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mercoledì 15 ottobre 2014

Quando la fiction si occupa della storia


Non so voi, ma io provo una particolare attrazione per i romanzi storici. Adoro andarmi a ricercare la vera vita dei personaggi per poi confrontarla con quella descritta dall'opera di fantasia. E più sono corrispondenti, più mi esaltano.
Certo, non dico che i romanzi storici debbano essere solo racconto storico, altrimenti mi butterei senza remore verso saggi e manuali di storia. Nonostante questo, se in uno di essi trovo delle incongruenze o delle inesattezze, ecco che un senso di disappunto mi assale. Almeno fino a quando lo scrittore non riesce a giustificare pienamente il perché di quella inesattezza.

Data la premessa, comprenderete perfettamente il mio spirito nell'approcciare Citadel of God (1959) di Louis de Wohl, tanto più sapendo che il periodo storico di cui si parla mi è abbastanza familiare. Sì, perché la cittadella menzionata è quella fondata da San Benedetto a Montecassino. E il periodo storico raccontato è quello del regno di Teodorico fino a Totila, pieno 500, guerre gotiche incluse. Solo per il fatto di essere uno dei pochi su quel periodo, questo romanzo va letto, no?

Quindi, se da una parte mi aspettavo grandi cose, almeno tante quante la storia ci racconta, dall'altra avanzavo nella lettura con quel fare sul chi-va-là, timorosa che prima o poi ci sarebbe scappata la scivolata.

Che cosa ho trovato?

Ho trovato un dipinto storico molto fedele. E quando non lo è, il motivo è ben chiaro e argomentato e quindi perdonato e accettato di buon grado. Ma, d'altro canto, a volte risulta talmente fedele alla vera storia che sembra quasi raccontata da qualcun altro. Da uno storico, ad esempio. Da Hodgkin, se vogliamo proprio dirla tutta. No, non che riprenda pari pari le sue parole, ma il filo della storia e alcune notizie fondamentali per far avanzare il tutto sembrano proprio seguire le suggestioni di Hodgkin.

Ho trovato anche un bisogno ingiustificato di raccontare usi e costumi che per un appassionato o un curioso possono avere un loro perché, ma per un lettore comune rendono solo più lenta la lettura.
Un esempio?
C'è un gruppetto di romani altolocati che si raduna in casa di un senatore, il più nobile e colto tra loro. Naturalmente durante l'incontro non mancano fiumi di vino a rallegrare le loro elucubrazioni. Ora, ad un lettore medio cosa interessa sapere che l'uso dei romani in simili occasioni era avere tre diversi vini serviti in tre diverse brocche più la brocca dell'acqua (con tanto di nomi dei vini!)? A me diverte il particolare se abilmente infilato con a seguito una ragione, una battuta, qualcosa che ne giustifichi la presenza, ma lì per lì non è venuto in soccorso nemmeno un pretesto che non fosse il puro piacere di raccontare particolarità d'altri tempi e il sospetto di trovarmi davanti ad uno di quei pedanti antiquari che provano piacere nel rimpinzare di più o meno inutili nozioni l'ascoltatore fortuito mi ha assalito. Per fortuna, ho dovuto ricredermi non troppo oltre. Infatti con l'avanzare dell'azione gli sprazzi antiquari scemano e il senso di utilità del narrato rende merito alle curiosità che ci vengono raccontate.

Ma, devo ammetterlo, in cammino ho trovato colpe ben maggiori: il carattere dei personaggi. A volte risultano proprio insulsi. Non che non abbiano le loro motivazioni. Quelle ci sono e, raccontate in un riassunto, avrebbero anche un loro potenziale. Ma quando poi vengono sviluppate... beh... diciamo che si poteva fare meglio. Al pari dei loro caratteri sono i loro dialoghi. Non c'è un minimo di giudizio nello spiattellare verità che forse dovevano essere tenute nascoste almeno per un altro po', nell'attesa di trovare il climax giusto. E la risposta a queste rivelazioni non è mai consona alla loro portata.
Uno si chiede, ad esempio, che gli dice il cervello ad un uomo che, tornando dopo anni di assenza nella casa della donna e dell'uomo che lo hanno accolto e cresciuto come uno di famiglia, come prima cosa saluta la donna e le rivela che la ama senza nessuna sorta o quasi di preambolo. E lei? Che fa? Nulla. Davanti alla passione del tizio non si scompone minimamente. Anzi, quando anche il marito, amato e rispettato, entra in scena, lei è più serena e vaga che mai.

