Visualizzazione post con etichetta Dickens. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dickens. Mostra tutti i post

mercoledì 23 aprile 2014

Fantascienza a vapore



Quante cose si imparano semplicemente leggiucchiando qua e là, a tempo perso. Ad esempio, un lettore poco esperto di sci-fi, gironzolando per caso in cerca di notizie, può ad un certo punto imbattersi in definizioni che, potenzialmente, suonano anche un po' grottesche, quali Cyberpunk, Steampunk, Distopia e cosette del genere.
Ecco, non è che adesso mi metto a pignoleggiare su tutti i lemmi che compaiono sull'enciclopedia sci-fi, ma tanto per dare un po' l'idea di come si dipanano i sentieri delle mie letture, devo raccontare un po' da dove sono partita e dove sono arrivata, no?

Sono partita da un'immagine che poi mi ha condotto ad un articolo su una presunta paternità, o comunque parentela, tra il genere steampunk e E. A. Poe. L'articolo non lo ritrovo più, disordinata come sono, ma l'immagine non è difficile da scovare.

The Fall of the House of Usher,
Zdenko Basic e Manuel Sumberac.

Fa parte delle illustrazioni di Zdenko Basic e Manuel Sumberac per il libro Steampunk Poe (2011), che poi in verità è una raccolta di racconti e poesie di Edgar Allan Poe che poco c'entrano con lo steampunk. Ma, sorvolando sui dettagli e ammettendo ancora una volta la mia infinita ignoranza, mi sono sentita spuntare il famoso punto interrogativo sulla testa: cosa è lo steampunk?

Lo steampunk è un sottogenre della più famosa fantascenza. Diciamo che è una delle sue tante deviazioni che prende piede piuttosto tardino, se si pensa che uno dei principali romanzi additati come fondatori del genere è The Anubis Gate di Tim Powers, 1983 . In un romanzo steampunk ci troverete sempre un passato parallelo (spesso le storie si svolgono nella Londra di epoca vittoriana) in cui la tecnologia fantascientifica è sostituita dalla meccanica fantascientifica e il vapore (steam, appunto) è la forza propellente di macchine, armi e computer in un mondo un po' vero, un po' inventato.
Ogni tanto ci mette lo zampino anche un po' di magia, un po' di stregoneria, insomma, elementi completamente fantastici.

Per farmi un'idea di cosa potesse accadere in un mondo dominato da tizi che dovrebbero somigliare a questi:
 
Immagine presa da Wikipedia

mi sono andata a leggere proprio quel The Anubis Gate di Tim Powers.

Qui dentro ci entra tutto! Non solo la meccanica, ma anche la tecnologia fantascientifica, e tante, ma tante altre cose. La lista? Eccovi accontentati:

Viaggi nel tempo;
Magia e stregoni;
Clown alla IT (Stephen King - peccato che IT sia del 1986, altrimenti avrei potuto trovarvi un filo inverso);
Poeti 800eschi (Coleridge e Byron, per dirne un paio);
Shapeshifter (sono chiamati con un altro nome, ma in sostanza sono simili a quelli di X file o Supernatural);
Donne travestite da uomini che fanno le eroine;
Corte dei miracoli con banchetti pantagruelici;
Esperimenti per creare ibridi umano-fantastici;
Londra Dickensiana;
Cloni;
Passati alternativi/realtà parallele;
Intrighi politici;

Ah, dimenticavo: una spruzzata di mitologia egizia, che non fa mai male.

Come fa Tim Power a far quadrare tutto? Una magia. Ci riesce, questo sì, ma con fatica (mia) di seguire un filo ben equilibrato.
Di difetti ce ne sono, e sono anche abbastanza fastidiosi, almeno per la pignoletta che sono.

