Visualizzazione post con etichetta Baronessa Emma Orczy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Baronessa Emma Orczy. Mostra tutti i post

lunedì 22 settembre 2014

Che razza di giallo sei?



No, non lo sto chiedendo direttamente a voi, niente panico.
Questo è l'ipotetico titolo di un gioco quanto meno inutile che vuole fare un po' di ordine nelle mie letture poliziesche.

Le regole del gioco sono semplici. Prima di tutto si elencano tutti i romanzi gialli letti fino ad ora. Almeno da quando abbiamo aperto il blog. E se non avete un blog, beh... facciamo finta di niente e prendiamo i gialli che vi ricordate meglio o che vi sono rimasti nel cuore, se volete.

Per quel che mi riguarda, ho steso una lista, tanto per rinfrescarci la memoria:

Eccola qui:

Chissà perché, pensavo fosse più lunga. Ma anche così possono bastare.

Di questi:

- almeno due sono cozy crime fiction (I misteri della via Morgue, Il vecchio nell'angolo).
- tre li definirei hard-boiled crime fiction (Il canto delle sirene, The Wire in the Blood, Red Dragon).
- uno (La verità sul caso Harry Quebert) lo definirei crime fiction con forte presenza di elementi del giallo giudiziario tradizionale (c'è un colpevole che in verità è innocente e l'indagatore deve svelare il vero assassino per scagionare il sospettato).
- l'ultimo, Il libro di legno, ho talmente tante riserve ad infilarlo in uno qualsiasi dei sottogeneri citati che mi sono arresa e l'ho lasciato incatalogato.

Tra i cozy, I misteri della via Morgue sono misteri della stanza chiusa a chiave (le uscite sono chiuse dall'interno: il crimine sembra inspiegabile). Gli altri sono tipici whodunit (classico svolgimento: crimine-indagine-risoluzione).

Tra gli hard-boiled, The Wire in the Blood è un howcatchem (sappiamo già dall'inizio chi è il colpevole), mentre Il canto delle sirene e anche Red Dragon oscillano tra whodunit e caper story (punto di vista del colpevole), mettendoci anche un po' di spirito noir.

Ancora una volta, il Il libro di legno rimane non ben classificato visto che c'è, in effetti, un motivo d'indagine all'inizio (una donna altolocata di una Palermo in cui si sente forte lo stridio tra le apparenze e la sostanza chiede al protagonista di ritrovare dei libri del suo defunto padre), ma il delitto vero viene commesso solo a metà del libro, mentre altri crimini compiuti in epoche precedenti vengono a galla in corso d'opera. Sembrerebbe una struttura in parte simile a quella di Chandler The big sleep (vi ricordate? Quello di cui non ho letto nemmeno la metà, antesignano del genere hard-boiled: anche lì il detective viene assunto per far luce su un crimine minore e solo dopo arriva l'assassinio) se non fosse che la sensibilità, le atmosfere familiari e le elugubrazioni della scrittura vi si discostano totalmente e lo rendono più... cozy (ma anche qui, le periferie, i personaggi, la mafia e la corruzione richiamano lo scenario caro all'hard-boiled). Insomma, un bel miscuglio che riesce solo in parte, come abbiamo visto a suo tempo. E non so se dare la colpa al tentativo in sé o al modo in cui è stato sviluppato.

Procedendo oltre, di tutti questi nostri gialli, il protagonista dell'indagine non è quasi mai un poliziotto vero.

In I misteri della via Morgue, come anche ne Il mistero di Marie Rogêt di Poe, il detective è un curioso gentiluomo caduto in rovina, ma non per questo in disperazione, che passa le giornate dormendo e le notti speculando su casi della vita e casi criminosi, adottando il metodo deduttivo indifferentemente per gli uni e per gli altri. Ne Il vecchio nell'angolo abbiamo un vecchietto un po' burbero che ama bere il suo latte in una pasticceria alla moda di Londra. Ne La verità sul caso Harry Quebert l'indagine è portata avanti da uno scrittore. Il libro di legno vede come protagonista un radiotecnico che a tempo perso fa il detective privato.
Ne Il canto delle sirene, come anche ne The Wire in the Blood, il detective è un profiler affiancato da un poliziotto e, infine, in Red Dragon è un ex poliziotto che per campare costruisce e ripara motori di barche, almeno fino a quando non gli viene chiesto di rientrare nel corpo e aiutare con le indagini.

Ecco, questo è quanto. Riordinate così, le mie letture gialle sembrano acquisire un senso maggiore, non vi pare?

