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lunedì 22 settembre 2014

Che razza di giallo sei?



No, non lo sto chiedendo direttamente a voi, niente panico.
Questo è l'ipotetico titolo di un gioco quanto meno inutile che vuole fare un po' di ordine nelle mie letture poliziesche.

Le regole del gioco sono semplici. Prima di tutto si elencano tutti i romanzi gialli letti fino ad ora. Almeno da quando abbiamo aperto il blog. E se non avete un blog, beh... facciamo finta di niente e prendiamo i gialli che vi ricordate meglio o che vi sono rimasti nel cuore, se volete.

Per quel che mi riguarda, ho steso una lista, tanto per rinfrescarci la memoria:

Eccola qui:

Chissà perché, pensavo fosse più lunga. Ma anche così possono bastare.

Di questi:

- almeno due sono cozy crime fiction (I misteri della via Morgue, Il vecchio nell'angolo).
- tre li definirei hard-boiled crime fiction (Il canto delle sirene, The Wire in the Blood, Red Dragon).
- uno (La verità sul caso Harry Quebert) lo definirei crime fiction con forte presenza di elementi del giallo giudiziario tradizionale (c'è un colpevole che in verità è innocente e l'indagatore deve svelare il vero assassino per scagionare il sospettato).
- l'ultimo, Il libro di legno, ho talmente tante riserve ad infilarlo in uno qualsiasi dei sottogeneri citati che mi sono arresa e l'ho lasciato incatalogato.

Tra i cozy, I misteri della via Morgue sono misteri della stanza chiusa a chiave (le uscite sono chiuse dall'interno: il crimine sembra inspiegabile). Gli altri sono tipici whodunit (classico svolgimento: crimine-indagine-risoluzione).

Tra gli hard-boiled, The Wire in the Blood è un howcatchem (sappiamo già dall'inizio chi è il colpevole), mentre Il canto delle sirene e anche Red Dragon oscillano tra whodunit e caper story (punto di vista del colpevole), mettendoci anche un po' di spirito noir.

Ancora una volta, il Il libro di legno rimane non ben classificato visto che c'è, in effetti, un motivo d'indagine all'inizio (una donna altolocata di una Palermo in cui si sente forte lo stridio tra le apparenze e la sostanza chiede al protagonista di ritrovare dei libri del suo defunto padre), ma il delitto vero viene commesso solo a metà del libro, mentre altri crimini compiuti in epoche precedenti vengono a galla in corso d'opera. Sembrerebbe una struttura in parte simile a quella di Chandler The big sleep (vi ricordate? Quello di cui non ho letto nemmeno la metà, antesignano del genere hard-boiled: anche lì il detective viene assunto per far luce su un crimine minore e solo dopo arriva l'assassinio) se non fosse che la sensibilità, le atmosfere familiari e le elugubrazioni della scrittura vi si discostano totalmente e lo rendono più... cozy (ma anche qui, le periferie, i personaggi, la mafia e la corruzione richiamano lo scenario caro all'hard-boiled). Insomma, un bel miscuglio che riesce solo in parte, come abbiamo visto a suo tempo. E non so se dare la colpa al tentativo in sé o al modo in cui è stato sviluppato.

Procedendo oltre, di tutti questi nostri gialli, il protagonista dell'indagine non è quasi mai un poliziotto vero.

In I misteri della via Morgue, come anche ne Il mistero di Marie Rogêt di Poe, il detective è un curioso gentiluomo caduto in rovina, ma non per questo in disperazione, che passa le giornate dormendo e le notti speculando su casi della vita e casi criminosi, adottando il metodo deduttivo indifferentemente per gli uni e per gli altri. Ne Il vecchio nell'angolo abbiamo un vecchietto un po' burbero che ama bere il suo latte in una pasticceria alla moda di Londra. Ne La verità sul caso Harry Quebert l'indagine è portata avanti da uno scrittore. Il libro di legno vede come protagonista un radiotecnico che a tempo perso fa il detective privato.
Ne Il canto delle sirene, come anche ne The Wire in the Blood, il detective è un profiler affiancato da un poliziotto e, infine, in Red Dragon è un ex poliziotto che per campare costruisce e ripara motori di barche, almeno fino a quando non gli viene chiesto di rientrare nel corpo e aiutare con le indagini.