Ad esempio: è bello ritrovarsi in due diverse situazioni passando da un paragrafo all'altro, magari cambiando scenario e personaggio senza anticipazioni, ma farlo in maniera drastica, senza dare indizi che ti portino a pensare chi stia attraversando quel fiume o cosa ci fa un fiume in mezzo al racconto di punto in bianco e per di più saltato fuori proprio mentre l'altra situazione non era ancora completa, allora mi scoccia un po', perché è come azzerare l'avanzamento precedente e ricominciare tutto da capo: nuovo personaggio o, nelle migliori delle ipotesi, nuova cornice scenica per il personaggio che stava facendo tutt'altro, nuovo rapporto tra gli attori che stiamo seguendo, nuovo contesto e nuove motivazioni. E siccome questo lo fa in continuazione e non solo all'inizio, come sarebbe anche simpatico fare, e considerando che ci si perde una buona paginetta se non due a tirare un pochino le somme, dopo un po' questa tecnica da' sui nervi (almeno a me).
Mettiamoci anche lo scombussolamento iniziale che il caos di espedienti narrativi, gettati così davanti al lettore apparentemente senza logica (anzi, proprio senza logica, visto che solo verso la metà molti di quei misteri elencati lassù iniziano ad avere una parvenza di senso), dona ad una mente abituata ad avere un bell'ordine non tanto narrativo, ma di sviluppo narrativo sotto lo sguardo. E poi a tratti i personaggi scompaiono per capitoli e capitoli, riemergono un po' frastornati e maltrattati, poi riscompaiono e vivono vite parallele e uno si chiede se hanno davvero bisogno di vivere qui, in questo romanzo, e quanti romanzi avrebbe potuto raccontare, il nostro scrittore, se avesse sviluppato la materia in maniera rispettosa (per i contenuti, naturalmente).


Il Clown di IT, film del 1990, ripreso da qui.
Lo ammetto: a volte mi sono ritrovata persino a sbadigliare. Non che le trovate non siano brillanti, o almeno la gran parte (e basta con questi travestimenti della donna in uomo per fare la super eroina!), ma la scrittura mi ha un po' scoraggiato a tratti.

Nonostante questo, non si fa fatica a ritrovare tracce del passaggio di The anubis gates sulle scrivanie di vari scrittori e sceneggiatori che da quel "lontano" 1983 hanno spiluccato i suoi contenuti, magari riadattandoli o sviluppandoli a modo loro.
Già solo per questo varrebbe la pena buttarci un occhio.

Ma adesso, dopo avercelo buttato, me lo riprendo e continuo verso orizzonti più domestici.





martedì 25 febbraio 2014

La livella di Edgard Allan Poe



Sì, è giunta finalmente l'ora di parlare di lui, The oval portrait, il racconto di cui vi accennavo qui.

Il ritratto ovale, da manuelgraph

La data di pubblicazione del racconto conosciuto come The Oval Portrait risale al 1845; in verità, già nel 1842 era stato pubblicato in una versione più lunga in cui pochi paragrafi introduttivi spiegavano meglio le circostanze del ferimento della voce narrante e l'uso dell'oppio al fine di sedarne il dolore. Questa prima versione portava un altro nome: Life in Death. Nella versione definitiva, Poe elimina gli elementi che potrebbero far pensare ad una sorta di distorsione della realtà indotta dagli oppiacei e introduce subito la storia senza tergiversare.  Niente di strano, visto che Poe è solito farlo: con una sua particolare lucidità,  riesce ad escludere il superfluo e ridurre la storia al minimo indispensabile senza tuttavia rinunciare a nessuno degli effetti voluti. Deve essere stato un perfetto impacchettatore di valigie da viaggio . :D

Ma, a parte gli scherzi, come potrei spiegare l'effetto che lasciano le sue storie confezionate in questo modo se non facendo l'esempio di un diamante perfettamente tagliato per far risaltare tutta la sua luminosità?

Poe è davvero un artista superbo in questo. E The oval portrait ne è un perfetto esempio.

Ma siccome stiamo parlando di inclinazioni del gotico, vorrei prima riassumere a che punto siamo arrivati per capire meglio quale sia il contributo di Poe in questa serie di post.

Sarò breve: la Austen ci dice con candore che fantasmi e complotti sono scempiaggini e non esistono; Dickens ci dice, invece, che ci sono, anche se poi ridacchia tra le righe. Ed Edgar Allan Poe, la mente estremamente razionale che produce delle perfette macchine-gioielli dagli ingranaggi cristallinamente matematici, cosa pensa lui della materia? Ci crede?

Mhhh.

Siccome mi appresto ad un altro dei miei spoilers barbari, vi do' un ultimo avvertimento: anche se vagamente ricordate la trama, andate a rileggerlo al volo prima di continuare il post. Sicuramente ci sono cose che vi sono sfuggite ed averle sotto lo sguardo renderà la comprensione ancora più esaltante.

Detto questo, basta leggere la prima frase de The oval Portrait per capire come la pensa E. A. Poe:

The chateau into which my valet had ventured to make forcible entrance, rather than permit me, in my desperately wounded condition, to pass a night in the open air, was one of those piles of commingled gloom and grandeur which have so long frowned among the Appennines, not less in fact than in the fancy of Mrs. Radcliffe.
Il castello di cui il mio valletto si era avventurato a forzare l'ingresso pur di non permettere che io, nelle gravi condizioni in cui la mia ferita mi poneva, passassi la notte all'aperto, era uno di quei numerosi edifici, mescolanza di oscurità e grandiosità, che da gran tempo si stagliano tra gli Appennini, non meno nella realtà che nell'immaginazione di Mrs. Radcliffe.