Allora, direte voi, cosa resta di bello del romanzo?

Resta san Benedetto, il vero soggetto di cui l'autore voleva parlare. Sì, perché nonostante l'accurata ricostruzione, le trame parallele dei personaggi più o meno storici, i racconti di guerra, ossia nonostante i due terzi del romanzo, è chiaro che l'unica cosa che stava a cuore a Louis de Wohl era raccontare la storia di san Benedetto. "Bella scoperta", direte voi, "C'è scritto pure in copertina!" E avete ragione, anche se poi, come ho detto, la parte dedicata veramente al santo è minore rispetto a quella dell'inquadramento storico e delle storie parallele.
E adesso ammettiamolo: Wohl è davvero bravo nel caratterizzare il personaggio di san Benedetto. Riesce così bene a trasmettere la purezza, la passione, la statura spirituale e morale dell'uomo che ha segnato la storia della Chiesa (e non solo) che si riescono persino a dimenticare tutti i difetti elencati più sopra.

Ecco, se si potesse modificare un pochino tutto il resto e lasciare solo san Benedetto intatto, così come Wohl lo ha raccontato, questa sarebbe una delle letture più coinvolgenti ed emozionanti (per non dire commoventi) in cui io mi sia mai imbattuta. Così come è adesso, la potrei definire una lettura a tratti piacevole, con molti spunti interessanti e informazioni riguardo a un periodo storico - e un santo - di cui poco si conosce.

De Wohl ha scritto di altri uomini di Dio e altri periodi. Chissà, magari prima o poi lo incontreremo di nuovo parlando di altra storia o altri santi. Anche perché dalle recensioni che ci sono in giro, molti sembrano considerare Citadel of God come una delle sue opere meno appassionanti. Vedremo...


giovedì 21 agosto 2014

La Primula rossa: supereroe senza super poteri


The scarlet pimpernel fece la sua prima comparsa come opera teatrale nel 1903 al Theatre Royal di Nottingham, ma all'epoca non ebbe successo. Dopo aver subìto una rielaborazione e un cambio di finale, la Baronessa ci riprovò. Questa volta fu riproposto nel 1905 a Londra, al New Theatre, e qui, finalmente, ebbe l'apprezzamento che poi lo rese immortale.

Perché tanto successo?

Molti vi diranno che affascina per il prototipo dell'eroe mascherato alla Zorro e alla Batman. Ed è vero, in parte. La Primula rossa fu il primo di tutta una serie di eroi moderni con caratteristiche ben marcate: sono mascherati, lottano contro i sopprusi, hanno una doppia identità spesso antitetica. A loro modo, sono dei supereroi senza super poteri. E forse per questo risultano ancor più accattivanti.

Lord Blakeney risponde quasi fedelmente a questo ritratto. Quasi, perché è vero, lui fu il primo paladino misterioso, ma non mascherato. Si traveste in mille guise, ma non ha un costume caratteristico: niente mantelli o maschere sul volto.
Sono altri gli eroi della Baronessa che indossano la maschera: Leatherface e Beau Brocade, ad esempio, che seguono di qualche anno l'apparizione della Primula rossa. Loro sono i primi paladini della letteratura moderna a celare la loro identità grazie ad un camuffamento che diventa marca distintiva del personaggio.

