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martedì 8 maggio 2018

Intermezzo umorale


Nel pieno spirito dei miei umori di questi giorni, prima di passare al prossimo argomento, vi offro una gentile musichetta dal potere curativo; in senso lato, certo. Un promemoria contro tutte le afflizioni di questi miei tempi bui in cui lo spettro del test di fine semestre della figlia grande* (la quale sarà anche figlia di un fisico, ma con la matematica ha un rapporto alquanto tormentato) assilla i pomeriggi di pargole e genitrici. 
Tanto per ricordarci che poi, alla fine, importa tutto fino a un certo punto.



La passacaglia della vita: bisogna morire, Stefano Landi (1587-1639).

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* Qui, nell'isoletta asiatica equatoriale, gli esami ci sono ad ogni trimestre. Naturalmente quelli di fine semestre sono più importanti e quelli alla fine del secondo semestre sono i peggiori in assoluto.
Mettiamoci che i programmi scolastici corrono a passo di marcia e sono avanti di almeno un semestre rispetto ai nostri, e che gli insegnanti non fanno granché per alleggerire lo stress della prova, ed ecco che la mamma, più che la figlia, entra in panico da prestazione.
Da notare che il calendario scolastico, qui a Singapore, inizia a gennaio. Il che vuol dire che in questi giorni la mia pargola affronta i test del primo semestre. 
Non oso pensare a quelli di fine anno!




venerdì 21 novembre 2014

La resa



Walter SICKERT Ennui. Da nga.gov.au

Baudelaire nella sua introduzione a Les fleurs du mal, scrive:
Mais parmi les chacals, les panthères, les lices,
Les singes, les scorpions, les vautours, les serpents,
Les monstres glapissants, hurlants, grognants, rampants,
Dans la ménagerie infâme de nos vices,

II en est un plus laid, plus méchant, plus immonde!
Quoiqu'il ne pousse ni grands gestes ni grands cris,
Il ferait volontiers de la terre un débris
Et dans un bâillement avalerait le monde;

C'est l'Ennui! [...]
Che dovrebbe suonare così:
Ma fra i lupi, le iene, i falchi e le pantere,
le scimmie, gli sciacalli, gli scorpioni, i serpenti
che urlano e grugniscono, giostrando in turpi schiere
entro il serraglio infame dei nostri traviamenti,
uno ve n'è, più laido, più maligno ed immondo!
Sebbene non accenni un gesto né un bisbiglio,
vedrebbe volentieri crollare l'interno mondo
e inghiottirebbe il globo con un grande sbadiglio:

è la Noia!  [...]
Del resto, anche San Benedetto, mille e più anni prima di lui, avvertiva nella sua Regola:
L'ozio è nemico dell'anima, [...]
 (Capitolo XLVIII - Il lavoro quotidiano; dalla Regola di San Benedetto).

È vero, l'ozio porta alla noia e la noia guasta l'anima, la incupisce e la intristisce, fino a costringere l'individuo a cercare degli escamotage per sfuggirle: trucchetti che spesso non fanno altro che gettarlo ancor di più nella desolazione.
Baudelaire cerca rimedio gettandosi nei suoi universi poetici, gongolandosi in questa elegante Ennui che lo fa soffrire, ma che allo stesso tempo lo eleva a poeta, essere guardato malignamente dagli uomini, ma vicino allo sguardo di Dio. Essere consapevole di questo non lo aiuta un granché, ma almeno lo spinge a fare qualcosa: a scrivere.
San Benedetto, nel tentativo di non lasciare l'anima in balia dell'ozio, prescrive una rigida "tabella di marcia" per i suoi monaci, i cui giorni vengono scanditi da lavoro, preghiera e studio.

Certo, la noia non nasce solo dall'ozio. Anche un essere pienamente occupato può sentirsi schiacciato dalla monotonia sbaragliante e soccombere ad essa. Ma, a ben vedere, anche in quel caso è l'incapacità o l'impossibilità di valorizzare il tempo a proprio gusto che genera il senso di disagio. Sempre e solo una questione di tempo sprecato, insomma.

E quando, invece, si è sopraffatti dall'assenza di tempo?
Mettiamo che in una giornata bisogna dedicarsi a mille cose, essere assorbiti da mille situazioni in cui è doveroso immergersi e dare tutto di sé. E mettiamo che non si stia parlando di grandi personaggi del passato, ma di una lettrice media: io, ad esempio.
Ozio, noia nel quotidiano? Miraggi!

