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| Canti gregoriani |
Nel 2017 ho aperto un blog che poi ha esaurito il suo slancio iniziale verso la fine dello stesso anno: AnnoDomini500.
Il progetto nasceva dal desiderio di parlare della storia in cui i miei lavori si collocano, ossia quella del VI secolo, delle sue curiosità e dei suoi personaggi.
Molti di quei post li considero ancora buoni non solo per quello che raccontano, che poi è quello che mi appassiona di più, ma anche per come descrivono la mia trasformazione da lettrice onnivora a scrittrice di storie ambientate nel VI secolo. Per questo penso di tornare, di tanto in tanto, ad attingere materiale proprio da lì , per poi riproporlo qui.
Così, oggi, vi propongo il post
Il VI secolo: quanto ne sappiamo, un breve riassunto delle cose che non si sanno o non si ricordano del secolo in cui i Goti - ma anche i Longobardi - regnavano in Italia.
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Non
sarà sfuggito al lettore accorto
che la materia intorno a cui il mio interesse principale ruota, e che, per inciso, fornisce materiale alle
mie storie, ha parecchio a che vedere con un VI secolo molto lontano e
molto dimenticato, dai più considerato una sorta di lasso temporale
sfocato, capitato a mezza via tra un fastoso impero romano e un tetro
medioevo.
Per dimostrare quanto poco ci è rimasto nella
memoria di questo periodo indefinibile, che non è più né antichità, ma
nemmeno medioevo, provate a fare un esperimento. Prendete la prima
persona che vi capita a tiro e chiedetele a brucia pelo: cosa succedeva
nel 500 dC? C'era ancora
l'impero romano? Chi governava l'Italia? E quali furono gli uomini che
si distinsero tra i tanti, se ce ne sono stati?
Ebbene, probabilmente qualcuno vi risponderà a ragione che sì, l'impero romano c'era ancora, ma solo
una metà di quello che era stato, e più esattamente quella d'oriente, nota al giorno d'oggi come
Bisanzio. Solamente che all'epoca i bizantini si chiamavano e
si credevano romani fino al midollo.
Bizantini sono stati definiti molto più tardi, dagli
illuministi, quando ormai il loro impero non era che un ricordo
lontano tre secoli.
Per altri potrebbe suonare banale
menzionare il fatto che l'Italia del VI secolo fosse diventata il regno
di ben due popoli barbari – Ostrogoti prima e Longobardi poi, e che
contemporaneamente, fin dagli anni 30, anche i romani d'oriente vi si
trovavano a farci la guerra, nel tentativo di riconquistarla.
Meno banale diventa la faccenda se si cerca di ricordare i nomi dei protagonisti dell'epoca.
Un
posto d'eccellenza meritano gli imperatori d'oriente, Giustiniano e
Teodora, quelli che hanno tappezzato di loro ritratti la chiesa di San
Vitale a Ravenna; personcine oggetto di infiniti pettegolezzi, visto che
nelle loro vite precedenti erano stati l'uno figlio di pastori e
l'altra prostituta del circo.
Alla storia lasciano riconquiste
importanti di territori ex-romani, canonizzazioni di leggi di cui noi
seguiamo ancora i precetti, normalizzazioni nelle diatribe religiose
all'interno dell'infinita anarchia delle eresie pseudo cristiane del
tempo, e alcuni dei più importanti monumenti dell'alto medioevo, non per
ultima Santa Sofia a Istanbul, eretta sulle fondamenta di una chiesa
precedente distrutta a seguito di una rivolta del tempo.
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| Interno Hagia Sophia, Istanbul |
I
nomi di questi due suonano squillanti nelle memorie storiche. Ma poi ci
sono anche personaggi insospettabili. Ci sono filosofi. Sì, gente di
cultura in un'Italia piena di barbari, l'avreste immaginato? Severino
Boezio, ad esempio, personaggio che con le sue opere influenzerà la
filosofia cristiana del medioevo, tanto che verrà considerato uno dei
fondatori della filosofia Scolastica, quel pensiero che cerca di
conciliare la fede cristiana con il sistema di pensiero razionale che è
proprio della filosofia greca.