La Primula rossa difende i deboli in pericolo. Che poi questi deboli corrispondano per lo più ai rappresentanti della nobiltà francese a cui il popolo abbrutito vuole staccare la testa, non diminuisce la bellezza dell'atto eroico del protagonista. Certo, fanno meno simpatia dei poveri che muoiono di fame, loro, con i loro vezzi e i loro pregiudizi di classe. Ma sempre deboli sono, e questo rende onore alla Primula e ai suoi seguaci.
Ancora una volta, sono gli altri protagonisti mascherati della Baronessa che difendono i deboli e i poveri tradizionalmente intesi. In particolare, Beau Brocade, la rivisitazione del Robin Hood di Dumas, si assume, tra gli altri, il compito di proteggere le vedove e gli orfani dall'avarizia del nobile di turno.

Un'altra cosa che affascina della Primula è il contrasto perfetto tra le due facce dello stesso uomo: il nobile dandy di grandi fortune che fa ridere tutta la corte inglese e dispensa lezioni di buon gusto, flemmatico e pigro, considerato addirittura sciocco e tonto, fa da perfetto contrappunto all'eroe dalla mente sveglia e ingegnosa.
Di tanto in tanto, l'uomo d'azione fa delle brevi incursioni nella vita del dandy. Indovinate, voi, in quali frangenti? Ma certo, quando proprio non riesce a tenere repressa la sua passione per la bella moglie che, naturalmente, viene tenuta a distanza per vari motivi. Ed ecco qua che si inserisce la solita storia d'amore. Solita per modo di dire, perché anche la relazione tra Lord Blakeney e la sua consorte è particolare. All'inizio c'è un matrimonio felice: lui mosso da una profonda passione, lei da una fascinazione per l'ardore con cui si era sentita adorare che, sebbene non proprio amore, aveva una sua giustificazione. Poi i soliti malintesi che guastano la serena unione. Nel corso dell'avventura, la bella Lady Blakeney ne combinerà di belle, mettendo a rischio la vita di gran quantità di gente, fino, poi, a maturare e a trasformare quel suo amore superficiale in un vero e profondo sentimento. Ok, il fatto che il suo amante si rivelasse un supereroe aiuta, o no? In ogni caso, vedete come il personaggio acquista tridimensionalità? Grazie a queste convincenti sottigliezze psicologiche.

   
Ed. del 1908. Imm. ripresa da Wiki.
Ma adesso sto divagando. Torniamo un attimo a Lord Blakeney. Se accostato agli altri eroi della Baronessa, ci si rende conto che tutti loro sono caratterizzati da tratti comuni. Uno di questi è il profilo "dandy". Molle, raffinato, detentore di buon gusto, è questa una delle qualità che lo elevano rispetto alla massa, insieme al coraggio senza frontiere e l'abilità nel combattimento. In Blakeney, è spesso rimarcato: lui detta legge sul gusto della società inglese e l'elogio al cravattino è l'apice della sua perfetta dialettica estetica. Negli altri eroi della Baronessa, l'elevazione del gusto e lo spirito esteta nobilita quasi più che non l'appartenenza del sangue alla casta. Così, Beau Brocade viene soprannominato in questo modo a causa dei suoi preziosi abiti e del suo stile, sempre impeccabile, che cozza non poco con il suo modo di vivere: sua dimora è la brughiera, il suo letto il manto erboso, il suo tetto sono le stelle e il suo mestiere è quello del brigante ricercato. Che cosa ci azzecca un soprabito di broccato con ricami di alto pregio, il cravattino sempre piegato e stirato e il suo vezzo di ammirare i merletti della camicia? Nulla, ma è segno dei gusti nobili che si contrappone all'incapacità di apprezzare il bello della massa comune.
Anche Lord Eglinton, il personaggio di The Petticoat government, è un Beau nel suo ambiente.

Ma, allora, in visione di tutta questa chiacchierata, è giusto dare il titolo di primo supereroe mascherato alla sola Primula rossa?
Mhhh... Forse sarebbe più corretto dire che a fare da modello al supereroe senza super poteri, tanto popolare al giorno d'oggi, è stato non solo lui, ma l'eroe tipo della Baronessa Orczy, quello che si ripete, anche se trasformandosi di volta in volta, in molti dei suoi romanzi.

