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martedì 13 novembre 2018

I maccheroni di Rossini




Oggi ricorrono i 150 anni dalla morte di Gioachino Rossini, il celebre compositore de Il Barbiere di Siviglia col suo Figaro.

E protagonista della diatriba con Monsieur Dumas sui famosi maccheroni napoletani.
Ho trovato recentemente una narrazione dettagliata dei fatti di quella serata a cena in casa Rossini, ma urgenze di altro genere mi rendono difficile immergermi in quella lettura adesso (scritta dallo stesso Dumas e quindi, presumo, leggermente di parte). Quindi, per celebrare la morte del famoso compositore non parlerò della volta che litigò con Dumas a cena per colpa dei maccheroni, ma vi faccio sentire un piccolo passaggio stranoto, tanto per ricordarci del perché Parigi lo adorava tanto.

Ripreso dall'Overture del Guillaume Tell, tre minutini appena. Buon ascolto.

venerdì 7 settembre 2018

Intermezzo dissacrante


Il caldo imperterrito. E Umido. Ma davvero Umido.

E due bambine che affrontano le vacanze di settembre (eh, già, qui le scuole, invece di riaprire a settembre, chiudono e ci lasciano le pesti a casa per ben dieci giorni prima dell'inizio dell'ultimo trimestre), bambine, come dicevo, che non perdono occasione per bisticciare, picchiarsi e soprattutto Urlare.

Come si sopravvive a questa sfavorevole congiunzione più o meno astrale?

A volte basta una Passacaglia della vita.
A volte ci vuole qualcosa di un po' meno rassegnato, un po' più dissacrante, che sappia rigirarla sul lato comico della storia.

E allora mi lascio trasportare dall'allegra vena colta, giocosa e soprattutto geniale di Mozart.


Tanto per capirci qualcosa, Difficile Lectu è un canone umoristico a tre voci scritto da Mozart.
Il testo fa finta di essere in latino (Difficile lectu mihi mars et jonicu difficile). In verità non ha senso, ma quando veniva cantato dal baritono Johann Nepomuk Peyerl, amico di Mozart, col suo forte accento bavarese, lectu mihi mars diveniva all'orecchio dell'ascoltatore leck du mich im Arsch (leccami il c*lo), mentre quel jonicu, ripetuto velocemente durante l'esecuzione, diveniva... be' provate ad ascoltarlo e ve ne renderete subito conto.

Evidentemente Mozart trovava esilarante l'accento di questo povero Johann Nepomuk Peyerl, tanto da dedicargli un paio di canoni, nessuno dei quali propriamente ossequiosi.

E mentre la figlia grande piagnucola perché non vuole fare i compiti e la piccola mi tira la gonna per non si sa quale motivo, io mi ascolto Mozart e tutto sembra più - o meno - poetico.



martedì 10 luglio 2018

Reading in Progress: La Storia di Elsa Morante

Colonna sonora

Immagine da viv-it
Mentre La Storia si dipana negli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra, in sottofondo si odono le eco delle voci, delle nenie popolari e delle canzonette,  tracce di una normalità che fioriscono qua e là in mezzo alla distruzione della guerra e a cui ci si aggrappa quasi inconsapevolmente.

Alcune di queste tracce hanno il sapore antico delle filastrocche popolari calabresi, terra d'origine della madre del piccolo protagonista:
Pecoraro magnaricotta
va alla chiesa e non s'inginocchia
non si cava il cappelletto
pecoraro maledetto.
Oppure:
E vota, navi, e gira, navi,
E la mia bella piangendu va:
"Levatimi a quellu portu,
Duvi mia mamma sta."
"Mamma mia carissima,
Riscattami di ccà!"
"Figlia mia carissima,
Quant'è 'ssu toi riscattu?"
"Tri leuni e tri barcuni
E tri culonni d'oru nci sta."
"È megghiu chi ti pirdissi,
Ca tant'oru mu si ndi va."
Altre volte, la musica che si diffonde nell'aria è quella dei motivetti della radio o dei dischi di un vecchio fonografo:


Il Vecchio Organin, probabilmente questo del 1938:


O ancora, questa Signora Illusione:


E poi ci sono le arie della Tosca accanto ai motivetti ballabili della radio nei bar.