Ecco, questo è quanto. Riordinate così, le mie letture gialle sembrano acquisire un senso maggiore, non vi pare?

O, almeno, una cosa sembrano gridarla a squarciagola: a risolvere il crimine è raramente il poliziotto vero e proprio. E allora perché li chiamano polizieschi? La maggior parte dei romanzi che mi sono letta sembrano addirittura asserire che i poliziotti raramente riescono a capirci qualcosa. Ma sorvoliamo su questo dettaglio che, già lo so, mi porterebbe a intraprendere letture infinite di antichi polizieschi dall'incerto valore letterario.


E per la cronaca: sì, ho letto Sherlock Holmes. Ma non l'ho inserito nella lista e non ne parlerò adesso. Aspettatevelo, prima o poi, ma non subito. : )

  
 

giovedì 18 settembre 2014

Le definizioni non finiscono mai



Eggià, vi avevo promesso un seguito al post delle definizioni giallesche (vero, Daniele? :D), ed eccolo qua. Ma forse non dovrei chiamarle più definizioni, ma caratteristiche strutturali.

L'altra volta ho cercato di dare una veloce scorsa a quelli che sono i sottogeneri del giallo. Per lo più, mi sono basata sui contenuti. Oggi, invece, mi stuzzica parlare della struttura di questi romanzi.

Perché, se andiamo a prendere la costruzione e l'impalcatura delle varie opere, ci accorgiamo che non tutte sono pensate allo stesso modo e l'effetto che ne deriva non è sempre uguale.

Whodunit, ripreso da furiousdiaper
Come ormai tutti sanno, di solito il romanzo giallo classico inizia con la scoperta di un omicidio (o fatto altrettanto criminale), per poi proseguire con le indagini. Mille prove saltano fuori durante la lettura e alla fine si arriva alla soluzione con relativo disvelamento di colpevole e movente. Questo è il tipico sviluppo che Wikipedia anglofona chiama whodunit (chi-è-stato o chi-l'ha-fatto, scritto come lo pronuncerebbe uno scozzese, ma non perché gli scozzesi ci abbiano a che fare, ma perché rimanda all'associazione giallo-genere popolare. E anche questo, da solo, sarebbe un argomento a sé, per un altro post).
La struttura è logica e lineare: il lettore trova tanti piccoli tasselli e si diverte ad incastrarli, giocando così al detective insieme al protagonista.
Immagine ripresa da casualoptimist

Di questo prototipo, ci sono varianti più o meno cervellotiche. Esempio supremo: il delitto è lì, sotto i nostri occhi, ma ci risulta impossibile capire come sia stato perpretato. Vi ricordate i Dieci piccoli indiani di Agatha Christie? Ecco, tipo quello. In inglese viene riferito come Locked room mistery (il mistero della stanza chiusa a chiave). Se vogliamo, il primo giallo della storia ha proprio questa struttura. Vi ricordate I delitti della via Morgue, di Poe? Il delito è compiuto in una stanza ermeticamente chiusa a chiave dall'interno ed è umanamente impossibile essere usciti dalla scena del crimine.

Un altro schema narrativo che si sviluppa in seguito è quello che prevede un'inversione nella sequenza dell'indagine: fin da subito sappiamo non solo come è stato commesso il crimine, ma anche chi lo ha commesso e lo scopo dell'indagine sarà quello di inchiodare il criminale apportando sempre più prove sostanziali.
In inglese, questa struttura viene detta howcatchem (come-li-acchiappi) o, più aulicamente, Inverted detective story (storia poliziesca invertita). Diciamo che in questa categoria ci possiamo includere tutti i romanzi riguardanti inchieste giudiziarie o medico-legali e simili.