O, almeno, una cosa sembrano gridarla a squarciagola: a risolvere il crimine è raramente il poliziotto vero e proprio. E allora perché li chiamano polizieschi? La maggior parte dei romanzi che mi sono letta sembrano addirittura asserire che i poliziotti raramente riescono a capirci qualcosa. Ma sorvoliamo su questo dettaglio che, già lo so, mi porterebbe a intraprendere letture infinite di antichi polizieschi dall'incerto valore letterario.


E per la cronaca: sì, ho letto Sherlock Holmes. Ma non l'ho inserito nella lista e non ne parlerò adesso. Aspettatevelo, prima o poi, ma non subito. : )

  
 

lunedì 1 settembre 2014

Senso di abbandono alla riscossa



Ma cos'è?
In questo periodo trovo difficile staccarmi dalle mie letture, quesi provassi un senso di spaesamento ogni volta che, arrivata alla fine, mi guardo intorno per decidere da che parte continuare. E mi sento così incerta, così in balia delle correnti, che rinuncio ad avventurarmi sul nuovo e mi aggrappo esasperatamente a quello che ho appena concluso. Vedi la Baronessa con i suoi 5 volumetti. E vedi adesso questa serie di gialli inglesi.

Ma first things first, come dicono gli inglesi.

The man in the corner, da phillipkay
Sappiamo, ormai, che ero alle prese con gli eroi mascherati della Baronessa Orczy quando, inaspettatamente, mi venne rivelato dalla mia fonte prediletta - Wikipedia, sempre lei - che la Baronessa aveva anche creato una serie di racconti gialli (Il vecchio nell'angolo, 1905). In più, si rivela che è stata sempre lei a creare la prima donna detective della letteratura, una certa Lady Molly di Scotland Yard (1910).
Vabbe', ormai mi conoscete. Ho scaricato al volo Il vecchio nell'angolo e ho letto un paio di racconti, tanto per saggiare. Non che qui compaia la detective Lady Molly, la celeberrima investigatrice. C'è, invece, una giornalista che segue da lontano la cronaca nera di una Londra di inizio secolo piena di omicidi e assasinii. La dama adora andare a prendere il suo tè in una pasticceria particolare. Ha persino il suo angolino, sempre lo stesso, da dove ha la visuale migliore del locale e della finestra. Che sorpresa quando, un giorno, dirigendosi al suo solito cantuccio, trova un vecchietto seduto al suo posto che, con fare nervoso e anche un po' scontroso, sorseggia un bicchiere di latte. Un po' per caso, un po' a posta, la conversazione all'inizio gelida dei due scivola sui fatti di cronaca e lui inizia a vantarsi di saper risolvere i casi insoluti: basta un po' di cervello. A questo punto, quasi fosse un attrezzo indispensabile per carburare la sua vena investigativa, il vecchietto tira fuori una cordicella che annoda e snoda mentre snocciola le sue teorie e risolve uno dopo l'altro i delitti degli ultimi anni sotto lo sguardo ormai intrigato della giornalista.
I casi in sé sono esposti alla maniera di E. A. Poe: prima il vecchietto espone i fatti così come sono apparsi sui giornali e poi aggiunge le sue deduzioni, corredate dal resoconto di piccole esplorazioni sui luoghi dei delitti che lui stesso si è permesso di effettuare.
Imm. presa da Pinterest
Come al solito, la Baronessa riesce a dar forma al burbero e nervoso vecchietto con grande maestria, giocando solo su due o tre particolarità.
La Londra descritta a brevi tratti funzionali mi ha affascinata. Una Londra dei primi del '900, fatta di nebbia e vicoli scuri, grandi stazioni fumose e belle sale da tè: come non rimanerne sedotti?

Allora, con un po' di nostalgia per Londra e l'Inghilterra, mi sono detta: perché non continuare con un giallo britannico? Qualcosa magari non proprio così old fashion, più veloce... un bel giallo contemporaneo, insomma.
Ed ecco qui le famose offerte lampo darmi una mano nell'impresa: Il canto delle sirene, di Val McDermid (1995).
Come è facilmente deducibile, Watson, le due letture non possono essere più lontane l'una dall'altra. Da qui nasce anche la mia difficoltà a collocarle nella stessa categoria. Chiamarli entrambi "gialli" non aiuta molto la loro comprensione. Ma di questo parleremo altrove, a tempo debito.

