nella carne per strappare via quella scheggia, nella terra sporca della trincea.
Allora, ascoltando mio padre, io non me ne rendevo conto, come non mi rendevo conto di cosa significasse quella medaglia d'oro al valore tenuta in una piccola cornice appesa al muro e che oggi mio fratello porta ancora al collo in suo ricordo.

Adesso lo capisco meglio, anche grazie alla lettura di Addio alle armi di Ernest Hemingway. Capisco meglio anche la guerra, bestia feroce che non è fatta solo del fuoco nemico o della fame, ma anche del caso avverso, di una sfiducia incolmabile, della perdita o della rinuncia a ogni valore umano.

Hemingway trasmette al lettore questa lucida comprensione della guerra e, più in generale, del mondo, in due modi stilistici e narrativi molto efficaci, anche se apparentemente inconciliabili: il primo è il modo delle frasi brevi, essenziali, fredde e staccate da ogni sostrato emotivo. Quello che si percepisce è un senso di profondo straniamento, quasi un'anestesia del sentire. Veloce e senza indugi, la voce narrante mette a fuoco gesti semplici, fotogrammi di un paesaggio e di un'esperienza che non si interroga, non si ferma a soppesare e a dare un giudizio, ma subisce lo scorrere del tempo, dei luoghi, degli accadimenti.
L'altro modo narrativo, quello del flusso di coscienza, in un certo senso funziona come il primo, ma si rivolge a osservare l'interno, l'anima di un uomo che era riuscito quasi interamente a perdere la sensibilità e che d'un tratto si risveglia nel panico davanti a sentimenti perfettamente umani, come la paura per la morte di una persona amata.

Così lontano dallo stile di Alianello, letto solo qualche tempo fa, eppure riesce allo stesso modo a coinvolgerti. Ma mentre il punto di vista di Alianello è quello di un uomo che vede infranti dalla guerra uno a uno tutti gli ideali in cui credeva e per cui lottava, in Hemingway la frantumazione c'è già stata. Il suo personaggio, in un certo senso, cerca di riemergere da una rassegnazione dell'anima, anche se raramente sembra farlo con consapevolezza o con convinzione. Fa parte anche questo della sua assenza di sensibilità, di numbness, come lo chiamano gli inglesi, rendendo bene l'idea.

Addio alle armi non finisce bene. E anche il titolo, secondo me, lo dichiara. Perché viene quasi da pensare che quelle armi, in verità, non siano i fucili della guerra, ma le armi che l'uomo assuefatto allo spettacolo dei campi di battaglia possiede per sconfiggere la sua incapacità di provare sentimenti umani. Il fallimento della sua guerra personale, un fallimento completo, che si riverbera in quello della guerra reale, sancisce la resa, la sconfitta, l'abbandono, probabilmente, di ogni tentativo di tornare a una vita da uomo normale.

Tirando le somme, mi è piaciuto questo romanzo?
A volte no, a volte, soprattutto nei dialoghi tra i due amanti, l'ho trovato insulso. Ma poi, ragionandoci sopra, la funzione delle battute scambiate una dietro l'altra di voci narranti che spesso si confondono hanno lo stesso scopo del flusso di coscienza del personaggio che narra, o delle descrizioni secche e rapide: rovesciare sul lettore un flusso ininterrotto di dettagli che riesca ad arrivare immediato e a colpire proprio in virtù di questa sua immediatezza.