Schema preso da davidboagey
C'è un'altra categoria di giallo che forse non potrei proprio inserire in una classificazione riguardante la struttura, ma in un'analisi del punto di vista narrativo. In inglese sono dette caper stories (e qui mi trovate in difficoltà nel tentativo di trovare una traduzione appropriata: Storie sottosopra? Capovolte, ribaltate? Di certo non "storie del cappero"! O forse...). Come si intuisce, c'è qualcosa che non funziona in modi tradizionale e che, anzi, viene ribaltata. E questa cosa è la voce narrante che, invece di essere associata al punto di vista del detective, viene sviluppata seguendo il punto di vista del criminale. Lo so, sto parlando del noir, sottocategoria già introdotta nel precedente post, ma siccome mi riferisco non tanto ai contenuti, quanto alla struttura narrativa, mi sembrava bene aggiungerlo anche qui.

Ecco qui, queste mi sembrano le caratteristiche strutturali più menzionate e adottate dai vari gialli.
E adesso che vi ho tediato con classificazioni e definizioni, cosa facciamo?

Beh, andiamo a rivedere tutti i gialli che mi sono letta e cerchiamo di inquadrarli in uno o in più di questi sottogeneri. :)
Un esercizio senza scopo, ma che stranamente mi appaga in modo non indifferente. :D

Ma questo al prossimo post.



lunedì 15 settembre 2014

Definizione di genere: il giallo




Riesumando i titoli dei gialli che mi sono letta in quest'ultimo anno, mi rendo conto che, pur riuscendo a identificare ognuno di loro come giallo, spesso le loro caratteristiche sono talmente lontane tra loro che si fa fatica a pensarli come appartenenti ad un unico genere.

Cerchiamo allora di fare un po' di ordine.

Cos'è il giallo?

In inglese viene chiamato Crime fiction e secondo me rende meglio l'idea: c'è un crimine commesso, spesso omicidio; c'è un detective non sempre di mestiere che risolve casi usando il metodo deduttivo, quello stesso metodo che Edgar Allan Poe descrive con minuzia all'inizio del racconto I delitti della via Morgue (1841); e c'è, naturalmente, la soluzione del caso.

  
Edizione italiana del 1934
de Le ultime avventure di 
Sherlock Holmes.
In italiano, la stessa definizione è applicabile alla nostra letteratura gialla o, più semplicemente, al giallo. L'uso del termine nostrano si diffonde a partire dal lontano 1929, quando la Mondadori iniziò a pubblicare una collana di polizieschi chiamata Il Giallo Mondadori. Sua caratteristica è la copertina di colore giallo, ovviamente. Sinonimo di giallo è poliziesco, anche se non sempre i poliziotti c'entrano.

Ok, fin qui ci siamo. Tutti i gialli che mi sono letta rientrano in questa categoria generale: crimine, indagine condotta con metodo deduttivo, risoluzione finale.

Eppure è ancora difficile accostare Il libro di legno di Gian Mauro Costa (2010) e Red Dragon di Thomas Harris (1981) e considerarli dello stesso genere.

Fin dall'inizio si vede l'enorme differenza tra i due. Ne Il libro di legno l'indagine non parte da un omicidio (affari legati al recupero di libri dispersi), mentre quelle nel Red Dragon partono da una serie di omicidi plurimi. A chi troppo e a chi niente.
E poi, i toni sono davvero antitetici: il primo si trastulla con lunghe meditazioni, con accidenti anche un po' squallidi e brutali, ma sempre velatamente accennati e di certo non cerca di scioccare il lettore.
Il secondo mira all'effetto raccapricciante, anche se non risulta mai ricercato solo per il gusto di disgustare.