Ed ora insultatemi! Perché Il canto delle sirene l'ho letto in italiano, non in originale. E questo è stato un erroraccio. La traduzione! Pessima! A parte gli errori grammaticali, ma le frasi! A leggerle, le parole sembravano collegate tra loro. Ma poi, quando vai a cercarne il senso, rimani con il famoso punto interrogativo sulla testa: che voleva dire?
Mille volte mi sono chiesta se fosse la scrittrice a bere troppo durante la stesura o se fosse il traduttore a non capirne molto d'inglese. Alla fine ho dato la colpa al traduttore. È vero, anche la scrittrice ha delle piccole pecche: a volte la scrittura viene rallentata da informazioni di poco interesse, ma questo uso del superfluo viene quasi subito abbandonato in favore di una narrazione coinvolgente. Non che sia avversa per principio all'infiorettamento con particolari inutili, ma forse in un poliziesco non ci sta proprio bene, a meno che non abbia intenti di altri tipi, come ad esempio il depistaggio. Tuttavia, in confronto all'ermetismo di certe frasi in traduzione, questo difetto è irrilevante.

Non dirò molto di più su Il canto delle sirene. Mi dispiacerebbe rovinare la lettura.
Forse, ad un certo punto, alcuni intuiranno parte della soluzione. Non credo che molti comprenderanno tutta la verità, e questo anche per colpa della traduzione. In effetti, bisogna essere abili per non cadere nelle trappole delle sbagliate corrispondenze tra lingue. Ma davvero, adesso taccio. Ho paura di aver detto persino troppo.

Ecco perché non mi piace parlare dei polizieschi! Non è affatto semplice lodare o analizzarne la trama rimanendo nel vago!

In ogni caso, come ho accennato all'inizio, mi sono già affezionata ai personaggi di questo giallo e siccome non si sono fermati al primo serial killer, cedo alla tentazione di seguirli, almeno per un altro
po'.



domenica 24 agosto 2014

La primula in tv




We seek him here, we seek him there,
Those Frenchies seek him everywhere.
Is he in heaven? — Is he in hell?
That damned, elusive Pimpernel
Lo cerchiamo qui, lo cerchiamo lì,
Questi francesotti lo cercano ovunque.
Che sia in cielo? - Che sia all'inferno?
Quella dannata, sfuggente Primula.

Perdonate, non ho saputo resistere alla tentazione di mettercelo anch'io, il ritornello che lo stesso Sir Blakeney compone in onore della Primula rossa.

Il brano è tratto dal film La primula rossa del 1982. Non è il primo film a trattare l'eroe della Baronessa. Prima di lui c'è stata una versione del 1934, con Leslie Howard nei panni dell'eroe e Merle Oberon quale sua sposa.

Questa prima opera cinematografica riprende più o meno fedelmente la trama del romanzo e offre spunti di ispirazione al lavoro del 1982, quello da cui ho ripreso la filastrocca. Personaggi di questa produzione più recente sono Anthony Andrews e Jane Seymour. 

Infine, nel 1999 è la BBC che rielabora la trama e la riadatta per lo schermo in una mini serie tv che raccoglie anche altre storie della Primula rossa. Protagonisti sono Richard E. Grant e Elizabeth McGovern.

La versione del '34 è la più fedele delle tre, nonostante non resista alla tentazione di modificare il finale in favore di un duello e un po' d'azione. Naturalmente stiamo parlando di un film del '34, in cui gli attori hanno una evidente impostazione teatrale (sguardo vitreo e gesti maestosi) e la musica ha un ruolo davvero stringato, quasi assente. Il tutto non fa altro che aumentare la percezione di lentezza.

  
Versione del 1999.
Il lavoro dell'82 riprende molti spunti del film del '34, compresa la scena del duello finale. In più, la narrazione risulta ampliata, facendo partire il racconto da ciò che nel romanzo è trattato come flash back, ossia l'incontro tra Sir Blakeney e la futura lady Blakeney, il loro innamoramento e il matrimonio fino alle incomprensioni e al raffreddamento del loro rapporto. 

Arriva poi la versione della BBC. Come sempre, i prodotti della BBC sono notevoli, con la loro ricercatezza nel dettaglio e la fotografia suggestiva. Tuttavia, molte sono le licenze che gli sceneggiatori si sono presi e anche loro non si distaccano dalla scena del duello finale, quella introdottata dal film del '34.

Di tutte e tre le versioni, quella che forza di più il carattere insulso di Sir Blakeney fin quasi a farlo divenire ridicolo è quella dell'82. E questa è anche quella che stravolge di più il filo narrativo del romanzo, apportando alla narrazione una sequenzialità temporale più lineare, ma anche meno intrigante.
Nonostante ciò, è questa che mi è piaciuta di più. Credo che il merito sia soprattutto di Anthony Andrews: accanto ad una Lady Blakeney dallo sguardo vitreo da bambola di porcellana, la sua espressività riesce a dar vita perfettamente al dramma del vero Sir Blakeney.
A questo punto avrei voluto mostrarvi un piccolo estratto, ma appena dopo la recitazione di Andrews veniva infilata anche una canzone del musical e, devo dire, non me la sono sentita di propinarvela. Diciamo che il musical lo menziono appena, giusto per la cronaca: Frank Wildhorn ne cura la musica, Nan Knighton i testi e viene mandato in scena dal 1997 al 2000 a Brodway. Ascoltate un paio di canzoni, ho steso un velo pietoso e ho continuato per la mia strada.