Prima di passare allo stacchetto, aggiungo solo una nota riguardo al sequel infinito della Primula. I romanzi che parlano direttamente o indirettamente si lui sono almeno una ventina, scritti in un lunghissimo arco di tempo e senza rispettare una sequenza temporale. Di questi, io ho letto solo I will repay (1906) e devo dire che sono rimasta davvero delusa. Quindi, se per caso vi siete letti La primula rossa e ora vi state quasi convincendo a spulciarne un altro della stessa serie, io vi ho avvertito, non garantisco.
;)

domenica 17 agosto 2014

Il ruolo del narratore



Un giovane scrittore alle prese con i suoi primi studi sulla scrittura e i mille suggerimenti che un po' tutti si sentono in dovere di elargire, spesso si trova ad affrontare il dogma del: "ridurre al minimo la distanza tra lettura e lettore". Costringiamo il lettore ad immedesimarsi nella storia, perché questo è il modo migliore per tenerlo incollato al romanzo. Eliminiamo quindi il più possibile la voce del narratore, cancelliamo la sua prensenza. Questo dovrebbe assicurare la completa attenzione e devozione del lettore alla storia.

Così, bandiamo l'uso di D'Annunzio di quei suoi "quasi direi" inseriti nella narrazione:
Ed ella aveva appunto le estremità un po' correggesche (= alla maniera della Danae del Correggio), le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nella statua di Dafne...
Danae del Correggio,1531-32 c. Immagine di Wikipedia
Questo è tratto da Il piacere (1889). E, tanto per ricordarlo, Il piacere è scritto in terza persona e quel "quasi direi" è evidentemente proferito dal narratore.

Altrettanto bandita è anche la bonaria voce del narratore che si intrufola ovunque nella narrazione di Dumas. Ne Il tulipano nero (un altro romanzo nato dalla collaborazione con Maquet, 1850) non solo la voce narrante dispensa giudizi in merito agli accadimenti storici dell'epoca (siamo nelle Fiandre del XVI sec., pochi anni prima della rivolta di Gend, quella raccontata dalla Baronessa in Leatherface), ma dialoga allegramente col lettore:
Cornélius ne savait point ce qui s'était passé à Harlem, et nous le laisserons dans cette ignorance jusqu'à ce qu'il en soit tiré par les événements.
Mais il ne peut pas en être de même du lecteur, qui a le droit d'être mis au courant des choses, même avant notre héros.
Cornelius non sapeva affatto ciò che accadeva ad Harlem e noi lo lasceremo in questa sua ignoranza fino a quando gli avvenimenti lo trarranno fuori da essa.
Ma lo stesso non può succedere al lettore, che ha il diritto di essere messo al corrente degli avvenimenti, persino prima che lo sia il nostro eroe.
Grazie, narratore del Tulipano nero! Non avremmo proprio avuto la pazienza di sopportare i tormenti dell'incertezza seduti a mordicchiarci le unghie accanto al prigioniero Cornelius.

A proposito, se per voi, come lo era per me, il tulipano nero è legato alla storia del cartone animato giapponese:


disilludetevi: il romanzo di Dumas non parla di eroi mascherati o di fanciulle alla corte di re francesi. Parla invece di sapienti floricoltori e di... tulipani neri, appunto. E ricorda, in parte, la storia del prigioniero più famoso di Dumas, Edmond Dantès, carcerato anche lui ingiustamente per una denuncia di invidiosi rivali.

Ma torniamo alla voce narrante.
In mio parere, la voce narrante di Dumas è estremamente piacevole e, sebbene faccia proprio il contrario di quello che al giorno d'oggi dovrebbe fare - eclissarsi e scomparire nel nulla dietro alla storia - la sua presenza mi rassicura, mi fa quasi sentire come una bambina guidata per mano da una voce amichevole e pacata.

E la Baronessa, visto che si parlava di lei?
Eh, anche lei si lascia andare a giudizi storici e anche lei parla col lettore. Ma, come dicevo nel post scorso, lei è una femminuccia e spesso, troppo spesso, si lascia andare al sentimento, alla drammatizzazione.
Sempre pronta a difendere la classe nobiliare, quella antica e infatuata dai valori cavallereschi che a volte viene minacciata da oppressori stranieri, come in Leatherface, e a volte dal popolame gretto e regicida, come in La primula rossa, la Baronessa sembra voler affermare la dignità di una classe sociale ormai in rovina e di cui lei stessa si sente un'orfana.