Il primo rientra nella categoria del cozy crime fiction, che tradotto da noi non suona affatto bene (cozy vuol dire confortevole, comodo. Dà l'idea di un ambiente accogliente). L'aggettivo cozy descrive perfettamente l'ambito in cui l'azione viene rappresentata: di solito residenze eleganti, spesso situate nella campagna inglese, abitate da personaggi di estrazione altolocata che si ritrovano un bel cadavere nella sala da biliardo, o nello stanzino. Uno solo, di cadavere, di cui ci viene detto proprio l'essenziale: è morto, a volte strangolato, a volte accoltellato, ma anche a suon di pistolettate, volendo. Il detective di turno, anche lui di estrazione sociale elevata, guarda, congettura, deduce e, alla fine, senza fermarsi troppo su dettagli inquietanti o sporcarsi le mani, trova il colpevole e lo dona alla giustizia. La cosa che affascina di più è che il lettore diventa a sua volta un detective: segue le piste, si scervella di pari passo con l'investigatore. Esempi famosi: Miss Marple, Sherlock Holmes, eccetera eccetera.
Beh, in effetti, è quasi gradevole immergersi in un simile contesto, nonostante il vago dispiacere per quel povero cadavere nella sala del biliardo. 
 
Il secondo romanzo, invece, lo possiamo definire hard-boiled (bollito... sodo... crimine bollito? Da qualche parte avevo letto un tentativo di giustificare l'accostamento del "bollito" al crimine, ma ora sembra sfuggirmi). In questo genere di gialli, l'ambientazione si apre su una periferia cittadina. Spesso i killer si muovono in contesti degradati, non disdegnano l'uso di una violenza esagerata e i detective che li braccano usano, a loro volta, metodi violenti, arrivando ad adottare tecniche d'indagine non sempre lecite. Anche loro, al pari dei loro ricercati, sono spesso tormentati da demoni personali. E poi il cadavere! Al misero numero di cadaveri del giallo cozy si contrappongono le orde di cadaveri ammassati qua e là dell'hard-boiled.
Esempi di questi gialli sono quelli di Raymond Chandler. Lo so, non vi dice niente, o almeno a me non diceva niente. Ma appena aperto The big sleep del 1939 e lette le prime righe, l'influsso che il detective Marlowe ha avuto su gran parte del cinema giallo degli anni... beh, di tutti gli anni o quasi, mi è stato subito evidente.


Ecco qua, Humphrey Bogart che impersona Philip Marlowe in The Big Sleep, film del 1946 che ha fatto scuola. Ve lo avevo detto che qualcosa vi avrebbe detto, non fosse altro per l'associazione di Humphrey Bogart al detective.
Notiamo con raccapriccio la dissonanza di questo personaggio nuovo con i detective che lo precedono: caspita, questo si intasca un bell'assegno di dubbia provenienza, anche se come regola ha quella di essere pagato alla fine del lavoro (e lui dichiara apertamente che il lavoro non è concluso). Quando mai uno Sherlock Holmes avrebbe accettato denaro per il suo operato? E poi lo spudorato erotismo che spilla da tutti i pori, al limite del volgare (cosa? Amazzoni che non vedono l'ora di essere cavalcate dal fantino giusto? Oh, my Goodness!).

Ci sono anche altre particolarità che distinguono Chandler da tutti i precedenti. Ma adesso sorvolo su un eventuale elenco, anche perché quelli di The guardian lo hanno fatto prima (e meglio) di me.

Per conto mio, posso aggiungere che ho iniziato a leggere The Big Sleep senza troppo entusiasmo e che senza rimorso l'ho accantonato a nemmeno la metà. Ellosò, probabilmente ho fatto una sciocchezza e altrettanto probabilmente ci tornerò sopra, e finirò anche di vedere il film, lasciato anche questo a metà. Vai a capire il perché. Forse non è semplicemente il periodo giusto.

