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giovedì 18 settembre 2014

Le definizioni non finiscono mai



Eggià, vi avevo promesso un seguito al post delle definizioni giallesche (vero, Daniele? :D), ed eccolo qua. Ma forse non dovrei chiamarle più definizioni, ma caratteristiche strutturali.

L'altra volta ho cercato di dare una veloce scorsa a quelli che sono i sottogeneri del giallo. Per lo più, mi sono basata sui contenuti. Oggi, invece, mi stuzzica parlare della struttura di questi romanzi.

Perché, se andiamo a prendere la costruzione e l'impalcatura delle varie opere, ci accorgiamo che non tutte sono pensate allo stesso modo e l'effetto che ne deriva non è sempre uguale.

Whodunit, ripreso da furiousdiaper
Come ormai tutti sanno, di solito il romanzo giallo classico inizia con la scoperta di un omicidio (o fatto altrettanto criminale), per poi proseguire con le indagini. Mille prove saltano fuori durante la lettura e alla fine si arriva alla soluzione con relativo disvelamento di colpevole e movente. Questo è il tipico sviluppo che Wikipedia anglofona chiama whodunit (chi-è-stato o chi-l'ha-fatto, scritto come lo pronuncerebbe uno scozzese, ma non perché gli scozzesi ci abbiano a che fare, ma perché rimanda all'associazione giallo-genere popolare. E anche questo, da solo, sarebbe un argomento a sé, per un altro post).
La struttura è logica e lineare: il lettore trova tanti piccoli tasselli e si diverte ad incastrarli, giocando così al detective insieme al protagonista.
Immagine ripresa da casualoptimist

Di questo prototipo, ci sono varianti più o meno cervellotiche. Esempio supremo: il delitto è lì, sotto i nostri occhi, ma ci risulta impossibile capire come sia stato perpretato. Vi ricordate i Dieci piccoli indiani di Agatha Christie? Ecco, tipo quello. In inglese viene riferito come Locked room mistery (il mistero della stanza chiusa a chiave). Se vogliamo, il primo giallo della storia ha proprio questa struttura. Vi ricordate I delitti della via Morgue, di Poe? Il delito è compiuto in una stanza ermeticamente chiusa a chiave dall'interno ed è umanamente impossibile essere usciti dalla scena del crimine.

Un altro schema narrativo che si sviluppa in seguito è quello che prevede un'inversione nella sequenza dell'indagine: fin da subito sappiamo non solo come è stato commesso il crimine, ma anche chi lo ha commesso e lo scopo dell'indagine sarà quello di inchiodare il criminale apportando sempre più prove sostanziali.
In inglese, questa struttura viene detta howcatchem (come-li-acchiappi) o, più aulicamente, Inverted detective story (storia poliziesca invertita). Diciamo che in questa categoria ci possiamo includere tutti i romanzi riguardanti inchieste giudiziarie o medico-legali e simili.

Schema preso da davidboagey
C'è un'altra categoria di giallo che forse non potrei proprio inserire in una classificazione riguardante la struttura, ma in un'analisi del punto di vista narrativo. In inglese sono dette caper stories (e qui mi trovate in difficoltà nel tentativo di trovare una traduzione appropriata: Storie sottosopra? Capovolte, ribaltate? Di certo non "storie del cappero"! O forse...). Come si intuisce, c'è qualcosa che non funziona in modi tradizionale e che, anzi, viene ribaltata. E questa cosa è la voce narrante che, invece di essere associata al punto di vista del detective, viene sviluppata seguendo il punto di vista del criminale. Lo so, sto parlando del noir, sottocategoria già introdotta nel precedente post, ma siccome mi riferisco non tanto ai contenuti, quanto alla struttura narrativa, mi sembrava bene aggiungerlo anche qui.

Ecco qui, queste mi sembrano le caratteristiche strutturali più menzionate e adottate dai vari gialli.
E adesso che vi ho tediato con classificazioni e definizioni, cosa facciamo?

Beh, andiamo a rivedere tutti i gialli che mi sono letta e cerchiamo di inquadrarli in uno o in più di questi sottogeneri. :)
Un esercizio senza scopo, ma che stranamente mi appaga in modo non indifferente. :D

Ma questo al prossimo post.



venerdì 18 luglio 2014

Le donzelle di Orlando



Ludovico Ariosto, L'Orlando furioso, 1532.