La baronessa a 13 anni. Da blakeneymanor
Ricordiamoci che lei deriva da una famiglia nobile ungherese. Il padre, un "sovrano illuminato", aveva intenzione di portare grandi innovazioni nelle sue tenute. Ma il "popolo" - braccianti e contadini locali - impauriti dalle sue idee rivoluzionarie riguardo a nuove tecnologie, incendiarono la tenuta e decretarono la fine delle grandi rivoluzioni del barone suo padre. Questo episodio segnò la vita dell'intera famiglia che si ritrovò prima a Budapest e poi in Francia e infine in Inghilterra: una nobiltà sradicata, che la Orczy ricostruisce nei suoi romanzi circondandola di un alone mitico e identificandola con la nobiltà inglese.

Beh, visti i precedenti della sua infanzia, un pochino ci sta la sua sfegatata partigianeria per gli eroi di una nobiltà romanzata ed anche un po' astorica, se vogliamo.

La prepotenza della voce narrante, quella che dispensa giudizi e inclinazioni partigiane, si aggiunge ai  tanti difetti a cui accennavo nel post precendete, insieme a quelli delle ripetizioni gratuite e dei ripensamenti infiniti dell'eroina.

In alcuni romanzi questi difetti sono più presenti, ripetuti con maggior testardaggine e per questo la storia non riesce a coinvolgere. Ma in altri, l'inventiva e la caratterizzazione dei personaggi sgomina il senso di pesantezza e anche se alcune debolezze persistono, uno se ne dimentica volentieri. Come nel caso de La Primula rossa.

Ma di lei, della famigerata primula, parleremo la prossima volta, con calma.




lunedì 11 agosto 2014

La Baronessa Orczy



Finalmente, come promesso, siamo arrivati a toccare altri lidi, altre corti, altre epoche. Siamo arrivati fino agli albori del secolo scorso, non tanto per ascoltare storie di casate novecentesche, ma per saltellare un'altra volta indietro nei secoli. L'autore che ci ricatapulta a spasso nel tempo è questa signora:

è
Ritratto della Baronessa Emma Orczi, Bassano.


La baronessa Emma Orczy, nata nel 1865 e morta nel 1947, autrice di una serie di romanzetti storici che possiedono notevoli pregi, accanto ad altrettanti difetti.

Non vi dice ancora niente il suo nome? Beh, associamolo a La primula rossa (1905), ed ecco che qualcosa inevitabilmente vi tornerà alla memoria.
Ma prima di parlare del suo capolavoro, voglio parlare un po' di quello che mi ha stuzzicato nella lettura delle sue opere.

Ho iniziato con Petticoat government (1910), conosciuto come Petticoat rule in America, e sconosciuto in  Italia. Come l'ho trovato io? Al solito modo: per caso. Vai su Project Gutenberg, sfogli i titoli dell'autore che non sai nemmeno tu come ti è saltato all'improvviso in mente, leggi un titolo strambo, improponibile, quasi ridicolo e, visto che quel giorno ti senti un po' così, lo scarichi e lo leggiucchi. O lo divori. Dipende dal tempo, o dallo stato d'animo o da piccoli particolari senza importanza sparsi nel romanzo, come il fatto che tra le sue righe riecheggiano riverberi di altre letture.
Esempio?
La Gavotta che risuona nelle stanze da ballo. Non la gavotte di Rameau che Andrea Sperelli e donna Maria Ferres amavano ascoltare, ma quella di Lully, probabilmente ballata così:




E, poi, le ambientazioni, le epoche storiche. È evidente, la baronessa ha letto ed ammirato Dumas. Perché magari non subito, ma dopo un paio di romanzi presi a caso, risulta chiaro che i suoi racconti ripercorrono gli ambienti, i paesi e persino le epoche delle opere di Dumas. Così, ancora una volta siamo sbalzati nelle corti dei vari Luigi (in questo caso XV) o nell'Olanda ai tempi di Guiglielmo d'Orange.