Ma non divaghiamo troppo, torniamo al genere.
Tra il cozy e l'hard-boiled c'è un'infinita varietà di ibridi che germoglia nel tempo.

Ad esempio, il giallo giudiziario, in cui il colpevole è già noto e la narrazione di svolge nelle aule del tribunale. Lo scopo del tutto è  incastrare il cattivo, che sia un poco di buono, una compagnia che avvelena acque o polmoni o una qualsiasi altra entità malvagia non-soprannaturale. A volte si scopre che il colpevole non ha colpe e allora il legale assume il ruolo di detective nel tentativo di scagionare il poveraccio ingiustamente tenuto in cella. Esempi famosi che mi vengono in mente, anche se piuttosto recenti, sono i romanzi di John Grisham.

Poi c'è il noir, un sottogenere dell'hard-boiled, in cui non solo la soluzione del caso non è sempre assicurata, per cui niente contentino consolatorio e ristabilimento dell'ordine iniziale, ma il lettore è anche invitato ad una sorta di cogitazione dei contenuti.
Spesso, inoltre, il punto di vista non è quella del buon detective, ma del cattivo criminale.
Altra caratteristica fondamentale del noir sono i toni sinistri, il fosco stato d'animo che sommerge il lettore.
Esempi? Da noi c'è Lucarelli. Penso ad Almost Blue (1997), ad esempio.

Infine, ci sono la letteratura di spionaggio e quella dedicata ai serial killer e persino i thriller vengono associati al giallo (c'è da aggiungere che il giallo giudiziario, come anche quello medico-legale, vengono definiti da alcuni thriller).

Insomma, ne abbiamo di sottogeneri in cui brancolare nel tentativo di classificare le mie letture gialle.

E non è finita qui!
Ma, il resto, al prossimo post.



lunedì 12 maggio 2014

Il duro mestiere del detective





Chi lo ha detto che i migliori indagatori del crimine sono poliziotti?
Nessuno in effetti. Da Mr Dupin della Rue Morgue a Don Matteo della Rai Fiction, molti dei migliori, o almeno dei più riusciti, sono altro: Dupin è un solitario gentiluomo in disgrazia che non disprezza il suo destino; Sherlock Holmes è un detective privato; Miss Marple, una gentile vecchietta; Don Matteo (al momento l'eroe di famiglia preferito) è un prete. Oddio, anche Guglielmo da Baskerville, il frate detective de Il Nome della Rosa di Umberto Eco (1980) era un prete. E forse quest'ultimo verrà ricordato un pochino più a lungo del nostro beniamino biondo televisivo. Poi arrivano i giornalisti con le loro inchieste (un esempio tra tutti Mikael Blomkvist della trilogia di Millennium di Stieg Larsson, 2005-2007) e non possono mancare, a seguire, gli scrittori.

Copertina e autore di La verità sul caso Harry Quebert

La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker (2012) è uno di quei polizieschi in cui il detective è uno scrittore. Uno scrittore in crisi, perché dopo un primo libro sfolgorante, l'ispirazione se ne è scomparsa, inghiottita dalla solita crisi della pagina bianca che spesso diventa protagonista nei romanzi che parlano di scrittori. Tra le altre cose, quindi, c'è uno scrittore e il suo blocco.
Tra quelle "altre cose" a cui accennavo, c'è anche un mèntore che in anni precedenti ha aiutato il giovane scrittore a divenire tale, oltre che ad aiutarlo a divenire adulto. Non rovino molto della lettura dicendo che questo maestro di vita e di scrittura è proprio il menzionato Harry Quebert, mostro sacro della letteratura americana divenuto tale grazie al suo famoso romanzo "Le origini del male". E non penso di spoilerare il romanzo più di tanto lasciando intuire (velatamente! Non sia mai!) che ad un tratto proprio questo Harry Quebert si ritrova accusato dell'omicidio di una giovane quindicenne scomparsa da più di trenta anni che, guarda caso, si svela essere stata sua amante.

