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mercoledì 19 febbraio 2014

Parodiamo: Northanger Abbey



Una delle inclinazioni più note e forse anche più drastiche che il romanzo gotico abbia mai subito è quella che la giovane Miss Jane Austen fa compiere a tutta quella vasta produzione saltata fuori sulla scia della nostra ormai famosa signora Radcliffe.

Jane Austen, ritratta da 
Cassandra Austen, 1810 c.


Adesso voi mi direte: come si fa ad associare la ragionevole, ironica e realista Jane Austen al romanzo gotico? Sembra quasi una blasfemia. No, è Northanger Abbey, pubblicato postumo, ma per assurdo il primo tra i suoi lavori ad essere stato completato (1798-99) e pronto per la pubblicazione (1803).

  
"Aveva l'aria e l'atteggiamento 
di un Montoni."
Illustrazione ad acquerello di
Charles Edmund (“C.E.”) Brock,
preso da solitary-elegance
Non so se ve la cavate con la memoria, ma tanto per rinfrescarcela un po', Udolpho della Radcliffe è del 1794. Inutile dire che Northanger Abbey è evidentemente un derivato del romanzo alla Radcliffe, anche se di esso, alla fine, poco rimane. Non aspettiamoci la solita eroina dalla sensibilità e dall'educazione non comuni, che viene subito ammirata al primo sguardo, amata ancor prima che apra bocca, tormentata, maltrattata, rinchiusa ed infine salvata. Ecco, tutto questo viene subito messo in chiaro dalla scrittrice: la nostra eroina Catherine Morland  NON è la classica bellezza che uno si aspetta di trovare in quel genere di romanzi. Adora giocare all'aria aperta con i suoi 10 fratelli (niente possibilità per lei, quindi, di rimanere sola al mondo a lottare contro le ingiustizie di usurpatori vari), non suona strumenti, non legge se non i romanzi alla Radcliffe. Non attira sguardi di ammirazione e, ad essere proprio onesti, non è nemmeno così perspicace. Non è stata presa di mira da nessun villain, né tanto meno è stata allontanata dal suo amoroso dal losco individuo, anzi: succede proprio il contrario. Il luogo lugubre in cui è condotta si dimostra meno lugubre del ragionevole; insomma, in fin dei conti, di pauroso e inquietante rimane poco. Ma diciamolo pure in tutta onestà: nulla. E noi che ci aspettavamo chissà quali orrori.


Alla fine, un po' per gioco, un po' per scherzo, la Austen si diverte a smontare il mito dell'eroina gotica. Ma, a ben guardare, non fa solo questo. Perché a leggere bene, Catherine Morland non è solo parodia dell'eroina gotica, ma anche della lettrice del genere, o almeno di quella parte del suo pubblico che non solo accetta il patto tacito tra lettore e autore (ne abbiamo parlato qui), ma che quasi quasi crede possibile che le regole del mondo della finzione possano applicarsi, in singolari circostanze, anche al mondo reale.
Così, la ragazza, suggestionata da letture incontrollate, cade vittima di false conclusioni tratte per lo più dall'esperienza delle eroine dei romanzi letti. Inutile dire che la povera Catherine vede cattivi dove non ci sono, delitti mai accaduti e misteri su misteri che cadono alla velocità del batter di ciglio. Beh, non poteva essere diversamente, se si pensa chi sia l'autrice del romanzo.


Northanger Abbey non è il capolavoro di Jane Austen. Sebbene io lo legga sempre con piacere (tanto per farvelo sapere, io adoro la Austen), mi rendo conto che a volte è un po' lento e quello che poteva essere detto in un episodio, viene invece raccontato in due.

C'è un film della BBC del 2007 che taglia un pochino il superfluo, ma vi avverto: se preferite la visione del film alla lettura vi perderete inevitabilmente gran parte dell'ironia del romanzo. Il film vale la pena di essere visto, se non altro per il modo in cui viene rappresentata la vorace dipendenza della giovane Catherine al gotico, ma tutto quello che mette in contrasto la nostra anti-eroina alla tipica eroina del gotico si perde.

Ma del resto, nessun film è perfetto, no?





domenica 16 febbraio 2014

Inclinazioni del gotico






Adesso che ho esaurito le definizioni, adesso che il mio cervello ha smesso di tormentarsi sui tratti del genere, adesso che i criceti nella mia testa hanno finito di rincorrersi la coda sulla loro ruota dell'orrore, ora posso prendere questo affascinante oggetto che è il romanzo gotico e giocarci un po': capovolgerlo, scuoterlo auscultarlo e vedere cosa ne esce fuori. Lo incliniamo a vari gradi e vediamo un po' cosa succede?

Naturalmente non mi permetto, io, di compiere simili esperimenti anche un po' brutali, ma mi concedo invece la lettura di qualche esempio illustre che ha avuto la fantasia di farlo.