Illustrazione di Gustave Doré, ripresa da commons.wikimedia.org

Ammettiamolo, quando si pensa al mondo dei paladini e dei loro amori la figura che ci fa la donzella è quella della povera indifesa, spesso in pericolo, gentile e delicata come un fiorellino di campo. Ecco, quella non è la dama dell'Orlando. Scordiamocela, perché secondo Ariosto, nessuna dama è indifesa, gentile e in attesa del cavaliere che la salvi - o la sposi.
Dante, Petrarca e Boccaccio, con le loro dame celestiali, ma anche i trovatori con il loro amor cortese, sono tutti morti. Alle perfette dame d'altri tempi, il cui compito è quello di elevare i cavalieri, sono succedute donne tutto d'un pezzo, determinate forse più degli uomini.

Donne in valore ed armi simili agli uomini, dagli stessi appetiti, che sanno come usare la loro bellezza o la loro forza per raggiungere i loro fini.

No, decisamente Ariosto ha una visione meno idealizzata della donna. E lo dimostra non solo descrivendo Angelica la subdola, che usa i suoi mille amanti per levarsi d'impaccio per poi dimenticarsi senza rimorsi di tutti loro appena il caso glielo consiglia.
La donna dell' Orlando furioso possiede ciò che, a volte, si ha l'impressione che i paladini non abbiano: una loro identità. A ben guardare, sono proprio loro, quelle dotate di una maggior concretezza psicologica, se di psicologia si può parlare nell'Orlando furioso, a spiccare nell'arena degli eroi. Basti pensare ai paladini Rinaldo o Orlando, Ruggero, Astolfo: figurine ritagliate intorno ad un'armatura scintillante riempita di onore, coraggio e valore. Contrapponiamoli poi ad Olimpia, ad Isabella o a Fiordiligi, rappresentanti della virtù e della fedeltà. Le loro storie, i loro drammi, il loro sacrificio risultano molto più toccanti e reali che non una qualsiasi impresa dei cavalieri loro consorti; risultano più vive, se non proprio per una loro profondità psicologica, almeno per una loro identità tragica estremamente ben studiata.

Illustrazione di Gustave Doré, ripresa da pinterest.
Ma Ariosto non ha dato alle sue dame solo una caratterizzazione tragica. Ha fornito loro anche una fisicità reale, descritta con accenti... diciamo mondani, più che spirituali. Alcuni episodi sembrano, infatti, inneggiare non il corpo trasfigurato dalla bellezza ideale, testimone di virtù profonde, ma la bellezza carnale e sensuale di un corpo perfetto nella sua concretezza. Da far arrossire. O accendere, come spesso scrive Ariosto nei suoi versi.
Questo lo riprendo dall'XI canto e parla di Olimpia.

67 Le bellezze d’Olimpia eran di quelle
     che son più rare: e non la fronte sola,
     gli occhi e le guance e le chiome avea belle,
     la bocca, il naso, gli omeri e la gola;
     ma discendendo giù da le mammelle,
     le parti che solea coprir la stola,
     fur di tanta eccellenza, ch’anteporse
     a quante n’avea il mondo potean forse.

68 Vinceano di candor le nievi intatte,
     ed eran più ch’avorio a toccar molli:
     le poppe ritondette parean latte
     che fuor dei giunchi allora allora tolli.
     Spazio fra lor tal discendea, qual fatte
     esser veggiàn fra picciolini colli
     l’ombrose valli, in sua stagione amene,
     che ’l verno abbia di nieve allora piene.

69 I rilevati fianchi e le belle anche,
     e netto più che specchio il ventre piano,
     pareano fatti, e quelle coscie bianche,
     da Fidia a torno, o da più dotta mano.
     Di quelle parti debbovi dir anche,
     che pur celare ella bramava invano?
     Dirò insomma, ch’in lei dal capo al piede,
     quant’esser può beltà, tutta si vede.

La storia di Olimpia è una di quelle che maggiormente commuovono. Ma perdonatemi se non ne farò qui il riassunto. Per chi è curioso, ce se sono a miriadi sul web.