Blocco dello scrittore?
Ecco qua. Metà del libro l'ho passata a percorrere il passato dei protagonisti, un passato che balza qua e là su una linea temporale di più di trenta anni e che racconta principalmente di lui, Harry Quebert, della giovane Nola e di Marcus, scrittore in crisi d'ispirazione. E per tutta quella metà, che non è poca, mi sono chiesta che cosa ci avesse trovato di così travolgente la persona che me lo aveva tanto raccomandato. Certo, i caratteri sono ben definiti e il loro passato risulta anche interessante, non lo nego.  Ma ad un certo punto mi sono ritrovata quasi a sentire l'eco di frasi già lette, pensieri già ascoltati, anche se il lettore paziente intuisce, sotto sotto, che ci deve essere uno scopo latente.
Mi sono anche chiesta come può un uomo maturo di 34 anni innamorarsi di una bambina di 15 anni, perché queste erano le età degli amanti all'epoca della scomparsa della ragazzina; e, soprattutto, mi sono chiesta come può lo scrittore vero, Joël Dicker, raccontare questa relazione un po' perversa in maniera convincente, senza lasciare che al suo lettore gli cadano le braccia ogni volta che ascolta il 34enne Harry Quebert, mostro sacro della letteratura statunitense, parlare del suo amore travolgente per la giovane Nola. Sì, per la giovane Nola quindicenne, la giovane donna che ride come una bambina, che parla come una bambina e che, anche quando si dichiara, si rivolge al suo oggetto del desiderio dandogli del "lei". Senza contare la figura che ci fa lui, Harry Quebert, che per lungo tempo non riesce a far altro che ripetere come un cerebroleso il nome di Nola o a scribacchiarlo ovunque. Ma forse, tutto sommato, era questo l'unico modo per rendere credibile e meno inquietante la storia.

Ma poi... poi arriva la seconda parte e il racconto prende un'altra dimensione. Quella dei possibili colpevoli alternativi.
E qui mi soffermo un attimo.
Cosa succede di solito in un giallo?
Si raccolgono prove che pian piano arrivano fino al colpevole. Semplice e scorrevole, possibilmente il più coerentemente possibile.
In questo romanzo, invece, sembra che Dicker si diverta a stravolgere la regola, a trovare i colpevoli, a scagionarli, ad insinuare di nuovo il dubbio ed ancora una volta affrettarsi a farlo cadere, per poi ammiccare ad altre possibilità. Ed ogni volta, o quasi, uno ci casca. E solo il controllare che alla fine mancano ancora un bel po' di pagine ci fa capire che c'è ancora dell'altro. Beh, non so a voi, ma a me non capita molto spesso. Di solito li fiuto abbastanza in fretta, i colpevoli.

Questo per quel che riguarda il romanzo giallo. Se non fosse che La verità sul caso Harry Quebert non è solo il racconto del caso, ma anche del libro sul caso e della sua storia editoriale. Ossia, il libro che il giovane Marcus scrive, uscendo dalla sua crisi e divenendo ancora più famoso di prima. Che poi è il libro che stiamo leggendo (ecco qua un altro piano del romanzo che confonde la finzione con il reale). E poi, c'è anche la storia artistica dell'altro scrittore, Harry Quebert, che a sua volta, alla fine, si macchia di giallo.

E tra tanti sviluppi, ci sono i trenta e uno
consigli per il giovane scrittore. Uno, in particolare, mi ha colpito per la sua verità:
Scrivere significa essere capace di percepire più profondamente degli altri e di trasmettere in seguito. Scrivere è permettere ai lettori di vedere ciò che a volte loro non possono vedere.
Ecco, anch'io credo, come Joël Dicker e Harry Quebert, che  lo scrittore sia colui che vede ciò che, pur guardando, non si riesce a percepire, per poi ri-raccontarlo in modo nuovo, affinché anche gli altri possano vedere ciò che lui ha visto per primo.