Anche in questo caso ci si può sentire sopraffatti da un'imperante frustrazione. Ci sono tante cose che si vorrebbe fare, creare, studiare e tutto, invece, si proietta in un tempo futuro che non arriva mai.

Immagine da semplicementevincente.blogspot.sg
Come ciliegina sulla torta, spesso sento ripetere: "Se vuoi farlo, lo trovi il tempo."
No, se il tempo non c'è, non c'è. Perché, a volte, non dipende da noi.

Ed in questo caso, allora, oltre che navigare in mari di frustrazione, cosa si fa?
Ci si piega alle esigenze.

Tutto questo pappone per dirvi che per un attimo ho pensato di chiudere il blog. Ormai sono settimane che mi scapicollo per star dietro ai post, alle letture e alla programmazione, riuscendoci a mala pena e pure male. Le idee non mancano, ma bisogna trovar tempo di approfondire, di studiare. Perché questo mio angolo non è nato solamente per raccontare le mie letture (anche, ma non principalmente). È nato per incentivare me stessa ad approfondire, per giocare a studiare. Ma se il pubblicare a scadenza prestabilita diviene più importante dell'approfondire l'argomento, allora questo gioco non ha più senso.

Tuttavia, rinunciare completamente mi toglierebbe parte del divertimento. Il blog, se vogliamo, è la spinta che mi porta a scavare, che fomenta la mia curiosità. Far sapere a voi cosa scopro mi spinge alla caccia al tesoro con più gusto.

E allora arriviamo al compromesso.

Non desisto, ma rallento, mi arrendo a ritmi un poco più sonnacchiosi. Mi regalo del tempo in più sulla scadenza di pubblicazione e ancora una volta allungo le pause: non più un paio di post alla settimana, ma uno solo, di valore.

Se, quindi, non mi vedrete più troppo spesso in giro, non pensate che io abbia gettato la spugna. Sono sempre qui, a rimuginare e leggiucchiare e scribacchiare impressioni. Ma con più calma, con maggior riflessione. E chissà che anche la qualità del blog non migliori un pochino...




martedì 4 novembre 2014

Antefatto: quando i bambini dormono



Tanto tempo fa, durante il passaggio tra la scuola superiore e l'università, mi ritrovai a fare la baby sitter per un po'. La bambina a cui badavo era nell'età in cui non si è ancora abbandonata l'abitudine a due pisolini: uno a metà mattina e uno pomeridiano. Va da sé che nel tempo in cui lei dormiva, la baby sitter si guardava intorno con aria annoiata, senza saper bene come passare quel paio d'orette (spesso anche di più) in una casa poco familiare.

In quella stessa casa c'era una piccola libreria. No, niente di eccezionale: una di quelle basse, a tre scaffaletti. Più un mobile di arredamento che non una vera libreria. La mamma della bimba l'aveva comprata in una vendita a ribasso, con già dentro tutti i libri dall'aria importante e dai titoli dorati.

Presto detto: quella libreria in bella vista mi tentava. Inginocchiata sul pavimento, durante uno degli interminabili pisolini, mi misi a sbirciarne i titoli, cercando nomi conosciuti. All'epoca non potevo considerarmi una grande lettrice, anche se credo di poter dire di aver letto più io, in quegli ultimi due anni di professionale, che non tutta la mia classe messa insieme. Avevo avuto incontri ravvicinati con un D'Annunzio, un Dostoevskij, un Tolstoj e qualche Freud grazie alla biblioteca scolastica, anche quella poco più di uno sgabuzzino; eppure, sebbene avessi apprezzato la sostanza di questi capolavori, non avevo ancora sviluppato il gusto della lettura.

Adesso: immaginatemi lì, quasi prostrata davanti alla mini-libreria, presa a controllare le coste: Il signore delle mosche... La linea d'ombra... L'amante di Lady Chatterly... Christine, la macchina infernale - Stephen King...

Stephen King.

Anche se siete davvero a digiuno di letture, sapete sicuramente chi sia Stephen King. O almeno di che genere tratti. Ed io amavo quel genere, anche se conosciuto solo tramite la televisione.