Ruggero portato via da Bradamante.
Ripreso da ebooks.adelaide.edu.au
Accanto alle dame belle, ci sono le damigelle in armatura, quelle valorose e indomite che ricercano la gloria. Bradamante, ad esempio, la cui unione con Ruggero darà i natali alla casata Estense, celebrata dall'Ariosto. E la sorella di Ruggero, Marfisa, che sembra non aver in mente altro che conquistare onore e gloria battendo quanti più cavalieri incontra per strada, poco importa se amici o nemici. Concentrate sui loro diversi scopi (Bradamante ritrovare Ruggero e Marfisa conquistare la gloria), assomigliano molto ai paladini dell'altro sesso. Hanno il corpo mascolino, tanto che nessuno le riconosce in battaglia; Bradamante, seppur dotata di una bellezza molto simile a quella di Angelica, viene scambiata per il fratello gemello Ricciardetto. Insomma, estremamente lontane dalla tipica dama dallo sguardo soave che dispensa sorrisi e parole gentili. Nonostante questo, si mantengono costanti, fedeli, gelose. Cosa che raramente fanno gli uomini.

E poi arrivano le streghe, le maghe, le meschine che cercano il loro profitto sia in amore che in potere, sempre e solo slealmente.

E Ariosto? Cosa pensa in realtà della donna?

Beh, non sembra averne sempre un'opinione molto positiva, anche se si scusa mille volte per questo con le dame che lo stanno ad ascoltare. In verità, sotto sotto, nonostante le invettive, Ariosto ama le sue donne. Arriva persino a difenderne l'adulterio, riconoscendo loro il diritto a godere degli stessi diletti amorosi che l'uomo si prende senza porsi problemi. Senza contare l'affetto commosso che traspare per alcuni dei suoi personaggi femminili. Non a caso sono queste, le dame a cui lui sembra più affezionato, quelle riuscite meglio, capaci di coinvolgerci ancor oggi.






martedì 17 giugno 2014

Le "devianze" dei vampiri


This book is a love letter to all the vampire books I read over and over growing up. To Les Daniels for his Don Seastian de Villanueva series; Anna Rice for her Vampire chronicles; Tanith Lee for Sabella, or the Blood Stone; Poppy Z. Brite for Lost Souls; Nancy A. Collins for Sunglasses After Dark; Sheridan Le Fanu for Carmilla; and Suzy McKee Charnas for Vampire tapestry.
Queste sono le prime frasi che scrive Holly Black negli Acknowledgments finali de The coldest girl in Coldtown: diciamo che ringrazia di esistere e di averle fatto compagnia durante l'adolescenza tutta una serie di vampiri che io conosco davvero poco.
  
Locandina del film
Intervista col vampiro, 1994.
Ripreso da comingsoon
Forse Anne Rice, per la sua Intervista col vampiro (1973) mi è nota, ma solo per il film omonimo con Brad Pitt e Tom Cruise (1994). E certo, anche Carmilla di Le Fanu. Anzi, proprio lei avevo scaricato qualche mese fa con l'intenzione di leggermela con calma, una volta o l'altra. Vi stupirà sapere che quel momento è giunto?
No, non credo proprio.
Ed ecco rituffarci nella storia della letteratura, tra vampiri e romanzi gotici e... e anche qualcosa d'altro che si mescola a sessualità e psicoanalisi.

Come ormai tutto il mondo riconosce, il vampiro nasconde in sé una figura un po' meno orrorifica, ma non proprio meno aborrita e temuta: il seduttore. Beh, il primo racconto sul vampiro, quello di Polidori (1816), è ricco di allusioni al fascino sensuale di Lord Ruthven, di mestiere vampiro. Senza contare che ricondurre Lord Ruthven a Lord Byron, il getiluomo in esilio che Polidori seguiva nella veste di medico personale, è fin troppo facile. E Lord Byron, si sa, era noto nel suo milieu per il suo approccio disinvolto al gentil sesso. Nonostante questo, in Polidori l'aspetto sessuale e sensuale del vampiro rimane superficialmente trattato.