Ma diamo un'occhiata ai titoli per convincercene: Leatherface (Faccia di cuoio - 1916) che ricorda un po' la maschera di ferro (Il conte di Bragelonne, 1848); La primula rossa, 1905, che rimanda a Il tulipano nero, 1850. Titoli che si richiamano l'un l'altro, sebbene solo superficialmente, perchè poi, le storie, a parte forse qualche spunto, si sviluppano in modi diversi. E persino Beau Bracade (1907), quello che sembra il più dipendente dal suo doppio Robin Hood (1863), ma anche dallo scanzonato D'Artagnan con le sue risse spadaccine, persino lui, dicevo, si rivela poi possessore di un carattere e uno sviluppo tutto suo.

Insomma, viene la tentazione di affermare che la baronessa non è altri che un Dumas al femminile. Questo basterebbe a far capire che cosa aspettarsi da un'opera della Orczy.

Prima di tutto, ci sono sempre due piani narrativi: la scena storica con i personaggi ripresi dalla cronaca del tempo e il proscenio, su cui i protagonisti, anche loro parte della scena, si distaccano da essa e vivono in parallelo una dimensione più interiore: la storia dell'innamoramento.
Troviamo, allora, il grande conflitto politico, le cospirazioni, gli intrighi e i malintesi storici; e troviamo, in primo piano, personaggi ad uno stesso tempo protagonisti degli eventi, ma anche della loro storia privata che, inevitabilmente, è storia d'amore.

Il contesto storico non è analizzato in profondità e i suoi personaggi, spesso antagonisti degli eroi, sono figurine piatte. Ma quando passiamo al piano della storia "intima", i caratteri principali si delineano in tutt'altro modo, acquisendo una loro complessa dimensione che stride fortemente con la caratterizzazione degli antagonisti.
Così, in Petticoat Government, al re Luigi XV, avido e sempre alla ricerca di divertimenti sfarzosi che  allevino l'eterna noia, si contrappone un marchese di Eglington, uomo all'apparenza succube della madre e della moglie, creduto pavido e influenzabile, dalle risorse interiori insospettate. Alla Pompadour, amante del re civettuola e astuta, si contrappone la figlia del primo ministro Lydie d'Aumont, donna dalla grande sagacia politica, sempre padrona di se stessa ed estremamente orgogliosa. Nel corso della storia, i personaggi principali matureranno, e grazie a questa crescita, non solo sconfiggeranno il nemico esteriore, ma supereranno anche la loro incapacità di comunicare.

Copertina della prima edizione. Presa da yesterdaysgallery
Lo schema dei personaggi fulgidi in primo piano che si contrappongono ai personaggi bidimensionali storici  in secondo piano si ripete spesso nei romanzi della Baronessa, come anche lo schema dell'innamoramento (lui e lei si ritrovano legati, lei disprezza, lui sembra indegno del suo amore, fino a quando le convinzioni di una o di entrambi si ribaltano e da un'unione forzata nasce il vero amore).

In Leatherface la bella spagnola di elevata estrazione sociale viene costretta a sposare il figlio del borgomastro allo scopo di insediarsi come spia nel seno di uno dei focolai della ribellione nelle Fiandre  Orangiste del XVI sec. Il giovane suo sposo è considerato un nullafacente, un ubriacone che passa le sue giornate in taverna a bere alla salute delle soldatesche spagnole che non disdegnano abbandonarsi ai bagordi in sua compagnia.
Naturalmente si scoprirà che il nullafacente non è altri che l'eroe mascherato che fa da guardia del corpo a  Guglielmo d'Orange. Lo stesso eroe che poi si ritroverà a guidare la rivolta di Gand.
Insomma, il tipico eroe, senza macchia e senza paura. Eppure, la cosa che colpisce maggiormente la fantasia di una lettrice a caso - cioè la mia - non è la figura dell'eroe mascherato. Quella, in un certo senso, appiattisce il personaggio sullo sfondo e lo rende simile alle figure storiche che fanno da coreografia. In questa prospettiva, l'eroe è come al solito coraggioso, pronto al sacrificio, dotato di forza sovrumana. Si riduce anche lui ad un personaggio bidimensionale. Ma quando, invece, si toglie la maschera e si pone in primo piano come protagonista della storia intima, lo stesso uomo inizia davvero a vivere: i piccoli gesti, il suo modo di parlare, di muoversi, di guardare, tutti questi particolari lo rendono estremamente credibile.