Montebabbio - Castellaro (RE), preso da flickr.
Qui si svela tutta la grandezza di Poe a mio avviso. Il diamante cristallino, tagliato fino all'estremo punto in cui ogni luce risalta, tutto quello che deve essere detto è detto senza nessun tipo di superfluo. E qui c'è anche riassunta la chiave di lettura del racconto, un racconto che resta in perfetto equilibrio tra due possibili interpretazioni e su cui l'autore non si sbilancia mai né in un senso né nell'altro.

In una sola frase, il lettore comprende che il narratore è gravemente ferito e che si imbatte in un castello che richiama alla mente quelli alla Radcliffe, con i suoi misteri e fantasmi. Il castello alla Radcliffe non può non destare attese di eventi sovrannaturali e con questo semplice accostamento l'atmosfera è confezionata. Ma non dimentichiamoci che il narratore è gravemente ferito, in preda alla febbre e forse plausibilmente soggetto ad allucinzioni.
Forse.

Ed allora, quando muovendo lo sguardo e la candela sulla stanza poco illuminata in cui passa la notte gli sembrerà di scorgere una figura muoversi nell'ovale del ritratto, il lettore attento, cosa penserà? Il ritratto si é mosso davvero? Il narratore ha un'allucinazione?

Immagine ripresa da Wikipedia
La storia particolare del ritratto farebbe propendere per una spiegazione sovrannaturale, ma quel lettore attento potrà facilmente obiettare che mai, nemmeno per un secondo, si fa riferimento a un qualche evento inspiegabile che abbia trasfuso la vita dalla modella alla sua immagine ritratta. Si parla di cattiva illuminazione e ambiente poco salutare in cui la modella è fatta sedere per ore e ore, di una malattia della ragazza di cui il pittore, preso dalla sua foga creativa, non si accorge; si parla di alta maestria dell'artista nel ritrarre la vita nelle sue opere, ma mai si dichiara positivamente che la vita sia passata dal soggetto al suo ritratto. Ed il lettore, a questo punto, si allambiccherà per ore il cervello nel tentativo di capire cosa lo scrittore volesse che lui credesse: cosa vuole da noi Poe? Qual'è la sua verità?

Chi lo sa? Per questa, come per altre delle sue opere, rimarremo col dubbio. Ma, diciamolo, è anche per questo che consideriamo Poe un genio, no?



sabato 22 febbraio 2014

La vocina di Dickens



Da sempre, il modo più efficace per demolire un'istituzione è riderci su. Che sia paura o autorità, l'ironia riesce laddove un esercito (di critici o di militari) fallisce.


Ripreso da Tuttavitarobi


Ma come si fa ad ironizzare in maniera efficace?

La Austen lo fa con metodo quasi pedante: demoliamo drasticamente e sistematicamente ogni caratteristica ricorrente nel romanzo gotico, dal prototipo dell'eroina alla messinscena, affianchiamoci la realtà concreta e il più è fatto. La risata arriva da sola.

Da qui.
Eppure non sempre è necessaria un'operazione così certosina per raggiungere un effetto che smorzi il pathos orrorifico. A volte basta semplicemente manipolare un po' la voce narrante. Magari quello che si ottiene non è proprio una parodia, ma di sicuro è una nuova inclinazione del genere.

Come si fa? Beh, prima di tutto bisogna dare a questa voce narrante un tono cordiale: deve far simpatia; le si concede molta libertà, fino a farla quasi diventare un vero narratore di cui però non si sa nulla se non che conosce bene la storia che narra; ed infine la si pone lì in mezzo tra realtà del romanzo e lettore, in qualità di filtro. Già la sola presenza di questa figura fantomatica, un po' più di una voce narrante, un po' meno di un personaggio, favorisce il distacco tra lettore e narrazione e ridimensiona tutta l'atmosfera di paura.

Un esempio? Ve la ricordate la mia (unica) lettura di Natale? A Christmas Carol (1843) di Charles Dickens.
Ecco, questo è stato l'esempio ispiratore di tutta una riflessione sulla potenza della voce narrante. Quasi quasi ci si potrebbe scrivere un papiro di post sulle inclinazioni della voce narrante per quanto l'argomento è importante e interessante. Beh, almeno per la sottoscritta.