A me piace molto questo modo di raccontare la storia: non solo i fatti, ma anche le suggestioni che si risvegliano grazie a una melodia vagabonda che ti segue per strada.
Nella scrittura della Morante, tutto diviene memoria, ricostruzione accurata di una storia viva che ormai noi, figli dei figli della guerra, non ricordiamo purtroppo più.





martedì 8 maggio 2018

Intermezzo umorale


Nel pieno spirito dei miei umori di questi giorni, prima di passare al prossimo argomento, vi offro una gentile musichetta dal potere curativo; in senso lato, certo. Un promemoria contro tutte le afflizioni di questi miei tempi bui in cui lo spettro del test di fine semestre della figlia grande* (la quale sarà anche figlia di un fisico, ma con la matematica ha un rapporto alquanto tormentato) assilla i pomeriggi di pargole e genitrici. 
Tanto per ricordarci che poi, alla fine, importa tutto fino a un certo punto.



La passacaglia della vita: bisogna morire, Stefano Landi (1587-1639).

_________

* Qui, nell'isoletta asiatica equatoriale, gli esami ci sono ad ogni trimestre. Naturalmente quelli di fine semestre sono più importanti e quelli alla fine del secondo semestre sono i peggiori in assoluto.
Mettiamoci che i programmi scolastici corrono a passo di marcia e sono avanti di almeno un semestre rispetto ai nostri, e che gli insegnanti non fanno granché per alleggerire lo stress della prova, ed ecco che la mamma, più che la figlia, entra in panico da prestazione.
Da notare che il calendario scolastico, qui a Singapore, inizia a gennaio. Il che vuol dire che in questi giorni la mia pargola affronta i test del primo semestre. 
Non oso pensare a quelli di fine anno!




lunedì 11 agosto 2014

La Baronessa Orczy



Finalmente, come promesso, siamo arrivati a toccare altri lidi, altre corti, altre epoche. Siamo arrivati fino agli albori del secolo scorso, non tanto per ascoltare storie di casate novecentesche, ma per saltellare un'altra volta indietro nei secoli. L'autore che ci ricatapulta a spasso nel tempo è questa signora:

è
Ritratto della Baronessa Emma Orczi, Bassano.


La baronessa Emma Orczy, nata nel 1865 e morta nel 1947, autrice di una serie di romanzetti storici che possiedono notevoli pregi, accanto ad altrettanti difetti.

Non vi dice ancora niente il suo nome? Beh, associamolo a La primula rossa (1905), ed ecco che qualcosa inevitabilmente vi tornerà alla memoria.
Ma prima di parlare del suo capolavoro, voglio parlare un po' di quello che mi ha stuzzicato nella lettura delle sue opere.

Ho iniziato con Petticoat government (1910), conosciuto come Petticoat rule in America, e sconosciuto in  Italia. Come l'ho trovato io? Al solito modo: per caso. Vai su Project Gutenberg, sfogli i titoli dell'autore che non sai nemmeno tu come ti è saltato all'improvviso in mente, leggi un titolo strambo, improponibile, quasi ridicolo e, visto che quel giorno ti senti un po' così, lo scarichi e lo leggiucchi. O lo divori. Dipende dal tempo, o dallo stato d'animo o da piccoli particolari senza importanza sparsi nel romanzo, come il fatto che tra le sue righe riecheggiano riverberi di altre letture.
Esempio?
La Gavotta che risuona nelle stanze da ballo. Non la gavotte di Rameau che Andrea Sperelli e donna Maria Ferres amavano ascoltare, ma quella di Lully, probabilmente ballata così:




E, poi, le ambientazioni, le epoche storiche. È evidente, la baronessa ha letto ed ammirato Dumas. Perché magari non subito, ma dopo un paio di romanzi presi a caso, risulta chiaro che i suoi racconti ripercorrono gli ambienti, i paesi e persino le epoche delle opere di Dumas. Così, ancora una volta siamo sbalzati nelle corti dei vari Luigi (in questo caso XV) o nell'Olanda ai tempi di Guiglielmo d'Orange.