Sfilai con attenzione Christine dal suo scaffale e, altrettanto prudentemente, ne iniziai la lettura. Quel "prudentemente" divenne "a rotta di collo" in poche ore e mi ritrovai talmente persa nella lettura da essere quasi incapace di fermarmi. Dopo qualche giorno di agonia in cui, con malcelata riluttanza, abbandonavo il volumetto sullo scaffale al momento di tornarmene a casa (momento che spesso coincideva con il risveglio della bimba dal secondo pisolino), la mamma della pargola mi disse: "portatelo via con te, me lo ridai quando l'hai finito".
Adesso che ci penso, quella è stata anche la prima volta che qualcuno mi ha prestato un libro.


Come spesso accade ai lettori, anche  a quelli in erba, Christine fu fagocitata in quattro e quattr'otto. Rimessa al suo posto con un pizzico di maliconia, mi sentii subito un po' sperduta. Come colmare quel vuoto? Ma naturalmente cercando un sostituto.
La bassa libreria sembrava ammiccare verso di me, quasi fosse posseduta anche lei da qualche potere oscuro e io, proprio come Arnie, il protagonista di Christine, mi lasciai convincere al volo. Non ricordo quale fu il volume successivo, ma ricordo di averli letti quasi tutti. Pochi furono quelli che non apprezzai affatto, ma anche quelli furono letti doverosamente fino alla fine.

Questa è stata l'origine della mia ossessione per i libri.
Buffo, vero? Tutto è nato non da un grande classico, non da un capolavoro moderno, ma da un racconto dell'orrore nemmeno troppo importante di Stephen King.

Ma cosa ci trovai, allora, di tanto esaltante? Cosa ci troverei ora, a rileggerlo, dopo tanto tempo?

Come dicono i cartoni animati giapponesi: to be continued...



domenica 6 luglio 2014

Stacchetto porcelloso






Peppa pig, alias Peppa Cochon nella versione francese, Peppa Porquinha in quella spagnola e, per fortuna, Peppa Pig e basta in italiano. Saggiamente i curatori hanno pensato bene che una traduzione che, nel migliore dei casi, suonasse tipo Peppa la Porchetta fosse meno orecchiabile di un Peppa Pig e basta. Peccato che poi hanno avuto la brillante idea di tradurre tutti gli amichetti di Peppa. E allora, a scuola con Peppa Pig ci sono Danny Cane, Suzy Pecora e Candy Gatto al posto di un Danny Dog o una Suzy Sheep o una Candy Cat. E il gioco di associare lettera iniziale del nome a lettera iniziale dell'animaletto che lo porta si va a far benedire.

Qui da noi la Peppa non è popolare come in Italia. Tuttavia, si riescono a trovare in biblioteca dei suoi libricini, che poi non sono altro che riassunti delle puntate televisive.

Beh, non vi parlo del libricino in sé perché, davvero, non ne vale la pena. Potete ben immaginare di cosa parli: una bambina normale, con i suoi piccoli episodi di egocentrismo, ma anche di dolcezza, che vive una vita da bambina normale e in cui tutti i bambini normali si identificano, anche se, alla fine, stiamo pur sempre parlando di maialini che adorano rotolarsi nelle pozzanghere di fango.

Vi dico solo che, nonostante sei mesi di disintossicazione, qui la sua memoria regna ancora indelebile. Per questo, appena trovato sugli scaffali, entrambe le figlie hanno afferrato il volumetto e si sono lanciate nell'improvvisazione del motivetto della sigla, regalando agli astanti una performance di alta... beh, diciamo di alta risonanza acustica. Per la felicità dei lettori, delle inservienti che strillavano i loro "shhhh" sottovoce e per quella della mamma che, afferratele entrambe per le collottole, si è catapultata verso l'uscita.

Quanti danni che fa questa Peppa Pig! Speriamo solo che non siano danni irreversibili. Non vorrei ritrovarmi le figlie adolescenti che fischiettano le canzoncine della Peppa sotto la doccia... un po' come succede alla loro mamma. 

Ok, basta giocare, adesso. Abbiamo finito con le letture da biblioteca. Preparatevi, perché ciò che ci aspetta è un'esperienza di lettura che pochi hanno il coraggio di affrontare.