Immagine da audible.com.au
Carmilla esce qualche decennio più tardi (1872). Onestamente non so quanti altri vampiri siano nati nel frattempo. So che la figura del vampiro si è arricchita di caratteristiche sempre più inquietanti e per lo più grazie all'inventiva dei francesi; ma quanto il parallelo tra libertinaggio e vampirismo abbia avuto importanza nella produzione di quel periodo, non potrei dirlo.

E poi, ad un tratto, se ne esce questo Irlandese, Le Fanu, con una storia dalle tinte forti e dalla solida base folcloristica.
Il racconto viene presentato come il resoconto di un caso del dottor Hesselius, una sorta di dottore dell'occulto, il primo nella letteratura fantastica a sentire Wikipedia. Il caso viene raccontato in prima persona da una delle protagoniste della vicenda: Laura.
Di riassunti ce ne sono a migliaia sul web. Basterà qui raccontare che Laura e suo padre accolgono in casa una bellissima giovane, Carmilla, che poi si dimostra essere non proprio una gentil dama. Questa creatura è abituata ad intrufolarsi nel nucleo domestico di famiglie agiate e nutrirsi del sangue di tutte le donne del circondario. Uccidendole, naturalmente. Di solito l'operazione è veloce e nel giro di qualche notte le sfortunate muoiono. Ma quando invece Carmilla si invaghisce della preda, allora il piacere del consumare viene prolungato per settimane.

Già, Carmilla si infatua delle sue prede in modi così profondi e manifesti che la protagonista, Laura, a volte pensa che la sua bellissima amica, verso cui prova allo stesso tempo una forte attrazione e un'altrettanto viva repulsione, non sia altri che un giovinetto travestito da donna e venuto a farle la corte, proprio come accade nei romanzi. L'ambiguità della relazione è davvero poco ambigua. C'è poco da fare, l'evidenza è incontestabile: la vampira è libertina e predilige pure il proprio sesso.
Ma come? Un racconto di fine Ottocento che parla di libertinaggio spinto e di rapporti omosessuali tra donne? E con un tono così esplicito da lasciare a bocca aperta?

Eh, sì, può succedere, se il libertino omosessuale viene trasfigurato in vampiro. La "devianza" di gusti sessuali viene fatta ritornare nella normalità, o meglio, nella anormalità del caso: il vampiro è un essere deviato di suo (come anche il libertino). Vuoi che non sia deviato fino in fondo, magari anche nei gusti sessuali? E la vittima che sembra darle spago e corrispondere? Beh, è il potere del vampiro che la imbambola, perché lei, di fondo, è "normale".
E così si mischiano "devianze" di vario tipo, senza veli o pudori.

Immagine ripresa da graphicclassics
A parte le morbose inquietudini eterodosse del racconto, un'altra particolarità mi ha sorpresa: le scene in cui si descrive l'attacco del vampiro. Eh, questo lo dovete leggere per capirlo fino in fondo, perché non è facile rendere l'idea di terrore che la lettura fa sorgere nel cuore della notte ad una mente fervida. Immaginate l'attacco del vampiro: la bella dorme nella penombra di un fioco lume mentre ai piedi del suo letto si materializza un'ombra simile ad una bestia nera indefinita e inquieta, che salta sul letto ed è lei, ha il volto di Carmilla! Due punture sul petto e quando la vittima la riconosce, lei si rizza, ed è già alla porta, quasi fosse scomparsa e riapparsa. La guarda e, per l'ultima volta, scompare nel nulla.
Sembra un film!

Chissà come rende la scena sullo schermo. Se vi va di scoprirlo, su goticomania trovate l'elenco di tutti i film tratti dal racconto.

Buon divertimento. 


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Articoli corretati

Lord Ruthven e il dottore 
Favole e vampiri 



lunedì 12 maggio 2014

Il duro mestiere del detective





Chi lo ha detto che i migliori indagatori del crimine sono poliziotti?
Nessuno in effetti. Da Mr Dupin della Rue Morgue a Don Matteo della Rai Fiction, molti dei migliori, o almeno dei più riusciti, sono altro: Dupin è un solitario gentiluomo in disgrazia che non disprezza il suo destino; Sherlock Holmes è un detective privato; Miss Marple, una gentile vecchietta; Don Matteo (al momento l'eroe di famiglia preferito) è un prete. Oddio, anche Guglielmo da Baskerville, il frate detective de Il Nome della Rosa di Umberto Eco (1980) era un prete. E forse quest'ultimo verrà ricordato un pochino più a lungo del nostro beniamino biondo televisivo. Poi arrivano i giornalisti con le loro inchieste (un esempio tra tutti Mikael Blomkvist della trilogia di Millennium di Stieg Larsson, 2005-2007) e non possono mancare, a seguire, gli scrittori.