Per la mia tesi di laurea ho affrontato l'analisi di qualche fiaba di un poeta bulgato, Valeri Petrov. Lui mi ha mostrato con i suoi testi questa verità sugli scrittori e ogni volta che mi imbatto in discussioni insulse su definizioni o su motivazioni e scopi presunti dello scrivere, mi vieni in mente lui, la purezza del suo sguardo che sfoglia strati dalla realtà fino a trovare la sfumatura migliore. Per poi, grazie ad un atto che sembra naturale e leggero, ricreare quella sua visione con parole che sarebbero poesia anche senza la perfetta musicalità della metrica e della rima.
L'unico suo difetto: essere bulgaro e quindi non poter essere tradotto efficacemente in altre lingue. E siccome sono pochini i lettori in lingua bulgara, non nutro troppe speranze di vederlo acclamato come si merita.

Valeri Petrov e il suo invadente vicino di casa , all'ora del te.

Nonostante questo, mi sentivo di menzionarlo, di farlo diventare un po' meno ignoto almeno di nome, anche se non c'entra molto col poliziesco in genere e con La verità sul caso Harry Quebert in particolare.




giovedì 13 febbraio 2014

Stacchetto ingredientistico



Non ridete, non ridete ora. Mi sono scervellata un paio di notti per trovare uno stacchetto che avesse un  qualche pur sottile e velato collegamento con i post sulle definizioni gotiche e cosa mi sono ritrovata tra le mani, o meglio, tra i denti?

Un banale "ingrediente segreto".

Banale come questo:



Oppure un po' più... o forse un po' meno...
Beh, definitelo voi. Io ne ho abbastanza di definizioni per il momento. ; )





lunedì 10 febbraio 2014

L'ingrediente segreto: il patto tacito



Fino a qui la questione è semplice: atmosfera + mostro (vero o presunto) = romanzo gotico.

Beh, almeno dovrebbe essere semplice, perché alla fin dei conti, se uno ci pensa, bastano questi due ingredienti da soli a far lievitare l'impasto?

Non manca forse qualcosa, quell'ingrediente segreto, quello che sembra non c'entri nulla col tutto, ma che poi si dimostra il collante di tutta la costruzione altrimenti zoppicante?

Ebbene sì. Manca qualcosina. Un qualcosina che, tuttavia, non possiamo rintracciare tra i capitoli del romanzo, ma che rimane presente ad un altro livello. Un qualcosa che all'inizio non c'era, o era mascherato da altro, e poi ha iniziato ad essere parte sostanziale del romanzo e si è dimostrato sempre più importante al fine di poter digerire romanzi come Twighlight della Meyer e oggettini simili. E questa cosa è il patto tacito che il lettore e lo scrittore sottoscrivono al momento di leggere / scrivere un romanzo gotico. Cosa c'è scritto in questo patto-contratto? Beh, semplice. L'accettazione di tutti i fantasmi e mostri e situazioni improbabili che il romanzo contiene, come se tutto potesse essere vero.

In verità, non so esattamente se posso definirlo "ingrediente". In effetti non è qualcosa che va dentro, ma qualcosa che resta fuori, ad un altro livello, come dicevo. Ma non per questo è meno importante.