Inclinazioni: la torre di Pisa
La prima a provarci, naturalmente, è stata lei, Anne Radcliffe, ma non abbiate paura, non ricomincio con un altro dei suoi volumi: la lettura di Udolpho ci è bastata.
Andando al sodo, ciò che risulta da questa lieve inclinazione della Radcliffe, ormai lo abbiamo capito bene, è un romanzo molto simile negli intenti a quello dei fantasmi: i fantasmi sembra che ci siano, gli eventi sono quelli dell'orrore, le atmosfere quelle giuste, tutto conduce nella direzione del gotico. Fino a quando - colpo di scena! La Radcliffe ritratta, smentisce e distrugge. Di sovrannaturale non c'è mai stato nulla se non la mole incredibile di eventi poco probabili che capitano a questa povera ragazza.
Strano ma vero, si dimostra questa la formula vincente tanto che presto è lui, Udolpho, a venir percepito come IL romanzo gotico.

La Radcliffe, tutto sommato, si mantiene nei limiti del genere. Il mostro, le atmosfere, il patto col lettore (fino alla fine lascia credere che stiamo in un mondo parallelo in cui esiste davvero il sovrannaturale) sono i punti di forza della sua creazione. Ma ci sono altri scrittori che stravolgono completamente questi presupposti, usandoli solo come punto di partenza o come canovaccio e mettendoci dentro altri elementi che portano il romanzo a trasformarsi in qualcosa d'altro.
A volte, a forza di inclinarlo, esso si è talmente svuotato di ogni sua connotazione da diventare parodia di se stesso. Altre volte la manipolazione non è così drastica, ma allo scopo principale, quello di suscitare il terrore, se ne aggiungono altri che modificano significativamente anche la sostanza.
Infine, c'è l'ultima delle inclinazioni che mi è capitata di incontrare. Questa, però, più che inclinazione sembrerebbe una "livellazione".
Ma, come al solito, non anticipo niente e vi lascio così, ad arrovellarvi su cosa mai vi potrò propinare nei prossimi post.
Buon arrovellamento, allora. :D



lunedì 10 febbraio 2014

L'ingrediente segreto: il patto tacito



Fino a qui la questione è semplice: atmosfera + mostro (vero o presunto) = romanzo gotico.

Beh, almeno dovrebbe essere semplice, perché alla fin dei conti, se uno ci pensa, bastano questi due ingredienti da soli a far lievitare l'impasto?

Non manca forse qualcosa, quell'ingrediente segreto, quello che sembra non c'entri nulla col tutto, ma che poi si dimostra il collante di tutta la costruzione altrimenti zoppicante?

Ebbene sì. Manca qualcosina. Un qualcosina che, tuttavia, non possiamo rintracciare tra i capitoli del romanzo, ma che rimane presente ad un altro livello. Un qualcosa che all'inizio non c'era, o era mascherato da altro, e poi ha iniziato ad essere parte sostanziale del romanzo e si è dimostrato sempre più importante al fine di poter digerire romanzi come Twighlight della Meyer e oggettini simili. E questa cosa è il patto tacito che il lettore e lo scrittore sottoscrivono al momento di leggere / scrivere un romanzo gotico. Cosa c'è scritto in questo patto-contratto? Beh, semplice. L'accettazione di tutti i fantasmi e mostri e situazioni improbabili che il romanzo contiene, come se tutto potesse essere vero.

In verità, non so esattamente se posso definirlo "ingrediente". In effetti non è qualcosa che va dentro, ma qualcosa che resta fuori, ad un altro livello, come dicevo. Ma non per questo è meno importante.

Come ho già scritto qualche tempo fa, all'inizio c'era Walpole, che rimpiangeva il medioevo e la sua fantastica credulità nei confronti del sovrannaturale. O forse, ad essere più precisi, all'inizio c'era il medioevo e il suo mondo fantastico in cui magia e realtà erano due facce della stessa moneta. In quei tempi nessuno dubitava, tutto era possibile. Ma poi la rivoluzione razionale è arrivata e allora la realtà ha bandito il sovrannaturale dalla sfera quotidiana e a fatica qualcuno (Walpole e affini) tenta di reintrodurla. Ma ormai il giocattolo si è guastato, nessuno crede più a fantasmi, vampiri e simili. O forse qualcuno potrebbe ancora crederci, se però si trasferissero su un piano o universo parallelo: quello del romanzo. In questo nuovo mondo parallelo, il mostro - e il suo scrittore - potrebbero dettare legge indisturbati, inventare regole, rendere il sovrannaturale non solo possibile, ma anche probabile. È il mondo del fantastico, non ha debiti con la realtà se non in minima misura. L'unica cosa che il lettore deve fare è far finta che il mondo parallelo sia reale, almeno per quel lasso di tempo che richiede la lettura e la speculazione, certo, sulla lettura. Accetti, o tu, caro lettore? Davvero? Allora avrai tra le tue mani ore e ore, se non anni e secoli, di buon divertimento, di genuini brividi e di visioni raccapriccianti, capaci di stimolare tutto il sublime che vuoi.