Copertina e autore di La verità sul caso Harry Quebert

La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker (2012) è uno di quei polizieschi in cui il detective è uno scrittore. Uno scrittore in crisi, perché dopo un primo libro sfolgorante, l'ispirazione se ne è scomparsa, inghiottita dalla solita crisi della pagina bianca che spesso diventa protagonista nei romanzi che parlano di scrittori. Tra le altre cose, quindi, c'è uno scrittore e il suo blocco.
Tra quelle "altre cose" a cui accennavo, c'è anche un mèntore che in anni precedenti ha aiutato il giovane scrittore a divenire tale, oltre che ad aiutarlo a divenire adulto. Non rovino molto della lettura dicendo che questo maestro di vita e di scrittura è proprio il menzionato Harry Quebert, mostro sacro della letteratura americana divenuto tale grazie al suo famoso romanzo "Le origini del male". E non penso di spoilerare il romanzo più di tanto lasciando intuire (velatamente! Non sia mai!) che ad un tratto proprio questo Harry Quebert si ritrova accusato dell'omicidio di una giovane quindicenne scomparsa da più di trenta anni che, guarda caso, si svela essere stata sua amante.

Blocco dello scrittore?
Ecco qua. Metà del libro l'ho passata a percorrere il passato dei protagonisti, un passato che balza qua e là su una linea temporale di più di trenta anni e che racconta principalmente di lui, Harry Quebert, della giovane Nola e di Marcus, scrittore in crisi d'ispirazione. E per tutta quella metà, che non è poca, mi sono chiesta che cosa ci avesse trovato di così travolgente la persona che me lo aveva tanto raccomandato. Certo, i caratteri sono ben definiti e il loro passato risulta anche interessante, non lo nego.  Ma ad un certo punto mi sono ritrovata quasi a sentire l'eco di frasi già lette, pensieri già ascoltati, anche se il lettore paziente intuisce, sotto sotto, che ci deve essere uno scopo latente.
Mi sono anche chiesta come può un uomo maturo di 34 anni innamorarsi di una bambina di 15 anni, perché queste erano le età degli amanti all'epoca della scomparsa della ragazzina; e, soprattutto, mi sono chiesta come può lo scrittore vero, Joël Dicker, raccontare questa relazione un po' perversa in maniera convincente, senza lasciare che al suo lettore gli cadano le braccia ogni volta che ascolta il 34enne Harry Quebert, mostro sacro della letteratura statunitense, parlare del suo amore travolgente per la giovane Nola. Sì, per la giovane Nola quindicenne, la giovane donna che ride come una bambina, che parla come una bambina e che, anche quando si dichiara, si rivolge al suo oggetto del desiderio dandogli del "lei". Senza contare la figura che ci fa lui, Harry Quebert, che per lungo tempo non riesce a far altro che ripetere come un cerebroleso il nome di Nola o a scribacchiarlo ovunque. Ma forse, tutto sommato, era questo l'unico modo per rendere credibile e meno inquietante la storia.

Ma poi... poi arriva la seconda parte e il racconto prende un'altra dimensione. Quella dei possibili colpevoli alternativi.
E qui mi soffermo un attimo.
Cosa succede di solito in un giallo?
Si raccolgono prove che pian piano arrivano fino al colpevole. Semplice e scorrevole, possibilmente il più coerentemente possibile.
In questo romanzo, invece, sembra che Dicker si diverta a stravolgere la regola, a trovare i colpevoli, a scagionarli, ad insinuare di nuovo il dubbio ed ancora una volta affrettarsi a farlo cadere, per poi ammiccare ad altre possibilità. Ed ogni volta, o quasi, uno ci casca. E solo il controllare che alla fine mancano ancora un bel po' di pagine ci fa capire che c'è ancora dell'altro. Beh, non so a voi, ma a me non capita molto spesso. Di solito li fiuto abbastanza in fretta, i colpevoli.