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Addio alle armi è il secondo e ultimo romanzo di guerra raccontato da uomini che vi propino per il momento. 
E adesso, uno stacchetto, veloce veloce, a rallegrare il blog.



venerdì 11 maggio 2018

Romanzi di guerra: L'Alfiere



Scrivendo di un periodo pieno di guerre come lo è il VI secolo, viene normale interrogarsi sulla guerra stessa e sentire il bisogno di documentarsi. Documentarsi sugli aspetti prettamente teorici, certo (tattiche, strategie, artiglieria, eccetera, eccetera), ma anche sulle persone, sui vissuti degli uomini, in senso materiale (come si viveva e moriva in guerra?), ma anche psicologico e morale.
Per questo l'anno scorso mi sono avvicinata a scrittori che parlavano di guerra, anche se non di guerra al modo antico. L'esperienza è stata molto istruttiva.
Due sono state le letture che mi hanno particolarmente affascinata, tanto da scriverci sopra un paio di post per il vecchio blog Anno Domini 500. Oggi vi ripropongo il primo.
Farcito delle mie beghe giornaliere, poco è lo spazio che dedico all'analisi del testo. Mi riprometto di far meglio la prossima volta, col prossimo romanzo dello stesso autore.

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In questo periodo di intenso lavorio mentale, ma anche fisico, mi ritrovo a guardare i libri che continuano a cicciare sui miei scaffali o sul mio lettore e mi chiedo quando mai avrò il tempo - o la voglia - di leggerli.
Pessima china, quella che la pigrizia mi induce a seguire.
Perché, se è vero che qualcuno suggerisce di non leggere durante il lavoro di prima stesura per non lasciarsi influenzare dallo stile altrui (Robert Masello, Robert's Rules of Writing, Rule 14), è anche vero che se limito le mie letture limito anche la mia scrittura: le idee scemano, le parole si appiattiscono e il testo non riesce a vestirsi delle sfumature che invece io tento di dargli.

E così, proprio nel mezzo della stesura di una nuova avventura del ragazzo dall'occhio cieco, il protagonista de Il sangue degli infanti, mi sono fermata un momento. Arenata, se vogliamo.

Conosco il soggetto, conosco i personaggi e la loro storia, ho già davanti agli occhi persino gran parte delle scene. Eppure, scrivendo, mi rendo conto che, ponendola in questa forma, con queste parole e queste immagini, sto mancando qualcosa.

Che sia giunto per me il primo "blocco dello scrittore"?
Come riscuotermi e superare la famigerata impasse?

Molti dicono "scrivi!". Ma io ho deciso di ignorare i molti e di dar retta al mio istinto che mi dice: "Leggi!"

Per questo, durante la scorsa settimana, ho cercato tra i miei libri sparsi qualche lettura che mi potesse stuzzicare, per tornare pian piano a leggere sul serio, possibilmente con gusto.

Tempo fa mi è stato consigliato Carlo Alianello, scrittore italiano morto nel 1981 che ha dato il via al revisionismo risorgimentale. Uno scrittore coraggioso, che durante il periodo fascista non ebbe paura di andare controcorrente e raccontare la storia del risorgimento italiano da un punto di vista scomodo: quello del regno di Napoli invaso dai garibaldini.

Mi sono ritrovata nel lettore il suo L'alfiere (1942) e ho iniziato a leggerlo senza entusiasmo, appassionandomi a ogni paragrafo sempre un pochino di più.

Sinossi (ripresa da Amazon):
Pino Lancia è alfiere nell’esercito delle Due Sicilie, “un giovanottone alto e quadro a cui l’uniforme turchina dei Cacciatori a piedi stava come un guanto”, un novellino che si ritrova nella battaglia di Calatafimi contro le camicie rosse. È il 1860 e la spedizione dei Mille squassa l’Italia. Liberale nell’animo, Pino servirà il suo re, Francesco II di Borbone, sino alla fine, a dispetto di ogni convenienza. Attraversando l’Italia in guerra in compagnia di un giovane francescano, mentre intorno a lui si dipana un’animatissima “commedia umana” di eroismo, amore e viltà, l’alfiere assiste alla caduta del regno e all’unificazione del paese sotto le insegne sabaude.
Impressioni? Una scrittura efficace. Antica, ottocentesca, forse perché erano quelli i modelli ancora vigenti al tempo in cui l'opera vede la luce, il tempo in cui la retorica fascista imperava anche quando la materia che descriveva era ben lontana dalla sua propaganda, come ho letto da qualche parte; o forse, per come mi sembra di intuire, perché lo scrittore voleva far eco alla materia e al sentimento del periodo risorgimentale di cui racconta.
Un buon contrappunto di descrizioni belle, se mi si scusa la banalità del termine, e analisi interiori dei personaggi sincere e commoventi.