E adesso che vi ho terrorizzati ben bene, mi concedo un ultimo episodio di Peppa Pig prima di andarmene a letto.
Buona notte.


mercoledì 2 luglio 2014

Pane, lievito e nostalgia




The Art of baking with Natural Yeast di Caleb Warnock e Melissa Richardson (2012).

E questa non ve l'aspettavate, vero?
Ebbene sì, mossa da un'incredibile nostalgia per il buon pane di casa nostra e ritrovandomi questo libricino dai colori caldi e dalle immagini familiari tra le mani, non ho potuto esimermi dal portarlo a casa con me.
Mi poteva andare peggio. Perché nel tentativo di non essere il solito libro sul pane, il volumetto ti insegna a fare il lievito partendo da semplice acqua e farina, coltivando l'impasto naturale nel frigo di casa.
E ti insegna anche mille altre cosette sulla fermentazione (si chiamerà così?), sul grano, sulla storia del pane e poi, solo alla fine, su come realizzare la buona ciabatta che tanto agognamo.

Il tutto è scritto con un tono talmente incoraggiante e cordiale, che uno si convince di potercela fare. E allora prendiamo un po' di farina, un po' di acqua e mescoliamo, mescoliamo, mescoliamo...
Ma poi arriva il marito con il suo bell'impasto già lievitato (lui, il furbo, non ha aspettato dalle tre alle infinite settimane per avere il lievito naturale, ma ha usato quello in polvere del supermercato!) e allora mi lascio corrompere e invece di continuare l'esperimento, mi frego una pallottola di pasta lievitata, la infilo nel frigo e... mi dimentico di nutrirla! Essì, perché i microcosini dell'impasto devono essere nutriti a suon di acqua e farina una volta ogni tanto. I miei non sono stati troppo fortunati: si sono beccati una pessima coltivatrice e nel giro di una settimana sono finiti nello scarico.
Eh, no, miei cari Caleb e Melissa, nonostante il vostro piacevole libricino, non c'è molto da fare con me: il lievito lo compro, che é meglio.


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sabato 28 giugno 2014

Gare di ballo a ritmo di polka e can can



Lo so, è un po' come se barassi. Perdonate le mie letture strampalate degli ultimi tempi. A mia discolpa dirò che il periodo si rivela intenso in mille rispetti, che le bambine sono diventate polpi e non mi lasciano leggere nemmeno mentre si addormentano; dirò che il cane del vicino è scappato e che il gatto del dirimpettaio l'ha mangiato, insieme alla lontra o simil (animale non identificato che assomigliava alla nutria, ma di dimensioni maggiori e dal corpo più mellifluo) e all'iguana nana che di solito passeggia nei giardini qui davanti. Ecco, solo una certa dose di questi eventi sono realmente accaduti. Ma tanto basta a farmi deviare da letture impegnate e persino da letture semi-serie.

E allora mi sono buttata sulle letture da biblioteca.

Dovete sapere che le nostre letture da biblioteca sono orientate verso soggetti... vari ed eventuali.
Non hanno pretese troppo elevate, ecco. Eppure riescono, di tanto in tanto, a stupirci. Un esempio clamoroso è stato


Ballroom Bonanza di Nina Rycroft (2009).

Questo è il libro per bambini più grazioso e completo che tratti d'alfabeto (e di animali, e di balli, e di strumenti musicali) che mi sia mai capitato di avere tra le mani.

In breve: c'è un concorso di ballo e, come accade tutti gli anni, i migliori ballerini tra gli animali (ma non i soliti animali della fattoria!) vi partecipano. E così troviamo orsi (bears) che ballano bolero, pinguini che ballano la polca, i canguri il can can, e via dicendo, seguendo un ordine strettamente alfabetico.
Ma non è tutto qui. Perché in ogni scenario si nasconde uno strumento musicale da trovare. Nascosti bene, mica per ridere!
E poi i colori, il movimento, le immagini!
La figlia grande ci ha speso sopra un'intera serata e anche la mattinata successiva e la mamma, doverosamente accanto, a scovare su internet i balli menzionati e, sul libro, gli strumenti musicali nascosti.

Chi è che diceva che un libro per bambini deve essere pensato per il bambino, ma anche per l'adulto che legge al bambino?
Beh, probabilmente si riferiva ad altre opere, ma se una semplice lettura prescolare riesce a divertire bambino e adulto insieme, vuol dire che, nel suo piccolo, anche lei è un capolavoro.