Questo per quel che riguarda il romanzo giallo. Se non fosse che La verità sul caso Harry Quebert non è solo il racconto del caso, ma anche del libro sul caso e della sua storia editoriale. Ossia, il libro che il giovane Marcus scrive, uscendo dalla sua crisi e divenendo ancora più famoso di prima. Che poi è il libro che stiamo leggendo (ecco qua un altro piano del romanzo che confonde la finzione con il reale). E poi, c'è anche la storia artistica dell'altro scrittore, Harry Quebert, che a sua volta, alla fine, si macchia di giallo.

E tra tanti sviluppi, ci sono i trenta e uno
consigli per il giovane scrittore. Uno, in particolare, mi ha colpito per la sua verità:
Scrivere significa essere capace di percepire più profondamente degli altri e di trasmettere in seguito. Scrivere è permettere ai lettori di vedere ciò che a volte loro non possono vedere.
Ecco, anch'io credo, come Joël Dicker e Harry Quebert, che  lo scrittore sia colui che vede ciò che, pur guardando, non si riesce a percepire, per poi ri-raccontarlo in modo nuovo, affinché anche gli altri possano vedere ciò che lui ha visto per primo.

Per la mia tesi di laurea ho affrontato l'analisi di qualche fiaba di un poeta bulgato, Valeri Petrov. Lui mi ha mostrato con i suoi testi questa verità sugli scrittori e ogni volta che mi imbatto in discussioni insulse su definizioni o su motivazioni e scopi presunti dello scrivere, mi vieni in mente lui, la purezza del suo sguardo che sfoglia strati dalla realtà fino a trovare la sfumatura migliore. Per poi, grazie ad un atto che sembra naturale e leggero, ricreare quella sua visione con parole che sarebbero poesia anche senza la perfetta musicalità della metrica e della rima.
L'unico suo difetto: essere bulgaro e quindi non poter essere tradotto efficacemente in altre lingue. E siccome sono pochini i lettori in lingua bulgara, non nutro troppe speranze di vederlo acclamato come si merita.

Valeri Petrov e il suo invadente vicino di casa , all'ora del te.

Nonostante questo, mi sentivo di menzionarlo, di farlo diventare un po' meno ignoto almeno di nome, anche se non c'entra molto col poliziesco in genere e con La verità sul caso Harry Quebert in particolare.




lunedì 7 aprile 2014

Primi uomini nella luna






Ecco qui un'altra vignetta esilarante da Hark! A vagrant. E come è chiaro, il romanzo successivo che mi sono letta è stato quello di H. G. Wells, del 1901: The first men in the Moon. Anche qui, ancora il sogno di raggiungere la luna, ancora la curiosità di vedere dove l'uomo può arrivare.

Nonostante ciò, e nonostante poi entrambi gli scrittori vengano additati come padri della fantascienza, c'è un'enorme differenza tra la visione di Verne e quella di Wells. Per Verne è importante il "come": come si arriva sulla luna? E nel "fantasticare" sui possibili modi, si tiene sempre nei limiti del possibile.

H.G. Wells
Per Wells, invece, l'importante non è come, ma il "cosa" ci aspetta: una volta arrivati lassù, cosa si troverà? Il mezzo con cui arrivarci, su quel  "lassù", non ha molta importanza. I suoi protagonisti arrivano sulla luna grazie ad un materiale antigravitazionale, la carovite, totalmente inventata dalla fantasia di Wells. E Verne, una volta letto il suo romanzo, gli rimproverò questa sua invenzione, proprio perché assurda. Ma Wells fece spallucce: il soggetto che gli interessava non era la scienza e la tecnica e i loro traguardi, ma le speculazioni sull'impatto che lo sviluppo scientifico poteva avere sulle società del domani.