Come è evidente, per decenni La primula rossa ha infiammato la fantasia di molti e ha dato spunto anche a produzioni meno seriose, quando non proprio comiche. No, non mi riferisco al musical citato sopra, ma al lavoro di Renato Rascel, ad esempio.


Io sono la Primula Rossa - Il Sanculotto, 1955.
Questo non l'ho visto, ma presumo che non tratti l'argomento in modo troppo serio.

Insomma, se vi va di immergervi non tanto nella lettura, quanto nella visione della Primula rossa, si ha solo l'imbarazzo della scelta.
Un unico avvertimento: il finale, come ho detto fino alla nausea, viene modificato in tutti i surrogati televisivi. Secondo me, è un peccato. Io ho apprezzato l'originale. Quindi non sto insinuando che prima di vedere un qualche film della Primula sia meglio leggere il romanzo, ma certo la cosa non farebbe male.
E non fate i furbetti, non andate a leggervi l'ultimo capitolo per scoprire come finisce, perché tanto non credo ci capireste molto. :D




giovedì 21 agosto 2014

La Primula rossa: supereroe senza super poteri


The scarlet pimpernel fece la sua prima comparsa come opera teatrale nel 1903 al Theatre Royal di Nottingham, ma all'epoca non ebbe successo. Dopo aver subìto una rielaborazione e un cambio di finale, la Baronessa ci riprovò. Questa volta fu riproposto nel 1905 a Londra, al New Theatre, e qui, finalmente, ebbe l'apprezzamento che poi lo rese immortale.

Perché tanto successo?

Molti vi diranno che affascina per il prototipo dell'eroe mascherato alla Zorro e alla Batman. Ed è vero, in parte. La Primula rossa fu il primo di tutta una serie di eroi moderni con caratteristiche ben marcate: sono mascherati, lottano contro i sopprusi, hanno una doppia identità spesso antitetica. A loro modo, sono dei supereroi senza super poteri. E forse per questo risultano ancor più accattivanti.

Lord Blakeney risponde quasi fedelmente a questo ritratto. Quasi, perché è vero, lui fu il primo paladino misterioso, ma non mascherato. Si traveste in mille guise, ma non ha un costume caratteristico: niente mantelli o maschere sul volto.
Sono altri gli eroi della Baronessa che indossano la maschera: Leatherface e Beau Brocade, ad esempio, che seguono di qualche anno l'apparizione della Primula rossa. Loro sono i primi paladini della letteratura moderna a celare la loro identità grazie ad un camuffamento che diventa marca distintiva del personaggio.

La Primula rossa difende i deboli in pericolo. Che poi questi deboli corrispondano per lo più ai rappresentanti della nobiltà francese a cui il popolo abbrutito vuole staccare la testa, non diminuisce la bellezza dell'atto eroico del protagonista. Certo, fanno meno simpatia dei poveri che muoiono di fame, loro, con i loro vezzi e i loro pregiudizi di classe. Ma sempre deboli sono, e questo rende onore alla Primula e ai suoi seguaci.
Ancora una volta, sono gli altri protagonisti mascherati della Baronessa che difendono i deboli e i poveri tradizionalmente intesi. In particolare, Beau Brocade, la rivisitazione del Robin Hood di Dumas, si assume, tra gli altri, il compito di proteggere le vedove e gli orfani dall'avarizia del nobile di turno.

Un'altra cosa che affascina della Primula è il contrasto perfetto tra le due facce dello stesso uomo: il nobile dandy di grandi fortune che fa ridere tutta la corte inglese e dispensa lezioni di buon gusto, flemmatico e pigro, considerato addirittura sciocco e tonto, fa da perfetto contrappunto all'eroe dalla mente sveglia e ingegnosa.
Di tanto in tanto, l'uomo d'azione fa delle brevi incursioni nella vita del dandy. Indovinate, voi, in quali frangenti? Ma certo, quando proprio non riesce a tenere repressa la sua passione per la bella moglie che, naturalmente, viene tenuta a distanza per vari motivi. Ed ecco qua che si inserisce la solita storia d'amore. Solita per modo di dire, perché anche la relazione tra Lord Blakeney e la sua consorte è particolare. All'inizio c'è un matrimonio felice: lui mosso da una profonda passione, lei da una fascinazione per l'ardore con cui si era sentita adorare che, sebbene non proprio amore, aveva una sua giustificazione. Poi i soliti malintesi che guastano la serena unione. Nel corso dell'avventura, la bella Lady Blakeney ne combinerà di belle, mettendo a rischio la vita di gran quantità di gente, fino, poi, a maturare e a trasformare quel suo amore superficiale in un vero e profondo sentimento. Ok, il fatto che il suo amante si rivelasse un supereroe aiuta, o no? In ogni caso, vedete come il personaggio acquista tridimensionalità? Grazie a queste convincenti sottigliezze psicologiche.