Elementare, quasi banale, ma indispensabile.

Gatto lettore, ripreso da The Regency Redneck
Voi mi direte: "Ma questo patto, anche se con clausule diverse,  non riguarda solo il romanzo gotico, ma tutta la produzione letteraria." Certo, un po' tutta la letteratura impegna il lettore a sottoscrive un simile accordo, ma nel romanzo gotico esso è di vitale importanza. Mentre un Verga, ad esempio, un Voltaire o chi per loro possono permettersi di dirci: "è opera di fantasia, ma potrebbe essere successo davvero, anzi, è probabile che sia successo", una Anne Rice (Interview with the Vampire e tutta  la serie dei vampiri - 1973 in poi) difficilmente potrà fare altrettanto. Il lettore deve solo subirsi buono buono la nuova realtà che assomiglia a quella del mondo reale, ma che in alcuni tratti ne ribalta completamente la logica. E questo vale per un po' tutta la produzione del fantastico, certo. Ossia tutta la produzione letteraria che deriva in gran parte (ma non solo, lo so) dal primo romanzo gotico.

Se il lettore non è disposto a sottoscrivere il patto, beh, non è difficile immaginare cosa succede: chiude il libro alle prime pagine e lo butta da qualche parte, lo ricicla come regalo di Natale per qualche malcapitato, lo incastra sotto la gamba claudicante del tavolino della zia o lo "dimentica" sulla libreria della nonna, che sicuramente non si accorgerà della sbadatagine e lascerà il tomo (di solito bello voluminoso) a prendere polvere per qualche decennio.

Ma se è lo scrittore che non lo sottoscrive?

Anonima immagine presa dal blod di Cristian Mihai
Beh, direte voi, semplicemente non scrive di certo un romanzo gotico.
Oppure, dico io, escono fuori romanzi alla Radcliffe, in cui il patto, e la realtà parallela del patto, sono sempre additati come possibili e persino probabili, ma poi, con un complicato gioco di disvelamenti, vengono ridicolizzati e con bonario ammiccamento distrutti. Ed è anche dall'intelligenza dell'autore e dal suo modo di smantellate la realtà che all'inizio sembrava possibile che il lettore riceve soddisfazione, oltre che dalla presenza dell'atmosfera e del mostro (presunto).

Un altro esempio di scrittore che non sottoscrive quasi mai il patto pur continuando a scrivere racconti che sembrano gotici è Edgar Allan Poe. Ho in mente un esempio sublime: Il ritratto ovale. Siccome è un raccontino breve ed estremamente piacevole, prima di parlarne aspetto un po'. Magari a qualcuno viene voglia di leggerlo e quindi lascio un po' di tempo per farlo con calma.

Nel mentre, visto che ho finito con le definizioni, mi leggo qualcosa dal tono leggermente diverso. Non vi preoccupate, saprete presto cosa, appena dopo lo stacchetto. ;)



lunedì 3 febbraio 2014

Il posto dei fantasmi



Quando pensiamo ai racconti gotici, di solito ci viene in mente la tipica storia dell'orrore, quella popolata di fantasmi che tormentano i protagonisti indifesi. Una storia di case e castelli infestati in cui la trama gira e rigira sempre intorno allo spirito, al soprannaturale, etc, etc.

Castello infestato, via bureparkprimary

Ai tempi di Horace Walpole, tuttavia, i fantasmi non avevano lo stesso posto nell'immaginario collettivo che hanno al giorno d'oggi; se vogliamo avevano meno diritti e meno spazi, semplicemente perché c'era stato l'illuminismo che aveva bandito ogni forma di irrazionalità. Per questo, come ogni fenomeno che tendeva a sfidare la ragione, venivano semplicemente liquidati come puerili superstizioni.


Quando Walpole rispolvera il soprannaturale medievale e scrive la sua storia, sente naturalmente il
peso di questa condanna. Ed infatti, la trama non ruota intorno al fantasma, ma intorno alla vicenda complessa di personaggi cavallereschi a cui, di tanto in tanto, capita qualche evento sovrannaturale: un elmo gigante che cade dal cielo proprio sull'erede malaticcio, un dipinto che si anima, una spada talmente grande da dover essere trasportata da 100 uomini, etc. etc. Ma la storia, come dicevo, ha una sua logica complessa al di là dell'evento inspiegabile. Il soprannaturale è un accessorio ai fini del disvelamento di segreti altrimenti difficilmente svergognabili o un modo per scuotere la coscienza, un puro e semplice espediente narrativo.