Vista in questa ottica, la sua produzione, naturalmente, risulterà meno tecnicistica di quella di Verne e più focalizzata verso un'evoluzione che non si riduce a quella biologica, ma che tocca inevitabilmente anche quella sociale. Così è interessante studiare questi Seleniti che vivono nella luna, al riparo dalle temperature glaciali della notte e quelle desertiche del giorno. Esseri che, in base alla loro propensione naturale, sviluppano fin dall'infanzia una sola capacità fisica o mentale, atrofizzando il resto; da questa selezione, nasce una società in cui ognuno ha un suo compito preciso, svolto non come costrizione, ma come profondamente appagante (anche se, ammettono i Seleniti, qualcuno dei giovani esseri che vengono sottoposti al training finalizzato a sviluppare la capacità per cui dimostrano attitudine, possono dimostrare una sorta di lieve insofferenza al trattamento). La società che ne viene fuori? Felice, ordinata, priva di conflitti.

Perché anche questo è uno dei tratti propri di Wells e della fantascienza che da lui prende piede: l'ottimismo  nel prodotto finale dello sviluppo scientifico e sociale che indubbiamente ne deriverà.

The First Men In The Moon,
copertina originale, 1901.
Ecco, questo è il corpo centrale del romanzo e per questo, sicuramente, viene ricordato. Ma durante la lettura, un'altra cosa ha davvero colpito la mia immaginazione: la bruta giustapposizione di una realtà estremamente extra-terrestre (intesa come completamente diversa da quella terrestre) e quella squisitamente inglese della prima parte del romanzo. Mentre si descrivono le circostanze per cui i due protagonisti, uno scienziato un po' svampito e uno speculatore in bancarotta, si incontrano, salta subito all'occhio una campagna inglese così ben schizzata da affascinare per la sua vividezza. La natura, nonostante ritratta non proprio nel suo massimo rigoglio, offre un forte contrasto con i paesaggi lunari. Ed anche se noi sappiamo che la Carovite non può essere sintetizzata o che non ci sono Seleniti, né piante o funghi bizzarri che vivono solo la stagione del giorno lunare, l'accostamento di questi quadri diversi risulta così efficace che riesce a rafforzare non solo il senso di straniamento della voce narrante una volta sulla luna, ma anche la nostra propensione a credere nella genuinità dell'avventura. Tutto questo forse proprio perché l'altra faccia del racconto, quella sulla luna, la sentiamo profondamente legata al mondo reale così ben descritto nella prima parte, molto più vero del mondo in cui si muovono i personaggi stereotipati di Verne ne De la Terre à la Lune che, tuttavia, si rivelano indubbiamente più pragmatici. Su questa simpatia, siamo anche più disposti a credere possibile che la Carovite funzioni davvero, nonostante le proteste di Verne, e che i nostri protagonisti abbiano davvero incontrato i Seleniti.

Peccato che poi l'uomo sia arrivato davvero sulla luna e abbia svergognato le speculazioni di Wells. Ma, come anche lo stesso Wells avrebbe detto, il progresso scientifico non si può fermare, nemmeno in favore di una visione più poetica dell'universo.




venerdì 4 aprile 2014

Primi uomini intorno alla luna




Vignetta ripresa da Hark, a vagrant


Come Kate Beaton ha centrato nella sua vignetta (http://www.harkavagrant.com/index.php), molti illustri seguaci presero d'esempio Edgar Allan Poe e iniziarono a fantasticare, anche se con una certa serietà, intorno al mondo del possibile e del probabile, sostenuto da una base pseudo scientifica.

Fotografia di Jukes Verne di Félix Nadar,
1878 c., ripresa da Wikipedia
Uno dei più illustri fu Jules Verne. Affascinato da Edgar Allan Poe, tanto che nel 1864 gli dedicò un tributo  (Edgar Poe et ses oeuvres), viene ispirato dal suo modo nuovo di trattare soggetti che all'epoca erano relegati al campo della pura fantasia.
Anche lui scrisse un romazo Dalla terra alla luna (1865) prendendo ad esempio il viaggio di Hans Pfaall e l'attegiamento scientifico che caratterizza la sua impresa. Ho chiamato Dalla terra alla luna romanzo, vero? Beh, forse avrei dovuto chiamarlo "trattatello sulla costruzione di un proiettile - missile - navicella spaziale capace di arrivare sulla luna, o quasi, con dentro qualche uomo - diciamo tre".