Ma diamo un'occhiata ai titoli per convincercene: Leatherface (Faccia di cuoio - 1916) che ricorda un po' la maschera di ferro (Il conte di Bragelonne, 1848); La primula rossa, 1905, che rimanda a Il tulipano nero, 1850. Titoli che si richiamano l'un l'altro, sebbene solo superficialmente, perchè poi, le storie, a parte forse qualche spunto, si sviluppano in modi diversi. E persino Beau Bracade (1907), quello che sembra il più dipendente dal suo doppio Robin Hood (1863), ma anche dallo scanzonato D'Artagnan con le sue risse spadaccine, persino lui, dicevo, si rivela poi possessore di un carattere e uno sviluppo tutto suo.

Insomma, viene la tentazione di affermare che la baronessa non è altri che un Dumas al femminile. Questo basterebbe a far capire che cosa aspettarsi da un'opera della Orczy.

Prima di tutto, ci sono sempre due piani narrativi: la scena storica con i personaggi ripresi dalla cronaca del tempo e il proscenio, su cui i protagonisti, anche loro parte della scena, si distaccano da essa e vivono in parallelo una dimensione più interiore: la storia dell'innamoramento.
Troviamo, allora, il grande conflitto politico, le cospirazioni, gli intrighi e i malintesi storici; e troviamo, in primo piano, personaggi ad uno stesso tempo protagonisti degli eventi, ma anche della loro storia privata che, inevitabilmente, è storia d'amore.

Il contesto storico non è analizzato in profondità e i suoi personaggi, spesso antagonisti degli eroi, sono figurine piatte. Ma quando passiamo al piano della storia "intima", i caratteri principali si delineano in tutt'altro modo, acquisendo una loro complessa dimensione che stride fortemente con la caratterizzazione degli antagonisti.
Così, in Petticoat Government, al re Luigi XV, avido e sempre alla ricerca di divertimenti sfarzosi che  allevino l'eterna noia, si contrappone un marchese di Eglington, uomo all'apparenza succube della madre e della moglie, creduto pavido e influenzabile, dalle risorse interiori insospettate. Alla Pompadour, amante del re civettuola e astuta, si contrappone la figlia del primo ministro Lydie d'Aumont, donna dalla grande sagacia politica, sempre padrona di se stessa ed estremamente orgogliosa. Nel corso della storia, i personaggi principali matureranno, e grazie a questa crescita, non solo sconfiggeranno il nemico esteriore, ma supereranno anche la loro incapacità di comunicare.

Copertina della prima edizione. Presa da yesterdaysgallery
Lo schema dei personaggi fulgidi in primo piano che si contrappongono ai personaggi bidimensionali storici  in secondo piano si ripete spesso nei romanzi della Baronessa, come anche lo schema dell'innamoramento (lui e lei si ritrovano legati, lei disprezza, lui sembra indegno del suo amore, fino a quando le convinzioni di una o di entrambi si ribaltano e da un'unione forzata nasce il vero amore).

In Leatherface la bella spagnola di elevata estrazione sociale viene costretta a sposare il figlio del borgomastro allo scopo di insediarsi come spia nel seno di uno dei focolai della ribellione nelle Fiandre  Orangiste del XVI sec. Il giovane suo sposo è considerato un nullafacente, un ubriacone che passa le sue giornate in taverna a bere alla salute delle soldatesche spagnole che non disdegnano abbandonarsi ai bagordi in sua compagnia.
Naturalmente si scoprirà che il nullafacente non è altri che l'eroe mascherato che fa da guardia del corpo a  Guglielmo d'Orange. Lo stesso eroe che poi si ritroverà a guidare la rivolta di Gand.
Insomma, il tipico eroe, senza macchia e senza paura. Eppure, la cosa che colpisce maggiormente la fantasia di una lettrice a caso - cioè la mia - non è la figura dell'eroe mascherato. Quella, in un certo senso, appiattisce il personaggio sullo sfondo e lo rende simile alle figure storiche che fanno da coreografia. In questa prospettiva, l'eroe è come al solito coraggioso, pronto al sacrificio, dotato di forza sovrumana. Si riduce anche lui ad un personaggio bidimensionale. Ma quando, invece, si toglie la maschera e si pone in primo piano come protagonista della storia intima, lo stesso uomo inizia davvero a vivere: i piccoli gesti, il suo modo di parlare, di muoversi, di guardare, tutti questi particolari lo rendono estremamente credibile.