Il fatto che questi elementi sovrannaturali fossero un po' difficili da digerire, ce lo dicono soprattutto i commenti che seguirono al romanzo. Alcuni, appena apparsa la seconda edizione in cui si spiegava la reale origine del racconto, si schierarono subito contro un simile tentativo. Altri lo apprezzarono con riserva. Tra questi ci sono Clara Reeve e Walter Scott.

Illustrazione da The castle of Otranto
Nel 1777, viene pubblicato il romanzo The old English Baron (Il vecchio barone inglese),  dichiaratamente opera gotica, ad opera di una certa Clara Reeve. Al giorno d'oggi non solo il suo romanzo, ma anche il suo nome sono sconosciuti. All'epoca, invece, la signora Clara Reeve aveva una certa reputazione. Basti pensare che fu lei la prima a proporre una storia del romanzo che partisse dal romance medievale e arrivasse fino al romanzo moderno. Insomma, una che ne capiva. E le era talmente piaciuta l'invenzione di Walpole che tenta di riprenderla e aggiustarne i piccoli difetti. Nasce così Il vecchio Barone Inglese.  

Illustrazione de The old english baron,
via acourseofsteadyreading
Nella sua introduzione, la Reeve loda i tratti del romanzo di Horace Walpole: l'inizio richiama l'attenzione, lo sviluppo è ben organizzato, i personaggi sono caratterizzati nella giusta misura, la scrittura è elegante e pulita...
MA...
C'è un MA grande come una casa che riguarda proprio la manifestazione del sovrannaturale. La signora Reeve spiega che vanno bene spiriti, vanno bene elementi fantastici, ma bisogna mantenerli nei limiti di una certa credibilità. Perché una spada talmente grande da dover essere trasportata da cento uomini fa un po' difficoltà, soprattutto se accompagnata da numerosi eventi simili che, invece di sostenere il pathos e l'attenzione, precipitano il climax complessivo fino a provocare una bella e robusta risata. Sì, immaginarsi un elmo talmente grande che cade in testa al primogenito che sta per sposare la donzella indifesa, fa un po' ridere in effetti. Ma, se devo essere sincera, anche l'espressione dei sentimenti dei personaggi della Reeve non è che lascia proprio imperturbabili, almeno al giorno d'oggi. Sempre a guardare il Cielo con le mani levate per ringraziare il Signore, si inginocchiano piangendo ai piedi dei nobili signori, servizievoli e devoti fino al ridicolo... ma questo é, espressione di un mondo cavalleresco visto attraverso un tre-quattro secoli di distanza.

Nel 1811, Il castello d'Otranto ebbe una nuova riedizione, una delle tante; ma questa è particolarmente interessante per l'introduzione di Walter Scott. In essa, W. Scott ribadisce ancora, come la Reeve, i punti di forza del romanzo, ma allo stesso tempo puntualizza meglio quali ne siano le mancanze: il sovrannaturale è troppo frequente, preme troppo monotonamente sulle sensazioni che vuole destare con il risultato di "diminuire l'elasticità della molla su cui dovrebbe operare". Perché al giorno d'oggi la mente è abituata alla ragione e sottolineare troppo il fantastico non fa altro che risvegliare questa razionalità e il senso comune, i più grandi nemici dell'effetto che si vuole produrre.
Mettiamoci anche che nel Castello d'Otranto tutto accade alla luce del giorno, mancano le ombre che spengono un pochino la razionalità, manca insomma il senso del terrore che favorisce la superstizione e siamo a cavallo. Troppi fantasmi. Troppo sovrannaturale gratuito.

Ma non è finita qui! Non bastano la Reeve e Walter Scott a ridimensionare le nostre apparizioni spettrali. Arriva anche la Radcliffe. Sì, la signora dei Misteri di Udolpho (1794). Lei, addirittura, si porta avanti e, sebbene non critichi apertamente l'operazione di Walpole, propone una nuova soluzione che concilia gli effetti che Il castello d'Otranto voleva suscitare con la razionalità da cui si fa fatica a staccarsi. Nasce così il romanzo che sembra parli di fantasmi e soprannaturale, ma che in verità non ha nulla di inspiegabile e di realmente spiritistico se non le atmosfere che ispirano quel terrore sublime che tanto divertiva nel romanzo gotico.

I fantasmi, come si vede, non hanno vita semplice all'inizio della loro carriera. Ci misero un po' per accaparrarsi completamente la scena. E nel mentre arrivarono a reclamare un loro posto anche altri strani tipi. Ma di questo parleremo nel prossimo post. 



venerdì 20 dicembre 2013

Udolpho tra suorine e follia



Ann Radcliffe, I misteri di Udolpho, 1794.
Opera in quattro volumi.