   
Ed. del 1908. Imm. ripresa da Wiki.
Ma adesso sto divagando. Torniamo un attimo a Lord Blakeney. Se accostato agli altri eroi della Baronessa, ci si rende conto che tutti loro sono caratterizzati da tratti comuni. Uno di questi è il profilo "dandy". Molle, raffinato, detentore di buon gusto, è questa una delle qualità che lo elevano rispetto alla massa, insieme al coraggio senza frontiere e l'abilità nel combattimento. In Blakeney, è spesso rimarcato: lui detta legge sul gusto della società inglese e l'elogio al cravattino è l'apice della sua perfetta dialettica estetica. Negli altri eroi della Baronessa, l'elevazione del gusto e lo spirito esteta nobilita quasi più che non l'appartenenza del sangue alla casta. Così, Beau Brocade viene soprannominato in questo modo a causa dei suoi preziosi abiti e del suo stile, sempre impeccabile, che cozza non poco con il suo modo di vivere: sua dimora è la brughiera, il suo letto il manto erboso, il suo tetto sono le stelle e il suo mestiere è quello del brigante ricercato. Che cosa ci azzecca un soprabito di broccato con ricami di alto pregio, il cravattino sempre piegato e stirato e il suo vezzo di ammirare i merletti della camicia? Nulla, ma è segno dei gusti nobili che si contrappone all'incapacità di apprezzare il bello della massa comune.
Anche Lord Eglinton, il personaggio di The Petticoat government, è un Beau nel suo ambiente.

Ma, allora, in visione di tutta questa chiacchierata, è giusto dare il titolo di primo supereroe mascherato alla sola Primula rossa?
Mhhh... Forse sarebbe più corretto dire che a fare da modello al supereroe senza super poteri, tanto popolare al giorno d'oggi, è stato non solo lui, ma l'eroe tipo della Baronessa Orczy, quello che si ripete, anche se trasformandosi di volta in volta, in molti dei suoi romanzi.

Prima di passare allo stacchetto, aggiungo solo una nota riguardo al sequel infinito della Primula. I romanzi che parlano direttamente o indirettamente si lui sono almeno una ventina, scritti in un lunghissimo arco di tempo e senza rispettare una sequenza temporale. Di questi, io ho letto solo I will repay (1906) e devo dire che sono rimasta davvero delusa. Quindi, se per caso vi siete letti La primula rossa e ora vi state quasi convincendo a spulciarne un altro della stessa serie, io vi ho avvertito, non garantisco.
;)

domenica 17 agosto 2014

Il ruolo del narratore



Un giovane scrittore alle prese con i suoi primi studi sulla scrittura e i mille suggerimenti che un po' tutti si sentono in dovere di elargire, spesso si trova ad affrontare il dogma del: "ridurre al minimo la distanza tra lettura e lettore". Costringiamo il lettore ad immedesimarsi nella storia, perché questo è il modo migliore per tenerlo incollato al romanzo. Eliminiamo quindi il più possibile la voce del narratore, cancelliamo la sua prensenza. Questo dovrebbe assicurare la completa attenzione e devozione del lettore alla storia.

Così, bandiamo l'uso di D'Annunzio di quei suoi "quasi direi" inseriti nella narrazione:
Ed ella aveva appunto le estremità un po' correggesche (= alla maniera della Danae del Correggio), le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nella statua di Dafne...
Danae del Correggio,1531-32 c. Immagine di Wikipedia
Questo è tratto da Il piacere (1889). E, tanto per ricordarlo, Il piacere è scritto in terza persona e quel "quasi direi" è evidentemente proferito dal narratore.