Anche in Beau Brocade, il Robin Hood della Baronessa, il protagonista risalta per il suo particolare modo di ridere, per la sua eccentrica inclinazione alla ricercatezza nel vestire, per una sorta di "pazzia" che ricorda un poco la furia amorosa di un personaggio a noi conosciuto:
"But if I refuse?"
"An you refuse," he said, bending the knee before her, and bowing humbly at her feet, "I will entreat you on my knees..."
"And if I still refuse?" she murmured.
"Then will I uproot the trees, break the carriage that bears you away, tear up the Heath and murder yon knaves! God in heaven only knows what I would not do an you refuse."
"Ma se rifiutassi?"
"Se voi rifiutaste," disse lui, inginocchiandosi davanti a lei e inchinandosi umilmente ai suoi piedi, "Vi pregherò in ginocchio..."
"E se io rifiutassi ancora?" mormorò lei.
"Allora sradicherò gli alberi, farò a pezzi la carrozza che vi porta via, distruggerò la Brughiera e ucciderò qualsiasi furfante (mi capiti a tiro)! Solo Dio che è nei cieli sa cosa non farei se voi rifiutaste."
Non sembra minacciare di diventare un Orlando furioso? E si parla di concedergli un giro di ballo nella brughiera isolata, al chiaro di luna! Mica uno normale, questo tizio!

Non nasconderò che ho divorato tre romanzi della Baronessa in pochi giorni chiedendomi, ogni singola sera, il perché mi prendessero nonostante gli enormi difetti. Almeno la metà dei personaggi, come visto, non ha rilevanza psicologica, l'innamoramento tra i due si ripete sempre con gli stessi sotterfugi (Lei: sono costretta a sposarti - non sei degno del mio amore - sto facendo un errore enorme che mi dannerà, ma non ti chiedo aiuto perché, ancora una volta, non sei degno della mia fiducia - Ops... forse un po' degno lo sei. Anzi, no! Sei proprio degno! - E vissero tutti felici e contenti. :D); in più, capita a volte che il rimunginare delle eroine diventi pesantemente lento e inciampi su ripetizioni infinite.

E allora perché mi sono letta in sequenza: Petticoat Government, Leatherface, Beau Brocade e persino La primula rossa?
Perché sono femminuccia. :)
Ma non solo.
Credo sia la maniera della Baronessa di raccontare una stessa storia - che poi risulta accattivante, concediamoglielo - trasformandola ogni volta nella storia particolare di "persone" differenti. Diventa affascinante cogliere i piccoli gesti quotidiani di eroi non stereotipati e monotoni nel loro ruolo di integerrimi paladini, ma resi umani da atteggiamenti e comportamenti perfettamente realistici.

Illustrazione della favola La bella e la bestia,
Anne Anderson (1874-1931). Ripresa da Wikipedia.
È come ritrovarsi a leggere la bella e la bestia in uno di quei libri per bambini: non quelli con le immagini piatte, ma con i paesaggi e le scene che si aprono e diventano tridimensionali. La bestia e la bella si comporteranno sempre nello stesso modo, ma la profondità che li decora rende la lettura affascinante e sempre nuova, con le sue mille sfumatura di chiaroscuro.

A proposito, ve lo avevo detto che "La bella e la bestia" è la mia favola preferita? Forse è per questo che la Baronessa mi ha conquistata.

Non pensate, adesso, di aver finito con la Baronessa. Ci sono altre cose da dire sulla sua scrittura e sui suoi romanzi. Ma noi non abbiamo fretta, vero?
Al prossimo post. :)



martedì 3 giugno 2014

La Gavotta di Rameau



Gabriele D'Annunzio, Il piacere, 1889.


La pianista, Giovanni Boldini (1842-1931).

Ragazzi! Ho dimenticato di farvi ascoltare la Gavotta!
E questa non ve la posso far perdere. Perdonate se torniamo un attimo sui nostri passi, solo il tempo di un paio di "canzoncine".

Ma prima, vi spiego.