Piero della Francesca, Santa Monaca, 1455-1460.

Quarto Volume

So far:


Emily ormai è scappata da Udolpho e dalle grinfie di tutti i cattivi italiani. Sfuggita ad un naufragio, approdata proprio dove doveva approdare e pronta ad entrare in un convento, non per farsi suora, ma per restarci fino a quando la sua proprietà, che era poi quella di suo padre, non sarà tornata libera dal suo affittuario, trova nuovi amici non solo nei proprietari del lugubre castello a due passi, ma anche nelle suorine sempre pronte ad accogliere una povera orfanella in difficoltà, soprattutto se il padre era morto e seppellito proprio là e la somiglianza dell'orfanella alla defunta marchesa del castello, quello lugubre e riabitato da poco, stupisce ed incuriosisce non poco.

Tra le suorine, tutte graziose e pettegole, c'è una suor Agnes. Ecco, lei non è proprio graziosa. Piuttosto possiamo dire che è un po' pazza, quello sì . Non che sia un pericolo, ma comunque inquieta e mette tanta curiosità. Nessuno conosce bene la sua storia, ma forse una sua consorella, suor Francis, ne sa qualcosa di più delle altre e, per semplice cordialità, propone di far partecipe anche Emily dei segreti della povera sorella pazza.

George Dunlop Leslie, In a covent garden.
Naturalmente segreti così lugubri possono essere svelati solo di notte, per non turbare altre orecchie nel convento. E così, tanto per cambiare, Emily si ritrova a vagare al buio e ad ascoltare storie raccapriccianti di follia e amore.

La storia la intuiamo e una volta svelata ci diciamo: "Lo sapevo!". In effetti ricorda parecchio la storia di quella Marchesa che abitava, una ventina d'anni prima, nel castello che ora è infestato da presunti fantasmi: lei amava un degno giovane inferiore di rango ma elevato di spirito; viene costretta a sposare un altro, il marchese; soffre molto perché non ama e viene trattata pure maluccio, nonostante lei sopporti e alla fine muore misteriosamente, probabilmente uccisa. Anzi, no, perché suor Agnes non è morta, ma rinchiusa in convento e diventata pazza. O forse prima diventa pazza... devo ammetterlo, non ricordo già più.

In ogni caso, viene spontaneo dirselo: ecco qua, la marchesa non è morta come tutti pensano, ma è diventata una povera pazza arcigna che farnetica di colpe e di redenzioni impossibili.

E invece no. Nel momento di rivelarci nero su bianco come sta la storia, la Radcliffe ritratta. Suor Francis si era sbagliata, aveva riportato una storia falsa. La Marchesa è morta davvero per mano del marito e questa Agnes ha un'altra storia che comunque si intreccia a due o tre giri non solo con la storia della marchesa, ma anche con quella di Emily e persino col castello di Udolpho. Un paio di salti mortali, di sfide alla legge delle probabilità e voilà, il quadrato diventa un cerchio.

A questo punto uno si chiede: ma lo ha fatto a posta ad infilarci una suor Francis con le informazioni sbagliate, era un tranello per indurci nell'errore e aumentare il pathos della scoperta, o ha cambiato idea in corso d'opera e reindirizzato tutta la storia verso la fine, risparmiandoci altri tortuosi sviluppi?

Beh, in fin dei conti poco importa. L'importante è che finalmente siamo arrivati sani e salvi alla fine. Tutto è bene quel che finisce bene.

Dire che a volte la Radcliffe sembra ripetersi e compiacersi in queste ripetizioni è dir poco. Eppure ci sono certi passaggi che tengono col fiato sospeso, che ti fanno perdere il sonno perché devi sapere cosa succederà dopo. Anche la costruzione dell'attesa risulta efficace: fin dalle prime pagine accadono eventi inspiegabili, che rimangono insoluti per capitoli e capitoli. A volte sorge persino il dubbio che la Radcliffe si sia dimenticata di essi e che non avremo mai la spiegazione, ma lei non ci delude mai e nonostante le apparenze, ha una memoria da elefante. Così, magari dobbiamo arrivare all'ultimo capitolo per chiarirci certi accadimenti, ma alla fine i chiarimenti arrivano.

La Radcliffe ha scritto anche un'altra opera ricordata frequentemente nelle liste del romanzo gotico, L'Italiano. Qualcosa mi dice che c'entrano ancora cattivissimi italiani nel romanzo, ma non vi allarmate, per il momento vi (e mi) risparmierò.



E adesso? Da che parte si va?



martedì 17 dicembre 2013

Udolpho tra Italia e italiani



Ann Radcliffe, I misteri di Udolpho, 1794.
Opera in quattro volumi.