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venerdì 13 giugno 2014

Favole e vampiri



E dopo le Reading in Progress di D'Annunzio, diventa doveroso staccare un pochino per riprendere fiato, alleggerendoci l'animo con qualcosa di fresco e scoppiettante.

Ed eccoli arrivare, allora, i vampiri.

Avevo già in mente da un po' di tornarci sopra. Del resto, abbiamo letto Polidori e il suo The Vampyre, il capostipite. Sembra brutto ignorarlo completamente, non fosse altro per tutta la popolarità che ancora ha tra orde e orde di lettori di ogni età.

A dir la verità, al momento di aprire il romanzetto incriminato, non sapevo nemmeno che si trattasse di vampiri. Conoscevo l'autrice e questo mi bastava.

Holly Black. Immagine ripresa da strangeandfascinating.com
Holly Black, autrice di romanzi per young adult: fantasy urbano, favolette per ragazzi, chiamatele come vi pare.
Conobbi Holly Black un tardo pomeriggio londinese, in una biblioteca in chiusura. Ero al secondo piano di questa immensa biblioteca di quartiere e correvo verso l'uscita. Beh, correvo con calma, diciamo, perché non avevo ancora deciso cosa raziare dagli scaffali che mi corteggiavano da ogni lato. Vagavo facendo la vaga, soffermandomi con un'aria tipo: "Lo so che é tardi, ma devo proprio avere questo, o forse quest'altro?". E così, chinandomi su un basso scaffale, senza ormai reale speranza di portarmi a casa qualcosa, vidi questo:


Come si può resistere ad una simile copertina? Ora, questa è una pallida copia dell'oggetto che mi capitò tra le mani: il cartone in rilievo, il glitter, i colori pastello su un fondo scuro... e niente rosa o fuxia dominanti!

Lo presi al volo e lo lessi anche al volo e altrettanto al volo corsi in libreria a comprare lui e Valiant (2006), un altro romanzo della stessa autrice, sullo stesso stile. Per molto tempo, o per quello che a me sembrò molto tempo, attesi il terzo volume e, una volta lettolo, continuai ad attendere. Sfortunatamente, la serie di Racconti Moderni di Fate si esaurì con quel terzo volume, Ironside (2007). Ne sono usciti altri, di Holly Black, ma non mi hanno mai preso come questi tre e per questo mi ero un po' distaccata della sua produzione.

Ma per qualche strano caso della vita, qualche sera fa, speculando su quale direzione dare alle mie letture, mi è venuta la curiosità di andare a vedere cosa aveva combinato in questi anni d'abbandono lei, Holly Black. E mi sono ritrovata a comprare, senza pensarci troppo su, un romanzo dal titolo insulso, The coldest girl in Coldtown (2013), che tradotto suona: "La ragazza più fredda nella Città fredda". Orribile! Non ho nemmeno letto la trama. Quindi non sapevo che si parlasse di vampiri. Se lo avessi saputo, probabilmente, in tutta onestà, non l'avrei preso. Ormai non mi fido più dei prodotti vampireschi che girano al giorno d'oggi.
E avrei sbagliato.

Mentre buttavo giù delle considerazioni sul romanzo, mi sono resa conto che sono moltissime le cose degne di nota, tante che racchiuderle in un solo post sarebbe difficile.
Sarò schematica, allora. E siccome quella della sintesi non è la mia dote migliore, mettetevi comodi.