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A distanza di mesi torno a ripensare a L'Alfiere con una visione più completa del romanzo. E devo ammettere che, nonostante i mille punti di riflessione e di forza, l'opera non manca di alcune debolezze.
Ad esempio, il rapporto tra la storia dell'alfiere Lancia e del giovane francescano: dalla sinossi di Amazon, il religioso sembra un cagnolino alle calcagna del protagonista. In verità il francescano è una specie di doppio dell'alfiere Lancia, anche lui alla ricerca di una sua strada che gli consenta di perseguire l'ideale.
Ed è significativo che, alla fine del romanzo, entrambi i protagonisti debbano fare i conti col fallimento di questi ideali.
Mentre l'alfiere Lancia deve rinunciare a un'illusione che si regge sui valori ormai superati incarnati dal regno borbonico in dissoluzione, il giovane francescano non può giustificare la crudeltà della guerra tra fratelli, per quanto l'ideale dell'unificazione non venga visto in sé come cattivo.
Il francescano parte dalla sua Sicilia con l'intenzione di incontrare Garibaldi e di fargli capire che l'unità auspicata non ha bisogno di carneficine. Ma naturalmente Garibaldi non lo incontrerà mai, e davanti al fallimento suo e della sua fede nel sentimento di fratellanza che dovrebbe essere il vero slancio dell'umanità in genere, il francescano non trova altra via d'uscita che sacrificarsi sulle barricate, in un atto quasi folle di protesta.
Alianello, nascosto tra le righe, sembra quasi dire: "è questo che spetta all'idealista: un'amara disillusione nel migliore dei casi, o una morte da invasato, se per caso cerca di ribellarsi". 

Nella volontà dello scrittore, questi due personaggi dalle storie parallele rappresentavano due facce della stessa medaglia. Eppure, finita la lettura, si ha l'impressione che la narrazione sia in qualche modo sbilanciata in favore dell'alfiere Lancia. E questo, almeno per me, lettrice fissata con gli equilibri, viene percepito come un'imperfezione.

Tuttavia, come ho detto, è un piacere leggere il lucido e onesto Alianello. Lui non parteggia per l'una o l'altra visione del mondo. Lui riporta senza veli i moti dell'animo dei protagonisti e, attraverso la loro parabola, mostra l'evoluzione di un'epoca.

Credo sia davvero un peccato che uno scrittore del genere sia quasi completamente ignorato. Ma si sa, a volte è scomodo parlare di argomenti che nascondono punti di vista diversi da quelli dominanti.



martedì 7 ottobre 2014

La storia degli storici

E cosa succede quando, allontanandosi dalle testimonianze di prima mano, ci si ritrova secoli e secoli lontani a studiare quegli stessi avvenimenti, ma raccontati da intermediari?

Ci si ritrova sui banchi di scuola, a sfogliare manuali di storia incapaci di divulgare se non poche e superficiali notiziole. Se si è fortunati, di tanto in tanto, tra le date senza senso e i riassunti striminziti, ci si imbatte in notizie stuzzicanti che per un attimo ti fanno intravedere cosa potrebbe nascondersi dietro al piattume delle informazioni standardizzate. Per me, tanto tempo fa, è stato il riferimento all'assassinio di una regina gota per mano di un suo cugino associato al trono a farmi scivolare tra barbari illuminati e romani in decadenza. La storia, naturalmente, si è rivelata un po' più complicata di quello che in una lettura superficiale poteva apparire. Da lì sono arrivata alla cronaca di Procopio, ma anche a storici più moderni che mi hanno raccontato quella stessa storia da un punto di vista diverso: quello dello studioso cresciuto a 1500 anni di distanza, con una gran quantità di fonti a disposizione e sguardo storico del tutto diverso da quello dei contemporanei.