Giorgione e Tiziano, Ritratto di nobiluomo veneziano,
 1510 c.
Terzo volume

So far: 

Siamo ancora in Italia e la nostra Emily viene sbattuta tra il castello di Udolpho incastonato negli Appennini e la Toscana, non troppo distante. L'Italia la circonda con tutti i suoi orrori e le sue bellezze.

Che Ann Radcliffe non abbia proprio girato il mondo, l'avevo intuito da quelle palme piantate sulle vette dei Pirenei. Ed infatti le sue biografie raccontano di una vita piuttosto sedentaria, lontana da Pirenei e Alpi, dalla Garonna o dalla Linguadoca e figuriamoci dall'Italia. E probabilmente anche dagli italiani. Come spiegare, altrimenti, l'immagine che esce dai suoi racconti del "gentiluomo" italiano?

Diciamolo, la signora Radcliffe non sembra nutrire una buona opinione del tipo medio italiano: eccessivo, sempre preda delle passioni più sfrenate che inevitabilmente portano al delitto o al peccato, violenti, viziosi.
Non se ne salva uno! O forse uno sì: il fido Ludovico, domestico del cattivissimo signor Montoni, vero eroe di molte situazioni incresciose e amoroso di Annette, la cameriera.

A proposito: di tanto in tanto sulla rete si legge che Emily viene salvata dal suo amore conosciuto in tempi ancora sereni, Valancourt. Ebbene diffidate di simili affermazioni. Valancourt, in questo momento, fa la bella vita a Parigi. Ma non vi svelo altro, se non che è Ludovico che c'entra, e non poco, con la fuga da Udolpho.

  
Caravaggio, I musici, 1595-1596
Altro dato di fatto che probabilmente nasce da un cliché caro alla signora Radcliffe è che in Italia si dorme poco e mai di notte. Allietati da profumi d'aranceti e di mirto, la notte si passeggia vuoi in gondola, vuoi nei bellissimi giardini, a seconda di dove vi capita di trovarvi; si ascoltano stuoli di cantori che sembrano invadere con la loro musica ogni angolo di strada o campagna o canale, si chiacchiera allegramente in compagnia numerosa.
Caravaggio, I bari, 1594-1595.
Questo, naturalmente, se sei un personaggio morigerato. Se sei uno cattivo cattivo, passi la notte tra  tavolo da gioco e complotti e non rincasi se non a mezzogiorno del giorno dopo. Bella la vita, direbbe mio padre.

 
Lorenzo lo vermi, Uva.
 E un'ultima parola la spenderei sul cibo italiano. Cavolo, in questo bel paese gli aranceti abbondano, le greggi non mancano, le mucche muggiscono a distanza, eppure cosa mangiano in preferenza questi ricchi italiani?
Biagio Magliani, Fichi.
Fichi ed uva. Giuro, fichi ed uva! Quando sono stressati e non riescono nemmeno a pensare di potersi sedere a tavola, fichi ed uva; quando sono allegri in compagnia, fichi ed uva; quando vogliono uno spuntino veloce o al pic nic, fichi ed uva.
Ma anche qui c'è una netta distinzione tra gente "per bene" e gente meno "per bene". Se ti capita di essere del secondo gruppo, allora non ti nutri più a uva e fichi, ma a vino, vino e ancora vino.

Bruno Benfenati, Fiaschi.
Concorderete con me che l'ideale italiano della Radcliffe non fa onore ai nostri avi. Ma questo è quanto. Accettiamo rassegnati il nostro ritratto, ma solo perché dubito che il romanzo potrebbe reggersi in piedi se togliessimo al signor Montoni e ai suoi connazionali un po' di quella cattiveria che gli è doverosa sbandierare.

In tutto questo, una domanda mi ha allambiccato la mente per più di qualche capitolo del terzo volume: ma la signora Radcliffe avrà mai mangiato un fico in vita sua?


sabato 14 dicembre 2013

Udolpho tra servette e damigelle



Ann Radcliffe, I misteri di Udolpho, 1794.
Opera in quattro volumi.


Jean-Etienne Liotard, La ragazza del cioccolato, 1744-1745.

Secondo volume

So far:

Emily è stata condotta via dalla sua Francia in un'Italia piena di personaggi eccessivi nelle loro passioni. I suoi affetti più cari sono morti o sono stati allontanati da una zia malvagia e stolta che, tanto per non smentire la sua incapacità di farsi un buon giudizio sulle persone, sposa un italiano, il Signor Montoni, cattivo come il male assoluto e crudele come il diavolo. Il Signor Montoni trascina le sue relazioni acquisite in giro per l'Italia, fino a segregarle nel castello di Udolpho, nel bel mezzo degli Appennini.
Qui, tra lugubri interni semi diroccati, Emily è sola, lasciata in balia di una giovane e simpatica cameriera: Annette, donnina dalla fervida immaginazione, un po' superstiziosa e parecchio loquace.