E poi ci sono i santi:
Benedetto da Norcia, che scrive una
Regola per i monaci cenobiti ancor
oggi in voga (il famoso
hora et labora), o Gregorio magno, il papa che
ne fece proprio tante: epurò la Curia, promosse il dialogo con i
barbari, convertì popoli lontani, aiutò a risollevare dalle miserie di
una guerra quasi secolare la gente del nostro paese, organizzò e
coordinò le varie diocesi (per la prima volta un papa di Roma assumeva
un ruolo di autorità riconosciuta da tutti gli arcivescovi sparsi qua e
là) e, non per ultimo, introdusse il canto gregoriano nella liturgia.
Accanto
ai monaci santi, ci sono anche quelli un po' meno santi, ma in odore di
santità, a cui l'occidente tutto, e non solo, è grato per la loro
lungimiranza. Cassiodoro Senatore, ad esempio, che dopo essere stato il
braccio destro di re e regnanti ostrogoti, alla corte in cui lo stesso
Boezio, nominato poco sopra, aveva fatto una carriera simile, si fa
monaco, si ritira nelle sue vaste proprietà a Schillace, vi fonda una
biblioteca e intorno un monastero, e impone ai suoi monaci non solo di
pregare e fare opere di carità, ma di copiare, copiare e copiare: testi
religiosi prima, e poi anche quelli antichi di varia tradizione. I suoi
libri saranno talmente famosi da avere un ampio mercato in tutta Europa.
Poi, i benedettini, vedendo che era cosa buona e giusta, riprendono
l'abitudine e tutti sanno dove si è andati a finire.
Di
personaggi e di storie interessanti ce ne sono a migliaia, alcune di
minima importanza per i posteri, altre invece dalla risonanza talmente
ampia da forgiare la storia successiva. Come si fa a lasciare
inesplorato un simile secolo? Eppure pochi sembrano essersi accorti di
lui. Lo dimostra lo scarso interesse che la narrativa ha avuto nei
confronti dei protagonisti dell'epoca.
Non dico che sia sempre stato
così, qualcuno di famoso ci ha pure scritto su, ma al giorno d'oggi, a
voler cercare un buon romanzo sui goti, ad esempio, si rimarrebbe
parecchio frustrati.
Pochi di più si interessano ai Longobardi,
probabilmente perché si hanno più informazioni su cui lavorare, visto
che il loro regno in Italia è durato qualche secolo.
Non sempre questi testi risultano letture semplici e forse anche questo tiene lontano il lettore dal romanzo storico di questo periodo. Di conseguenza, anche lo scrittore se ne tiene alla larga, non osando chiedere al lettore di sostenere lo sforzo a volte notevole di entrare nell'universo
alto-medioevale, un mondo permeato di dinamiche sconosciute, spesso persino
inverosimili.
D'altro canto, mi direte voi, non è forse
il compito dello scrittore accompagnare il lettore in questa riscoperta
nel modo più piacevole possibile? Certo, ed è da qui che si distinguono
i bravi scrittori da quelli mediocri.
Eppure molte delle cose
interessanti che l'autore è costretto a lasciar fuori dalla narrazione per
renderla, appunto, il più piacevole possibile, potrebbero a loro volta
illuminare in modi misteriosi la lettura per donarle un
ulteriore piano di comprensione persino più appagante.
E
allora? Cosa ci facciamo di tutte quelle interessanti informazioni che
restano tagliate fuori dal romanzo, ma a cui, tuttavia, appartengono
e, anzi, sono fondamentali per la sua completa godibilità? Come poterle
trasmettere rimanendo fedele allo spirito d'intrattenimento che deve
essere l'obiettivo principale del testo?
***
All'epoca di questo post credevo che la soluzione a queste domande fosse aprire un blog e infilarci dentro tutte le curiosità e le informazioni necessarie ad acquisire una visione più ampia e precisa del periodo. Ma non avevo calcolato l'impegno che un simile lavoro avrebbe richiesto.
Non per questo rinuncio a studiare e raccontare il VI secolo, ma senza l'accanimento di una volta, con un passo più rilassato: quando capita.
Questo post, originariamente, finiva con una domanda che oggi vi ripropongo, per gioco:
Se vi domandassero cosa è successo nel VI secolo,
quali i protagonisti, o anche solo i barbari in circolazione, sareste in
grado di nominare una cosa memorabile, o anche solo degna di
attenzione?