Anche in Beau Brocade, il Robin Hood della Baronessa, il protagonista risalta per il suo particolare modo di ridere, per la sua eccentrica inclinazione alla ricercatezza nel vestire, per una sorta di "pazzia" che ricorda un poco la furia amorosa di un personaggio a noi conosciuto:
"But if I refuse?"
"An you refuse," he said, bending the knee before her, and bowing humbly at her feet, "I will entreat you on my knees..."
"And if I still refuse?" she murmured.
"Then will I uproot the trees, break the carriage that bears you away, tear up the Heath and murder yon knaves! God in heaven only knows what I would not do an you refuse."
"Ma se rifiutassi?"
"Se voi rifiutaste," disse lui, inginocchiandosi davanti a lei e inchinandosi umilmente ai suoi piedi, "Vi pregherò in ginocchio..."
"E se io rifiutassi ancora?" mormorò lei.
"Allora sradicherò gli alberi, farò a pezzi la carrozza che vi porta via, distruggerò la Brughiera e ucciderò qualsiasi furfante (mi capiti a tiro)! Solo Dio che è nei cieli sa cosa non farei se voi rifiutaste."
Non sembra minacciare di diventare un Orlando furioso? E si parla di concedergli un giro di ballo nella brughiera isolata, al chiaro di luna! Mica uno normale, questo tizio!

Non nasconderò che ho divorato tre romanzi della Baronessa in pochi giorni chiedendomi, ogni singola sera, il perché mi prendessero nonostante gli enormi difetti. Almeno la metà dei personaggi, come visto, non ha rilevanza psicologica, l'innamoramento tra i due si ripete sempre con gli stessi sotterfugi (Lei: sono costretta a sposarti - non sei degno del mio amore - sto facendo un errore enorme che mi dannerà, ma non ti chiedo aiuto perché, ancora una volta, non sei degno della mia fiducia - Ops... forse un po' degno lo sei. Anzi, no! Sei proprio degno! - E vissero tutti felici e contenti. :D); in più, capita a volte che il rimunginare delle eroine diventi pesantemente lento e inciampi su ripetizioni infinite.

E allora perché mi sono letta in sequenza: Petticoat Government, Leatherface, Beau Brocade e persino La primula rossa?
Perché sono femminuccia. :)
Ma non solo.
Credo sia la maniera della Baronessa di raccontare una stessa storia - che poi risulta accattivante, concediamoglielo - trasformandola ogni volta nella storia particolare di "persone" differenti. Diventa affascinante cogliere i piccoli gesti quotidiani di eroi non stereotipati e monotoni nel loro ruolo di integerrimi paladini, ma resi umani da atteggiamenti e comportamenti perfettamente realistici.

Illustrazione della favola La bella e la bestia,
Anne Anderson (1874-1931). Ripresa da Wikipedia.
È come ritrovarsi a leggere la bella e la bestia in uno di quei libri per bambini: non quelli con le immagini piatte, ma con i paesaggi e le scene che si aprono e diventano tridimensionali. La bestia e la bella si comporteranno sempre nello stesso modo, ma la profondità che li decora rende la lettura affascinante e sempre nuova, con le sue mille sfumatura di chiaroscuro.

A proposito, ve lo avevo detto che "La bella e la bestia" è la mia favola preferita? Forse è per questo che la Baronessa mi ha conquistata.

Non pensate, adesso, di aver finito con la Baronessa. Ci sono altre cose da dire sulla sua scrittura e sui suoi romanzi. Ma noi non abbiamo fretta, vero?
Al prossimo post. :)