La trama in sé è breve, quasi insignificante. Con un bell'umorismo tipicamente francese (ben diverso da quello inglese distinto ed elegante, ma sarcastico e ammiccante), Verne si immagina che tutti quei grandi conoscitori di armi e balistica che sono gli americani si ritrovino delusi dalla conclusione della rivoluzione americana e non sapendo più come impegnare tempo e conoscenze, decidano di tentare l'impossibile: creare il missile perfetto che arrivi sulla luna e lasci il segno.

Tutto il racconto non è altro che calcoli, teorie, invenzioni plausibili, incoronata dalla storia delle scoperte astronomiche, ma anche da quella delle creazioni fantastiche e letterarie su tale soggetto (con una speciale menzione d'onore per quell'Hans Pfaall di Poe).
Insomma, una lettura non proprio scorrevole, se ci mettiamo anche che Verne la infarcisce di numeri, misure e misurazioni (e sono tante davvero!) in piedi, leghe, pollici e chi più ne ha più ne metta. Così, una come me, pigra di natura, si ritrovata abbandonata al volo caotico di un' inesperta fantasia che tenta di considerare grandezze criptate, tra uno sbadiglio e l'altro.


Illustrazione dell'edizione del 1872.
Ma, a parte la mia ignoranza che complica un pochino la scorrevolezza del testo, la cosa che, nonostante tutto, colpisce è la plausibilità delle soluzioni. Detto come lo dice lui, con le premesse scientifiche e le speculazioni che apporta, tutto sembra quadrare e, a parte qualche piccolo, "insignificante" dettaglio, tutto sembra realmente fattibile. O quasi. Se andate a scovare cosa dicono quelli dell'unione degli astronomi italiani, loro fanno le pulci al racconto e naturalmente sanno il fatto loro, smascherano l'impossibile che Verne rende possibile, ma nonostante tutto l'ammirazione per il suo tentativo rimane.

Di fondo, si percepisce lo spirito che muoveva Verne: l'assoluta fede verso la scienza.
Non dimentichiamoci in che periodo Verne viveva. Ormai le conoscenze fisiche e matematiche erano arrivate ad un punto in cui si credeva di comprendere quasi tutto. Da questo assunto era facile arrivare a credere che con un po' di applicazione e sforzi sperimentali si sarebbe arrivati all'inarrivabile. Quando la scienza divenne protagonista anche nel campo letterario, essa trovò un buon terreno su cui sperimentare le ipotesi deterministiche che grandi fisici e matematici come Laplace avevano formulato (in soldoni: la teoria scientifica ha un carattere di prevedibilità poiché ogni stato od evento dell'universo è conseguenza di stati ed eventi precedenti e, a sua volta, causa di quelli successivi. Basta conoscere la successione precisa degli avvenimenti per determinare quale sarà il risultato, come anche quale è stato l'antefatto)*. Fino a quando, per caso, si vide che non sempre le previsioni, per quanto fondate matematicamente, si avverano. La meccanica quantistica dell'inizio del 900 prima e poi la teoria del caos rivalutano la materia e tutta la cieca fiducia nell'analisi scientifica viene scossa.

Ma questo succederà solo nel secolo successivo e Verne continuerà a costruire macchine futuristiche e far sognare viaggi meravigliosamente fantascientifici per decenni, divulgano informazioni scientifiche sotto forma di racconti fantastici e ispirando generazioni di sognatori, proprio come lui era stato ispirato dal nostro Poe.



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* La filosofia di Laplace è, naturalmente, un pochino più complessa; il filosofico lo spiega meglio di quanto potrei farlo io con la mia scarsa preparazione scientifica.



giovedì 13 febbraio 2014

Stacchetto ingredientistico



Non ridete, non ridete ora. Mi sono scervellata un paio di notti per trovare uno stacchetto che avesse un  qualche pur sottile e velato collegamento con i post sulle definizioni gotiche e cosa mi sono ritrovata tra le mani, o meglio, tra i denti?

Un banale "ingrediente segreto".

Banale come questo:



Oppure un po' più... o forse un po' meno...
Beh, definitelo voi. Io ne ho abbastanza di definizioni per il momento. ; )