Altrettanto bandita è anche la bonaria voce del narratore che si intrufola ovunque nella narrazione di Dumas. Ne Il tulipano nero (un altro romanzo nato dalla collaborazione con Maquet, 1850) non solo la voce narrante dispensa giudizi in merito agli accadimenti storici dell'epoca (siamo nelle Fiandre del XVI sec., pochi anni prima della rivolta di Gend, quella raccontata dalla Baronessa in Leatherface), ma dialoga allegramente col lettore:
Cornélius ne savait point ce qui s'était passé à Harlem, et nous le laisserons dans cette ignorance jusqu'à ce qu'il en soit tiré par les événements.
Mais il ne peut pas en être de même du lecteur, qui a le droit d'être mis au courant des choses, même avant notre héros.
Cornelius non sapeva affatto ciò che accadeva ad Harlem e noi lo lasceremo in questa sua ignoranza fino a quando gli avvenimenti lo trarranno fuori da essa.
Ma lo stesso non può succedere al lettore, che ha il diritto di essere messo al corrente degli avvenimenti, persino prima che lo sia il nostro eroe.
Grazie, narratore del Tulipano nero! Non avremmo proprio avuto la pazienza di sopportare i tormenti dell'incertezza seduti a mordicchiarci le unghie accanto al prigioniero Cornelius.

A proposito, se per voi, come lo era per me, il tulipano nero è legato alla storia del cartone animato giapponese:


disilludetevi: il romanzo di Dumas non parla di eroi mascherati o di fanciulle alla corte di re francesi. Parla invece di sapienti floricoltori e di... tulipani neri, appunto. E ricorda, in parte, la storia del prigioniero più famoso di Dumas, Edmond Dantès, carcerato anche lui ingiustamente per una denuncia di invidiosi rivali.

Ma torniamo alla voce narrante.
In mio parere, la voce narrante di Dumas è estremamente piacevole e, sebbene faccia proprio il contrario di quello che al giorno d'oggi dovrebbe fare - eclissarsi e scomparire nel nulla dietro alla storia - la sua presenza mi rassicura, mi fa quasi sentire come una bambina guidata per mano da una voce amichevole e pacata.

E la Baronessa, visto che si parlava di lei?
Eh, anche lei si lascia andare a giudizi storici e anche lei parla col lettore. Ma, come dicevo nel post scorso, lei è una femminuccia e spesso, troppo spesso, si lascia andare al sentimento, alla drammatizzazione.
Sempre pronta a difendere la classe nobiliare, quella antica e infatuata dai valori cavallereschi che a volte viene minacciata da oppressori stranieri, come in Leatherface, e a volte dal popolame gretto e regicida, come in La primula rossa, la Baronessa sembra voler affermare la dignità di una classe sociale ormai in rovina e di cui lei stessa si sente un'orfana.

La baronessa a 13 anni. Da blakeneymanor
Ricordiamoci che lei deriva da una famiglia nobile ungherese. Il padre, un "sovrano illuminato", aveva intenzione di portare grandi innovazioni nelle sue tenute. Ma il "popolo" - braccianti e contadini locali - impauriti dalle sue idee rivoluzionarie riguardo a nuove tecnologie, incendiarono la tenuta e decretarono la fine delle grandi rivoluzioni del barone suo padre. Questo episodio segnò la vita dell'intera famiglia che si ritrovò prima a Budapest e poi in Francia e infine in Inghilterra: una nobiltà sradicata, che la Orczy ricostruisce nei suoi romanzi circondandola di un alone mitico e identificandola con la nobiltà inglese.

Beh, visti i precedenti della sua infanzia, un pochino ci sta la sua sfegatata partigianeria per gli eroi di una nobiltà romanzata ed anche un po' astorica, se vogliamo.

La prepotenza della voce narrante, quella che dispensa giudizi e inclinazioni partigiane, si aggiunge ai  tanti difetti a cui accennavo nel post precendete, insieme a quelli delle ripetizioni gratuite e dei ripensamenti infiniti dell'eroina.

In alcuni romanzi questi difetti sono più presenti, ripetuti con maggior testardaggine e per questo la storia non riesce a coinvolgere. Ma in altri, l'inventiva e la caratterizzazione dei personaggi sgomina il senso di pesantezza e anche se alcune debolezze persistono, uno se ne dimentica volentieri. Come nel caso de La Primula rossa.

Ma di lei, della famigerata primula, parleremo la prossima volta, con calma.




lunedì 11 agosto 2014

La Baronessa Orczy



Finalmente, come promesso, siamo arrivati a toccare altri lidi, altre corti, altre epoche. Siamo arrivati fino agli albori del secolo scorso, non tanto per ascoltare storie di casate novecentesche, ma per saltellare un'altra volta indietro nei secoli. L'autore che ci ricatapulta a spasso nel tempo è questa signora:

è
Ritratto della Baronessa Emma Orczi, Bassano.


La baronessa Emma Orczy, nata nel 1865 e morta nel 1947, autrice di una serie di romanzetti storici che possiedono notevoli pregi, accanto ad altrettanti difetti.

Non vi dice ancora niente il suo nome? Beh, associamolo a La primula rossa (1905), ed ecco che qualcosa inevitabilmente vi tornerà alla memoria.
Ma prima di parlare del suo capolavoro, voglio parlare un po' di quello che mi ha stuzzicato nella lettura delle sue opere.