Cose che fanno di questa opera di vampiri una lettura piacevole e abbastanza originale:
  • La presa di distanza da tutta la produzione vampiresca contemporanea
Basta con questi vampiri che si credono troppo umani, romanticizzati fino al punto in cui diventano persino "buoni": non bevono più sangue umano, camminano alla luce del sole grazie a talismani o, peggio ancora, il sole non ha altro effetto su di loro che mostrare le trasparenze diafane della loro perfetta bellezza.
I vampiri sono cattivi, paurosi, ogni tanto anche pazzi e, soprattutto, hanno fame!
  •  La tecnologia moderna, la rete, i blog e il giornalismo d'assalto imperano
I vampiri si sono moltiplicati di recente, ma la società non è rimasta con le mani in mano. Città-lager in cui vampiri e contagiati vengono tenuti rinchiusi sorgono in giro per l'America nel tentativo di arginare l'infezione. Ma tra i lager e il mondo libero c'è comunicazione. E questo scambio mediatico usa proprio quei mezzi che un mondo perfettamente globalizzato mette a disposizione: miriadi di blog si scambiano informazioni tra il fuori e il dentro e altrettante telecamere filmano l'eterno sballo che si consuma all'interno della città proibita, distorcendo più o meno in buona fede la realtà dei fatti.
  •  Considerazioni filosofiche sui vampiri e sulla loro natura
Ok, questo potrebbe sembrare quasi un discorso sul sesso degli angeli. Ma se accettiamo la realtà parallela in cui i vampiri sono reali (vi ricordate il patto tacito?), anche questo potrebbe essere uno spunto più che accattivante. Cosa sono, allora, i vampiri?
Una volta si diceva che mascheravano l'impulso sessuale, che erano libertini e dongiovanni trasfigurati. Oggi, vista anche l'evoluzione del genere, l'autrice ed i suoi protagonisti si chiedono di nuovo: Cosa è il vampiro?
Qualcuno colpito da una malattia che lo trasfigura in un mostro?
Qualcuno posseduto da un demone malvagio assetato di sangue umano?
Oppure è uno stato in cui l'umanità del soggetto colpito viene potenziata esponenzialmente, fino a trasformare la persona in un essere talmente succube della sua stessa umanità che leggi morali e sociali, ossia categorie imposte dall'esterno, non riescono più ad arginare la sua reale essenza?

E poi ci sono i personaggi che non ricalcano i soliti schemi (bella da salvare, vampiro-eroe, amico-aiutante, etc.).
Ci sono anche delle scene che a me non hanno entusiasmato troppo, anche se a mente fredda ammetto che sono funzionali alla storia (simil avvinghiamenti di corpi), ma rispetto alle cose positive, questa sembra una piccola debolezza che magari non disturberà altri lettori.

E, per completare l'opera, anche in questo caso Holly Black riesce a trovare il modo di stupire col finale. Con un colpo di penna, ti tira fuori dalla borsetta un risvolto inaspettato, completamente in sintonia con lo sviluppo precedente della storia. Del resto, è questa una delle cose che mi piace di lei: riesce sempre a tirarti fuori il coniglio dal cappello.

Tuttavia, non c'è nulla da fare, è impossibile ricreare le sensazioni che i suoi primi romanzi trasmettevano; diciamo a sua discolpa che anche i suoi lavori successivi non mancano di ingegno. Il tutto su una solida base culturale e storica del genere, che non guasta mai. 
E a questo punto, prima di dileguarmi verso altre letture più o meno in tono, vorrei solo mettere in calce una postilla, chiamiamola avvertenza:

NON - LEGGETE - HOLLY - BLACK - IN - ITALIANO!

Questa è una di quelle cose che hanno a che vedere con i traduttori traditori, o forse con l'espressività di una lingua inimitabile in una lingua diversa. Purtroppo (o per fortuna) l'inglese è una lingua sintetica e questo lo dimostra non solo col fatto che le frasi più riuscite contino al massimo cinque parole, ma anche con l'immediatezza della parola stessa: quello che l'inglese medio riesce ad esprimere in un solo lemma, spesso un italiano medio rende con un giro di frase. Esempio? Cercando di tradurre per puro esercizio lessicale Tithe, il primo romanzo citato lassù, mi ritrovai nel giro di poche pagine ad aver a che fare con tre o quattro tipi diversi di sguardi: sguardo di lussuria, sguardo in tralice, sguardo fisso, e non ricordo quale altro. Ad ognuna di queste espressioni, che in italiano si  riesce a rendere solo con una bella frase, corrisponde un perfetto sostantivo inglese con il corrispettivo verbo, in grado di dire da solo tutto quanto.

Quando un traduttore di libri per ragazzi si ritrova a fare una traduzione per ragazzi, di certo non perde tempo ad inventarsi frasi e frasette che esprimano il concetto nel modo più leggero e, allo stesso tempo, più immediato possibile. Dovrebbe, lo so; ma di solito pensa che il giovane adulto non vuole bellezza, ma azione. Ne deriva una traduzione approssimativa che perde molte sfumature preziose e anche un po' della magia iniziale.
Senza contare che è vero, le frasi di Holly Black sono a tratti davvero risicate. In italiano questa brevità potrebbe diventare persino fastidiosa. Quindi, se potete e se vi va, Holly Black va letta in inglese.