Frontispizio di Les Mystères d’Udolphe,
 1798, Tomo II, via wikipedia
Annette è un piccolo gioiello nella rosa un po' stereotipata dei personaggi. Non che dimostri di essere meno tagliata e sagomata rispetto agli altri, ma rappresenta un alter ego perfetto della sua giovane signora. Senza contare il suo ruolo di eccellente espediente narrativo, sempre lì a fomentare il pathos orrorifico.

Emily cerca di restare razionale, di ragionare lucidamente e raddrizzare la mente troppo fervida della piccola servetta.
Annette si abbandona alla fantasia più feconda: crede a tutte le storie di fantasmi che sente (e, naturalmente, le riferisce), vede e prevede apparizioni, si abbandona a scenate isteriche e contagia alla fine anche la sua signora.

Emily non osa chiedere spiegazioni a nessuno per non sembrare indiscreta.
Annette, con la solita allegra leggerezza che caratterizza le servette, chiede, osserva, spia e riferisce senza freni. Anzi, non riesce proprio a starsene zitta e la sua signora più volte è costretta a interromperla, persino a farla tacere bruscamente, affinché non sveli segreti che aveva promesso di mantenere.

L'effetto che si ha è quello che anche Walpole cercava di ottenere con l'avvicinamento di personaggi ingenui e personaggi più seri, come gli dettava l'esempio di Shakespeare (vedete qui, se non avete idea di che cosa si stia parlando : ) ); solo che la Radcliffe ha studiato meglio la cosa e mentre Walpole lasciava un po' perplessi nel suo tentativo, la Radcliffe ci riesce bene, spesso ci fa proprio sorridere, se non ridere. Un esempio:

Un tipo losco promette di far incontrare Emily con la zia rinchiusa in qualche remoto antro del castello, a patto che lei lo raggiunga di notte in un luogo deserto e per di più completamente sola. Al che, Emily si interroga: "Perché questo tizio di cui non mi fido mi vuole per forza sola?"

- Perché! Questo è quello che gli ho chiesto io stessa, signorina. Gli ho detto: "Perché la mia giovane Signora dovrebbe venire da sola? Sicuramente io posso venire con lei! Quale male potrebbe mai fare la mia presenza?" Ma lui ha detto: "No - No - Ti dico di no" in quel suo modo burbero. "Beh, - ho detto io - mi sono state affidate confidenze importanti almeno quanto questa e sarebbe proprio il colmo se IO non riuscissi a mantenere un segreto, suvvia." Ma ancora, non diceva altro che "No - No - No". " Oh - ho detto, se solo tu mi dessi fiducia, ti direi un grande segreto che mi è stato confidato un mese fa e su cui non ho ancora aperto bocca con nessuno. Vedi, non devi aver paura di dirmelo." Ma niente, non c'è stato modo di dissuaderlo. [...]  Ma io lo so, Signora, chi vedrete.
- Chi te lo ha detto, Barnardine (il losco figuro, nda)?
- Eh, no, signorina, non me lo ha detto lui.

Emily chiese chi glielo avesse mai detto, ma Annette dimostrò fino in fondo come lei sapesse davvero mantenere un segreto.


È o non è un piccolo capolavoro, la nostra Annette?






mercoledì 11 dicembre 2013

Udolpho tra Alpi e Pirenei



Ann Radcliffe, I misteri di Udolpho, 1794.
Opera in quattro volumi.




Lettura di Udolpho, via Victoria University Library

Volume primo

So far (breve introduzione, tanto per capirci qualcosa):

Il signor St. Aubert, signore francese fissato con le gioie derivate dalla contemplazione della natura, porta la sua unica figlia, Emily, a Tolosa. Ma invece di farle percorrere le comode strade che dalla loro residenza sulle rive della Garonna, in Guascogna, conducono direttamente alla loro mèta, il saggio signore trascina la ragazza per le cime dei Pirenei su una vettura trainata da muli. Non che la giovane sia dispiaciuta in ogni caso. Era l'anno del Signore 1584.

Eccoli qui, i Pirenei. Stupendi, pericolosi, poco praticabili e ad ogni angolo sublimi. Quanti strapiombi e svettamenti, quanti burroni e valli nascoste da foschie, e boschi, e ghiacciai...

Tanto per non farsi mancare nulla, i nostri viaggiatori sbagliano strada, tergiversano e passeggiano allegramente per riempirsi gli occhi di paesaggi raccapriccianti, declamando poemetti di loro composizione, bighellonano incuranti dell'ora che si fa; più di una volta si ritrovano al buio, di notte sulle scoscese, spaventati dal fatto di non riuscire a trovare nemmeno un rifugio di pecorai tra i ghiacciai. Quando si dice l'esperienza NON insegna!