E tuttavia, devo ammettere che i grandi studiosi contemporanei che mi parlano del periodo menzionato non mi dicono, in realtà, molto. Non a caso, una delle mie letture preferite al riguardo è un po' vecchiotta. 

Thomas Hodgkin (1831-1913). Da Wikipedia
Thomas Hodgkin, storico inglese che ha scritto Italy and her Invaders (Oxford, 1880–1899) in otto volumi, si può definire, forse, storico della vecchia scuola. Il quarto volume della sua immensa opera è dedicato proprio alle guerre gotiche. Ed è questa che mi diverto a sfogliare a tempo perso.

La cosa che mi ha affascinato di lui è stata l'accuratezza della narrazione, ripresa direttamente alla fonte. Perché Hodgkin racconta fedelmente il racconto che Procopio fa della guerra, quasi fosse una traduzione, e lo amplia in mille modi diversi. Prima di tutto, usando altre fonti non solo contemporanee agli eventi narrati. Così vediamo la stessa storia guardata da diverse prospettive, anche se poi il punto di vista principale è quello di Procopio.
Tuttavia, Procopio non sempre è in grado di esaudire tutte le nostre curiosità, un po' perché dà per scontato che il lettore dell'epoca non avesse bisogno di tante spiegazioni o descrizioni, un po' perché forse lui non vedeva interesse in quello che a noi affascina di più. A questo rimedia lui, Hodgkin, infilandoci un sacco di  informazioni riguardanti... beh... un po' tutto. Dalla storia degli acquedotti romani, quelli che proprio in questo periodo vengono tagliati e mai più riportati al vecchio splendore, ai luoghi e ai costumi di tutta una penisola italica così come doveva apparire nel VI secolo: tanti dettagli che stuzzicano la fantasia, oltre che la curiosità.

Hodgkin non si limita a organizzare il racconto delle varie fonti. Lui congettura, o riporta congetture di altri studiosi, e così facendo, illumina la vita dei popoli del tempo. E si spinge anche oltre! Perché la sua grande cultura gli permette di spaziare e collegare eventi storici anche lontanissimi, come anche di rendere vivide conoscenze archeologiche che illuminano dinamiche di guerra ormai completamente ignote.
E se non bastasse, Hodgkin ci mette anche un po' di fantasia. Una fantasia sempre tenuta a freno dal rigore dello storico, ma che rende le nozioni estremamente piacevoli da scorrere e percorrere. Un esempio stupendo è la passeggiata che immagina fare a Procopio per le strade di Roma, all'indomani dell'ingresso dell'esercito romano nelle mura. Qui diveniamo diretti spettatori, passeggiamo con Procopio e ammiriamo con lui le magnificenze di una Roma ancora grandiosa, ma già pesantemente in declino. E per chi la conosce così come è adesso, a distanza di 1500 anni, questo tuffo in un passato a malapena intuibile costituisce da solo un divertimento tutto particolare. Sì, perché leggendo la storia raccontata da Hodgkin ci si diverte, quasi si stesse leggendo un romanzo storico.

La storia, allora, può essere raccontata quasi come una fiction, pur rimanendo estremamente fedele alle fonti. Bisogna saperlo fare, certo. E solo chi la ama veramente, secondo me, riesce nell'intento. Hodgkin, si vede fin dalle prime righe, aveva una passione infinita per la storia e una dote rara: quella di saperla trasmettere.

Siccome Hodgkin si trova gratis su Amazon, io vi consiglierei di darci un'occhiata. O meglio, se amate i romani e quel periodo di transizione che da loro porta al medioevo, ecco, questa è la lettura che mi sentirei di consigliare ad occhi chiusi. E, detto tra noi, non credo di essere l'unica ad averla apprezzata. Ma di questo parleremo nel prossimo capitolo, quello della fiction storica.