Come ho già scritto qualche tempo fa, all'inizio c'era Walpole, che rimpiangeva il medioevo e la sua fantastica credulità nei confronti del sovrannaturale. O forse, ad essere più precisi, all'inizio c'era il medioevo e il suo mondo fantastico in cui magia e realtà erano due facce della stessa moneta. In quei tempi nessuno dubitava, tutto era possibile. Ma poi la rivoluzione razionale è arrivata e allora la realtà ha bandito il sovrannaturale dalla sfera quotidiana e a fatica qualcuno (Walpole e affini) tenta di reintrodurla. Ma ormai il giocattolo si è guastato, nessuno crede più a fantasmi, vampiri e simili. O forse qualcuno potrebbe ancora crederci, se però si trasferissero su un piano o universo parallelo: quello del romanzo. In questo nuovo mondo parallelo, il mostro - e il suo scrittore - potrebbero dettare legge indisturbati, inventare regole, rendere il sovrannaturale non solo possibile, ma anche probabile. È il mondo del fantastico, non ha debiti con la realtà se non in minima misura. L'unica cosa che il lettore deve fare è far finta che il mondo parallelo sia reale, almeno per quel lasso di tempo che richiede la lettura e la speculazione, certo, sulla lettura. Accetti, o tu, caro lettore? Davvero? Allora avrai tra le tue mani ore e ore, se non anni e secoli, di buon divertimento, di genuini brividi e di visioni raccapriccianti, capaci di stimolare tutto il sublime che vuoi.

Elementare, quasi banale, ma indispensabile.

Gatto lettore, ripreso da The Regency Redneck
Voi mi direte: "Ma questo patto, anche se con clausule diverse,  non riguarda solo il romanzo gotico, ma tutta la produzione letteraria." Certo, un po' tutta la letteratura impegna il lettore a sottoscrive un simile accordo, ma nel romanzo gotico esso è di vitale importanza. Mentre un Verga, ad esempio, un Voltaire o chi per loro possono permettersi di dirci: "è opera di fantasia, ma potrebbe essere successo davvero, anzi, è probabile che sia successo", una Anne Rice (Interview with the Vampire e tutta  la serie dei vampiri - 1973 in poi) difficilmente potrà fare altrettanto. Il lettore deve solo subirsi buono buono la nuova realtà che assomiglia a quella del mondo reale, ma che in alcuni tratti ne ribalta completamente la logica. E questo vale per un po' tutta la produzione del fantastico, certo. Ossia tutta la produzione letteraria che deriva in gran parte (ma non solo, lo so) dal primo romanzo gotico.

Se il lettore non è disposto a sottoscrivere il patto, beh, non è difficile immaginare cosa succede: chiude il libro alle prime pagine e lo butta da qualche parte, lo ricicla come regalo di Natale per qualche malcapitato, lo incastra sotto la gamba claudicante del tavolino della zia o lo "dimentica" sulla libreria della nonna, che sicuramente non si accorgerà della sbadatagine e lascerà il tomo (di solito bello voluminoso) a prendere polvere per qualche decennio.

Ma se è lo scrittore che non lo sottoscrive?

Anonima immagine presa dal blod di Cristian Mihai
Beh, direte voi, semplicemente non scrive di certo un romanzo gotico.
Oppure, dico io, escono fuori romanzi alla Radcliffe, in cui il patto, e la realtà parallela del patto, sono sempre additati come possibili e persino probabili, ma poi, con un complicato gioco di disvelamenti, vengono ridicolizzati e con bonario ammiccamento distrutti. Ed è anche dall'intelligenza dell'autore e dal suo modo di smantellate la realtà che all'inizio sembrava possibile che il lettore riceve soddisfazione, oltre che dalla presenza dell'atmosfera e del mostro (presunto).

Un altro esempio di scrittore che non sottoscrive quasi mai il patto pur continuando a scrivere racconti che sembrano gotici è Edgar Allan Poe. Ho in mente un esempio sublime: Il ritratto ovale. Siccome è un raccontino breve ed estremamente piacevole, prima di parlarne aspetto un po'. Magari a qualcuno viene voglia di leggerlo e quindi lascio un po' di tempo per farlo con calma.

Nel mentre, visto che ho finito con le definizioni, mi leggo qualcosa dal tono leggermente diverso. Non vi preoccupate, saprete presto cosa, appena dopo lo stacchetto. ;)