E all'improvviso, quasi inaspettatamente, la visione si riempie del sublime più spettacolare:

Il  profondo silenzio di queste solitudini era interrotto solo a tratti dall'urlo degli avvoltoi radunati intorno a qualche cima più in basso, o dal grido dell' aquila alta nell'aria; faceva eccezione il sordo tuono che a volte mormorava ai piedi dei viaggiatori in ascolto. Mentre al di sopra il profondo blu dei cieli regnava limpido e libero dalla nuvola più leggera, a metà strada, giù per la montagna, lunghi flutti di vapore si accavallavano, a tratti oscurando completamente la valle sottostante alla vista, a tratti aprendosi e rivelando parzialmente le sue fattezze. Emily, deliziata, contemplava la magnificenza di quelle nubi mentre cambiavano forma e tinte e ne ammirava i vari effetti che producevano sul mondo sottostante e i profili della valle che, parzialmente velati, assumevano continuamente nuove forme sublimi.

Morguefile

Valeva la pena di sforzarsi per dar vita a qualche descrizione, vero?

Al prossimo volume. : )



domenica 8 dicembre 2013

Reading in progress



Lo ammetto, sono cascata nella trappola che io da sola mi sono preparata e sono rimasta impigliata nella rete del romanzo gotico. Chi mi ha incastrato?
Questa signora:


Ann Radcliffe via listas.20minutos


Non vi dice nulla? Non ci posso credere!

Credo che il suo I misteri di Udolpho sia uno di quei tipici romanzi conosciuti da tutti, ma solo di nome.
Io lo lessi quando ero ancora una ragazzina che poco aveva visto del mondo e, devo essere sincera, tutto quello che mi è rimasto è il tedioso ricordo di montagne e precipizi. Ben poco, insomma.

L'ho ripreso in mano, un po' per dovere, un po' per curiosità (possibile che di quattro volumi io mi ricordi solo uno sguardo a precipizio sulle valli alpine?) e cosa trovo?

Beh, le Alpi, naturalmente.

Ripreso da themagicfarawayttree.
Diciamo la verità, se ai Misteri di Udolpho togliessimo le descrizioni naturali, cosa rimarrebbe delle 1029 pagine del romanzo?

La cosa complicata sta proprio qui, nelle minute descrizioni. Nomino appena la difficoltà rappresentata dagli elenchi di vegetazione   improbabile (che sui Pirenei ci siano terrazze ombreggiate di palme, mi sembra poco probabile); il più grande scoglio per me sta nel dar forma a tali descrizioni e guardarle, oltre che leggerle. Perché mi rendo conto che saltarle o non dar loro il giusto credito sarebbe come non cogliere pienamente il contenuto del libro.

Ma la difficoltà oggettiva c'è. Burke nel suo trattato sul sublime e sul bello, diceva:
 Lo so che la mente possiede la facoltà di far sorgere queste immagini (quelle descritte nella poesia, nda) a suo piacimento. Ma per far ciò un atto della volontà è necessario; e in una conversazione ordinaria o nella lettura accade molto raramente che una qualsiasi immagine sia prodotta nella mente.
È proprio così, ci vuole uno sforzo per vedersi davanti i bellissimi paesaggi con cui la Radcliffe infarcisce il suo romanzo, uno sforzo che specialmente al giorno d'oggi non siamo abituati a fare.

Catherine Morland legge Udolpho
(ill. di H.M. Brock) via unteconjaneausten
In questo lento allenamento della mente, una lettrice costretta a leggere nei momenti più impensati potrebbe metterci molto prima di raggiungere la capacità richiesta. Aggiungiamoci, come dicevo sopra, che il malloppetto consta di 1029 pagine, ed ecco che si spiega la lentezza generale che assumono le mie letture in questo periodo e che inevitabilmente si riverbera sul diario che è questo blog.

Per evitare, allora, di sparire dalla circolazione, mi sono detta: perché non far partecipe del mio avanzamento quel poveraccio che di tanto in tanto capita in queste mie pagine? Tanto, diciamolo, chi si metterà mai a leggere la Radcliffe?

Ecco qui come nasce l'idea dei Reading in progress. Naturalmente, come sarà forzatamente necessario, queste pagine saranno piene di spoilers e dissacrazioni varie. Quindi, lettore che vuoi sperimentare personalmente le letture riguardanti la nostra eroina Emily, stammi lontano per almeno i tre o quattro post a seguire. Tanto ci vorrà, credo, a smaltire i quattro volumi dei Misteri.

Se invece non credete possibile l'eventualità di subirvi in questa vita anche Udolpho, seguitemi pazientemente. Qualcosa di interessante salterà sicuramente fuori. 


Il cast of Dracula (dir. Tod Browning, 1931), via Orangecrateart