Il piacere è un'opera sensoriale, se vogliamo usare un termine un po' inconsueto. Ma, del resto, tutte le opere che si definiscono estetiche dovrebbero esserlo. Dovrebbero essere capaci di stuzzicare i sensi, avvolgerli e farli risuonare, fino ad inspirare il sentimento che si riconosce nel Bello. Ed è questo che D'Annunzio fa. Il Bello sgorga dalla narrazione sottoforma di sensazioni non solo visive, ma anche olfattive e sonore. Le profusioni odorose delle rose che invadono ogni spazio, la sensazione tattile della pelle di dame simile ai petali vellutati, la musicalità che si manifesta in più modi: quella della parola, che in alcuni tratti desta l'attenzione più che non l'episodio narrato, quella dei riverberi di suoni, di musiche, voci dagli accenti particolari.  
E poi c'è la colonna sonora che caratterizza le sue avventure.

Elena Muti ammira Beethoven, sonata in do diesis minore.

   
   
E nelle sale dei ricevimenti cittadini echeggia la romanza di Schumann:



Che parla di accecamenti amorosi. (Se a qualcuno interessa, la traduzione la trovate qui)

Ma nell'eremo della purificazione, accanto a donna Maria, la musica prevalente è questa:


 

La Gavotte di Rameau. Quella che Donna Maria chiama "delle dame gialle".
Molte altre sono le impressioni sonore sparse per il romanzo. Sono voci, accenti, rumori e silenzi. Ma non starò qui a descrivere ciò che prima di me ha fatto D'Annunzio con tanta arte. Lascio ai curiosi andarsi a cercare il resto della colonna sonora de Il piacere.
E adesso sì che possiamo passare al confronto tra i due esteti: Dorian Gray e Andrea Sperelli!


giovedì 1 maggio 2014

Stacchetto metallaro



Come festeggiare meglio la festa dei lavoratori se non con un post elettrizzante e anche un po' autobiografico?
Eccolo qui, allora:


... : Perchè il nome Anubis Gate? Non sento molto l'influsso arabo, né altre referenze all'Egittologia nei vostri testi. - chiede l'intervistatore accorto (ma anche un po' ignorantello, diciamolo. E vattela a fare una ricerca su google sui tuoi intervistati! Risulta evidente l'imput da cui nasce il nome! Ma vabbè, lasciamo correre...)

Jesper (il chitarrista): Anubis gates è il titolo di un libro di fantascienza (outch! Ma non era uno dei capostipiti dello Steampunk?!!!) del romanziere Tim Powers. Avevamo bisogno di un nome, Torben (ex cantante) se ne uscì con qualche proposta e noi accettammo questa. Non ci sono diretti riferimenti all'Egitto nei testi. Ma la grafica e il layout ci stanno bene.*
(Intervista carpita su http://www.powerofmetal.dk/interviews/anubis_gate.htm)

Chi parla, o meglio, risponde è il chitarrista di un gruppo heavy metal/progressive danese che suona più o meno così:





Dai, non malissimo, no?

In ogni caso, non ho la più pallida idea se la trasposizione in musica dello steampunk - che pur esiste! - sia simile a questa o meno.

Ma sono sicura che voi mi perdonerete se non indago oltre sul soggetto, vero? ; )


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* A questo punto mi è venuta in mente una artista conoscente di amici. Invitati ad una sua mostra pittorica, apprezzando le forme e le combinazioni di colori, la domanda nasceva abbastanza spontanea: cosa rappresentava quel punto rosso onnipresente in tutti o quasi i suoi lavori, unico protagonista in uno scenario piuttosto neutro?
Ecco, ad una domanda così, che sicuramente salterà fuori in una o l'altra delle tue mostre/interviste&simili, devi saper dare una risposta d'effetto, ma davvero d'effetto. Devi persino mentire, pur di lasciare il segno. Uscirsene con un timido "il mio cuore" o, come nel caso dei metallari qui sopra, con un "dai, ci sta bene con la grafica, no?", ecco, vuol dire occhiate traverse tra il pubblico e risolini sotto i baffi.

Perdonami, artista dal nome ormai perso nei recessi della mia memoria zoppicante, se ho ripescato il tuo esempio. Spero che nel mentre tu abbia imparato a mentire spudoratamente almeno su quel puntino rosso.