Ho iniziato con Petticoat government (1910), conosciuto come Petticoat rule in America, e sconosciuto in  Italia. Come l'ho trovato io? Al solito modo: per caso. Vai su Project Gutenberg, sfogli i titoli dell'autore che non sai nemmeno tu come ti è saltato all'improvviso in mente, leggi un titolo strambo, improponibile, quasi ridicolo e, visto che quel giorno ti senti un po' così, lo scarichi e lo leggiucchi. O lo divori. Dipende dal tempo, o dallo stato d'animo o da piccoli particolari senza importanza sparsi nel romanzo, come il fatto che tra le sue righe riecheggiano riverberi di altre letture.
Esempio?
La Gavotta che risuona nelle stanze da ballo. Non la gavotte di Rameau che Andrea Sperelli e donna Maria Ferres amavano ascoltare, ma quella di Lully, probabilmente ballata così:




E, poi, le ambientazioni, le epoche storiche. È evidente, la baronessa ha letto ed ammirato Dumas. Perché magari non subito, ma dopo un paio di romanzi presi a caso, risulta chiaro che i suoi racconti ripercorrono gli ambienti, i paesi e persino le epoche delle opere di Dumas. Così, ancora una volta siamo sbalzati nelle corti dei vari Luigi (in questo caso XV) o nell'Olanda ai tempi di Guiglielmo d'Orange.

Ma diamo un'occhiata ai titoli per convincercene: Leatherface (Faccia di cuoio - 1916) che ricorda un po' la maschera di ferro (Il conte di Bragelonne, 1848); La primula rossa, 1905, che rimanda a Il tulipano nero, 1850. Titoli che si richiamano l'un l'altro, sebbene solo superficialmente, perchè poi, le storie, a parte forse qualche spunto, si sviluppano in modi diversi. E persino Beau Bracade (1907), quello che sembra il più dipendente dal suo doppio Robin Hood (1863), ma anche dallo scanzonato D'Artagnan con le sue risse spadaccine, persino lui, dicevo, si rivela poi possessore di un carattere e uno sviluppo tutto suo.

Insomma, viene la tentazione di affermare che la baronessa non è altri che un Dumas al femminile. Questo basterebbe a far capire che cosa aspettarsi da un'opera della Orczy.

Prima di tutto, ci sono sempre due piani narrativi: la scena storica con i personaggi ripresi dalla cronaca del tempo e il proscenio, su cui i protagonisti, anche loro parte della scena, si distaccano da essa e vivono in parallelo una dimensione più interiore: la storia dell'innamoramento.
Troviamo, allora, il grande conflitto politico, le cospirazioni, gli intrighi e i malintesi storici; e troviamo, in primo piano, personaggi ad uno stesso tempo protagonisti degli eventi, ma anche della loro storia privata che, inevitabilmente, è storia d'amore.

Il contesto storico non è analizzato in profondità e i suoi personaggi, spesso antagonisti degli eroi, sono figurine piatte. Ma quando passiamo al piano della storia "intima", i caratteri principali si delineano in tutt'altro modo, acquisendo una loro complessa dimensione che stride fortemente con la caratterizzazione degli antagonisti.
Così, in Petticoat Government, al re Luigi XV, avido e sempre alla ricerca di divertimenti sfarzosi che  allevino l'eterna noia, si contrappone un marchese di Eglington, uomo all'apparenza succube della madre e della moglie, creduto pavido e influenzabile, dalle risorse interiori insospettate. Alla Pompadour, amante del re civettuola e astuta, si contrappone la figlia del primo ministro Lydie d'Aumont, donna dalla grande sagacia politica, sempre padrona di se stessa ed estremamente orgogliosa. Nel corso della storia, i personaggi principali matureranno, e grazie a questa crescita, non solo sconfiggeranno il nemico esteriore, ma supereranno anche la loro incapacità di comunicare.

Copertina della prima edizione. Presa da yesterdaysgallery
Lo schema dei personaggi fulgidi in primo piano che si contrappongono ai personaggi bidimensionali storici  in secondo piano si ripete spesso nei romanzi della Baronessa, come anche lo schema dell'innamoramento (lui e lei si ritrovano legati, lei disprezza, lui sembra indegno del suo amore, fino a quando le convinzioni di una o di entrambi si ribaltano e da un'unione forzata nasce il vero amore).