"L'ultimo dei tre spiriti",
ill. John Leech, prima edizione del 1943.
Ripreso da Wikipedia.
Ma torniamo al punto. A Christmas Carol.
A differenza di Northanger Abbey della Austen, qui ci sono davvero i fantasmi.
Alcune scene, quelle più tetre, quelle in cui il narratore sta buono e soffoca la sua solita bonaria ironia, mettono davvero i brividi addosso. Eppure il tono complessivo è completamete diverso dal tono solito del romanzo gotico. Ok, ve lo concedo: in parte è anche dovuto alle scene natalizie, quelle piene di lucine e canti corali che scandiscono la cupa esperienza del signor Scrooge, ma spesso è anche colpa - o merito - della voce narrante che di tanto in tanto ammicca, sorride, tergiversa e ridacchia sotto i baffi.
Così, quello che ne esce fuori non è tanto un racconto di fantasmi, ma una sorta di racconto di Natale con la morale nel finale, il capolavoro che tutti conosciamo più o meno a menadito. Non a caso viene classificato "racconto fantastico" su Wikipedia .

Possiamo dire, allora, che il romanzo fantastico non sia altro che un'inclinazione del romanzo gotico? O forse il contrario?
Mmmmh, a dire il vero bisognerebbe studiarci un po' su. Per ora mi perdonerai, lettore, se non mi soffermo su questa possibilità, ma vado dritta filata per la mia strada. Ma prima o poi conto di tornarci.

Prima o poi.



sabato 28 dicembre 2013

Letture natalizie






Capita, a volte, di essere trascinati nella lettura di qualche storia particolare solo per il fatto di sentirsi ispirati da una certa atmosfera. E l'atmosfera natalizia fa miracoli, ti fa fare tante di quelle cose insolite che durante l'anno sarebbe impensabile anche solo immaginare.
Sorridere a tutti gli estranei che incontri per le scale con un bel Buon Natale sussurrato sotto i baffi, aiutare signore con pacchi e pacchetti ad arrivare alla porta di casa, coccolare amorevolmente anche il più antipatico dei bambini dei vicini... cose così. E qualche volte ti fa venire pure voglia di leggere un racconto di Natale che fino a qualche settimana prima non ti sarebbe mai saltato in testa di prendere in mano. Un po' perché, diciamolo, leggere qualcosa di natalizio in un periodo non proprio natalizio non suona giusto. E poi perché quel qualcosa di natalizio é stato talmente usato e abusato che ti annoia solo l'idea di perderci tempo.

  
Charles Dickens, A Christmas Carol.
Prima pagina, Prima edizione del 1843
Sto parlando di A Christmas Carol, di Charles Dickens, naturalmente, il racconto di Natale più conosciuto al mondo dopo la storia della nascita i Gesù.


Siccome volevo aver qualcosa di cui parlare che c'entrasse col Natale, l'ho preso tra le mani, quasi senza aspettative, e ho iniziato a scorrerlo con sospetto. Proprio così, con sospetto, perché già dai primi paragrafi mi è venuto il dubbio che Dickens non giocasse proprio onestamente. Una voce narrante molto vivida, quasi fosse lei stessa un personaggio, si ritrova a raccontare con una vena quasi comica (tipica ironia dal tono inglese, oserei dire) una storia un po' natalizia e un po' qualcos'altro e ti rassicura fin da subito che parlerà di fantasmi, iniziando col dire: "Guarda che Mr Marley era morto, morto davvero, non ci sono dubbi!". Non è certo questo il modo di introdurre una storia di Natale, no? E tanto meno una di fantasmi.

Eppure, il carol di Dickens questo é: fantasmi con alcune scene davvero inquietanti (il primo apparire del socio morto mi ha fatto sobbalzare, lo ammetto, come anche il vagare di Scrooge per le scale desolate della sua dimora) e altre quasi esilaranti; d'altro lato, scene di Natale calde e vivaci, dai sentimenti positivi e di gioia.
Ed in mezzo, a far da tramite a queste due realtà così bizzarramente accostate, la nostra buona e vecchia voce narrante, pronta a filtrare e dosare la giusta quantità di terrore, poesia e allegria, ma sempre con una certa discrezione. E allora uno esita persino a definirla storia di fantasmi, questa storia.

Il racconto in sé è molto piacevole, molto... natalizio. :D
Per goderne tutta la bellezza in famiglia, siamo andati anche a scovare la versione cinematografica del 2009, opera di animazione splendidamente fedele all'originale. Io vi consiglierei di guardarla perché il regista è riuscito a rendere visivamente tutti gli effetti speciali che Dickens voleva produrre.
Senza contare che nella versione originale Jim Carrey impersona Scrooge e Colin Firth il nipote. Un bell'incentivo, a mio parere.