Ecco, ora ho proprio finito. Beh, forse non ho detto proprio tutto, ma magari aggiungerò altro al prossimo libro di Holly Black che salterà fuori.


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giovedì 1 maggio 2014

Stacchetto metallaro



Come festeggiare meglio la festa dei lavoratori se non con un post elettrizzante e anche un po' autobiografico?
Eccolo qui, allora:


... : Perchè il nome Anubis Gate? Non sento molto l'influsso arabo, né altre referenze all'Egittologia nei vostri testi. - chiede l'intervistatore accorto (ma anche un po' ignorantello, diciamolo. E vattela a fare una ricerca su google sui tuoi intervistati! Risulta evidente l'imput da cui nasce il nome! Ma vabbè, lasciamo correre...)

Jesper (il chitarrista): Anubis gates è il titolo di un libro di fantascienza (outch! Ma non era uno dei capostipiti dello Steampunk?!!!) del romanziere Tim Powers. Avevamo bisogno di un nome, Torben (ex cantante) se ne uscì con qualche proposta e noi accettammo questa. Non ci sono diretti riferimenti all'Egitto nei testi. Ma la grafica e il layout ci stanno bene.*
(Intervista carpita su http://www.powerofmetal.dk/interviews/anubis_gate.htm)

Chi parla, o meglio, risponde è il chitarrista di un gruppo heavy metal/progressive danese che suona più o meno così:





Dai, non malissimo, no?

In ogni caso, non ho la più pallida idea se la trasposizione in musica dello steampunk - che pur esiste! - sia simile a questa o meno.

Ma sono sicura che voi mi perdonerete se non indago oltre sul soggetto, vero? ; )


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* A questo punto mi è venuta in mente una artista conoscente di amici. Invitati ad una sua mostra pittorica, apprezzando le forme e le combinazioni di colori, la domanda nasceva abbastanza spontanea: cosa rappresentava quel punto rosso onnipresente in tutti o quasi i suoi lavori, unico protagonista in uno scenario piuttosto neutro?
Ecco, ad una domanda così, che sicuramente salterà fuori in una o l'altra delle tue mostre/interviste&simili, devi saper dare una risposta d'effetto, ma davvero d'effetto. Devi persino mentire, pur di lasciare il segno. Uscirsene con un timido "il mio cuore" o, come nel caso dei metallari qui sopra, con un "dai, ci sta bene con la grafica, no?", ecco, vuol dire occhiate traverse tra il pubblico e risolini sotto i baffi.

Perdonami, artista dal nome ormai perso nei recessi della mia memoria zoppicante, se ho ripescato il tuo esempio. Spero che nel mentre tu abbia imparato a mentire spudoratamente almeno su quel puntino rosso.



giovedì 24 ottobre 2013

Stacchetto autobiografico



Ok, sto per fare una cosa che non avevo intenzione di fare, ma la devo fare.
Devo giustificarmi.

Probabilmente nei prossimi giorni, o forse nelle prossime settimane, la mia lettura sarà notevolmente rallentata, se non ferma del tutto. Questo vuol dire che di qui a non troppo anche i miei post lo saranno.

Le colpe so io a chi darle: prima di tutto alla Mocciosetta Piccola, che in un momento di rapimento fatale verso il water vi ha lasciato scivolare dentro non solo rotoli e rotoli di carta igienica, ma anche il mio povero lettore ebook.
Se-se, ridete pure! Infierite sulle mie disgrazie domestiche.



No, non è lei, ma l'espressione ci assomigliava.

Secondo, le do al corriere, che invece di scusarsi per il ritardo pazzesco, mi chiude il telefono in faccia. Ma non pensiate che sia stata colpa del mio tono di voce alterato. In seguito, quello della telefonata successiva, forse quello sì, avrebbe potuto giustificare, ma a quel punto persino lui aveva capito di aver fatto una cosa difficilmente riparabile...

Ecco qui, quindi, spiegate le mie ragioni. Siate clementi e non disperate: prima o poi riuscirò a tornare a leggere.