In Leatherface la bella spagnola di elevata estrazione sociale viene costretta a sposare il figlio del borgomastro allo scopo di insediarsi come spia nel seno di uno dei focolai della ribellione nelle Fiandre  Orangiste del XVI sec. Il giovane suo sposo è considerato un nullafacente, un ubriacone che passa le sue giornate in taverna a bere alla salute delle soldatesche spagnole che non disdegnano abbandonarsi ai bagordi in sua compagnia.
Naturalmente si scoprirà che il nullafacente non è altri che l'eroe mascherato che fa da guardia del corpo a  Guglielmo d'Orange. Lo stesso eroe che poi si ritroverà a guidare la rivolta di Gand.
Insomma, il tipico eroe, senza macchia e senza paura. Eppure, la cosa che colpisce maggiormente la fantasia di una lettrice a caso - cioè la mia - non è la figura dell'eroe mascherato. Quella, in un certo senso, appiattisce il personaggio sullo sfondo e lo rende simile alle figure storiche che fanno da coreografia. In questa prospettiva, l'eroe è come al solito coraggioso, pronto al sacrificio, dotato di forza sovrumana. Si riduce anche lui ad un personaggio bidimensionale. Ma quando, invece, si toglie la maschera e si pone in primo piano come protagonista della storia intima, lo stesso uomo inizia davvero a vivere: i piccoli gesti, il suo modo di parlare, di muoversi, di guardare, tutti questi particolari lo rendono estremamente credibile.

Anche in Beau Brocade, il Robin Hood della Baronessa, il protagonista risalta per il suo particolare modo di ridere, per la sua eccentrica inclinazione alla ricercatezza nel vestire, per una sorta di "pazzia" che ricorda un poco la furia amorosa di un personaggio a noi conosciuto:
"But if I refuse?"
"An you refuse," he said, bending the knee before her, and bowing humbly at her feet, "I will entreat you on my knees..."
"And if I still refuse?" she murmured.
"Then will I uproot the trees, break the carriage that bears you away, tear up the Heath and murder yon knaves! God in heaven only knows what I would not do an you refuse."
"Ma se rifiutassi?"
"Se voi rifiutaste," disse lui, inginocchiandosi davanti a lei e inchinandosi umilmente ai suoi piedi, "Vi pregherò in ginocchio..."
"E se io rifiutassi ancora?" mormorò lei.
"Allora sradicherò gli alberi, farò a pezzi la carrozza che vi porta via, distruggerò la Brughiera e ucciderò qualsiasi furfante (mi capiti a tiro)! Solo Dio che è nei cieli sa cosa non farei se voi rifiutaste."
Non sembra minacciare di diventare un Orlando furioso? E si parla di concedergli un giro di ballo nella brughiera isolata, al chiaro di luna! Mica uno normale, questo tizio!

Non nasconderò che ho divorato tre romanzi della Baronessa in pochi giorni chiedendomi, ogni singola sera, il perché mi prendessero nonostante gli enormi difetti. Almeno la metà dei personaggi, come visto, non ha rilevanza psicologica, l'innamoramento tra i due si ripete sempre con gli stessi sotterfugi (Lei: sono costretta a sposarti - non sei degno del mio amore - sto facendo un errore enorme che mi dannerà, ma non ti chiedo aiuto perché, ancora una volta, non sei degno della mia fiducia - Ops... forse un po' degno lo sei. Anzi, no! Sei proprio degno! - E vissero tutti felici e contenti. :D); in più, capita a volte che il rimunginare delle eroine diventi pesantemente lento e inciampi su ripetizioni infinite.

E allora perché mi sono letta in sequenza: Petticoat Government, Leatherface, Beau Brocade e persino La primula rossa?
Perché sono femminuccia. :)
Ma non solo.
Credo sia la maniera della Baronessa di raccontare una stessa storia - che poi risulta accattivante, concediamoglielo - trasformandola ogni volta nella storia particolare di "persone" differenti. Diventa affascinante cogliere i piccoli gesti quotidiani di eroi non stereotipati e monotoni nel loro ruolo di integerrimi paladini, ma resi umani da atteggiamenti e comportamenti perfettamente realistici.

Illustrazione della favola La bella e la bestia,
Anne Anderson (1874-1931). Ripresa da Wikipedia.
È come ritrovarsi a leggere la bella e la bestia in uno di quei libri per bambini: non quelli con le immagini piatte, ma con i paesaggi e le scene che si aprono e diventano tridimensionali. La bestia e la bella si comporteranno sempre nello stesso modo, ma la profondità che li decora rende la lettura affascinante e sempre nuova, con le sue mille sfumatura di chiaroscuro.

A proposito, ve lo avevo detto che "La bella e la bestia" è la mia favola preferita? Forse è per questo che la Baronessa mi ha conquistata.

Non pensate, adesso, di aver finito con la Baronessa. Ci sono altre cose da dire sulla sua scrittura e sui suoi romanzi. Ma noi non abbiamo fretta, vero?
Al prossimo post. :)