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giovedì 8 maggio 2014

Poe e Dumas: detective per caso



A volte capita di incontrare delle persone, magari anche note, di cui si conosce tutta la storia personale, o almeno si crede di conoscerla. Fino a quando non saltano fuori dei buchi che sfuggono al racconto della storia ufficiale.
Per quanto si cerchi tra documenti e testimonianze, la ricostruzione in quei casi rimane semplicemente una credibile verità tra le varie possibilità.

Ecco, nella vita di Edgar Allan Poe compare una parentesi di qualche anno, uno di questi insoliti misteri insoluti, su cui nulla si sa e molto si fantastica.

Trovato su Pinterest
Tra il 1827 e il 1832 Edgar Allan Poe scompare. Le ipotesi sono vaghe, con poche prove a sostegno. Qualcuno lo vede partito per l'Europa, e più esattamente in Russia, viste le sue “lettere spedite da San Pietroburgo”; altri lo vogliono in Grecia a combattere per la liberazione dai turchi. 
Sta di fatto che potrebbe anche aver soggiornato a Parigi, in quel periodo. E potrebbe anche aver incontrato il nostro Dumas Padre. 

Detto tra parentesi, è affascinante il modo in cui i protagonisti di questo blog continuino ad incontrarsi nelle situazioni più strampalate, vero? Pensate a Byron che finisce nel romanzo steampunk di Tim Powers The Anubis Gates, ad esempio. E Poe che finisce per essere ospitato da Dumas, 1832, anno più, anno meno.

No, non sto inventando, anche se non ci metterei la mano sul fuoco nel sostenere l'esattezza di una simile ipotesi.
Diciamo che ci sono un paio di prove indiziarie che farebbero pensare ad una frequentazione dei due.

Ok, facciamo un po' d'ordine.

Qualche tempo fa è stato ritrovato e ristampato un racconto di Dumas, comparso tra il dicembre del 1860 e il gennaio del 1861 su uno dei giornali che lo scrittore dirigeva, L'Indipendente. Il racconto si chiama L'assassinio di rue Saint-Roch. Apparentemente nulla di strano, se non fosse che il racconto ricalca quasi fedelmente la storia de I delitti della rue Morgue di Poe.
“L’assassinio di rue Saint-Roch”,
 Alexandre Dumas.

Un plagio?
Forse, conoscendo Dumas. O forse no. Dumas stesso ci informa nelle prime pagine del racconto che un certo Edgar Poe era stato suo ospite a Parigi nel 1832. Per una serie di amicizie comuni e appartenenze a società massoniche dallo scopo sovversivo, i due si ritrovarono in contatto e Dumas ospitò il giovane Poe in un paio di camere nella sua casa parigina in Rue de l’Ouest. Proprio in quel periodo, sfogliando le pagine della Gazzette des Tribunaux, i due capitarono su un articolo riguardante l'omicidio efferato di due donne e, affascinati dall'apparente insolubilità del caso, si dilettarono a risolverlo.

Affascinante, davvero affascinante ipotesi.

Anche perchè questa sua presenza a Parigi, e per di più seduto alla stessa scrivania di Dumas, potrebbe avvalorare ipotesi strampalate quali:
  • Possibile che Poe abbia davvero tratto ispirazione per il suo Ritratto Ovale dalla Monna Lisa e dal suo sguardo enigmatico (accennavo un vago pensiero qui)? Trovandosi a Parigi, vuoi che non abbia fatto una capatina al Louvre e ammirato la dama dal sorriso suadente?
  • Che abbia davvero dato un'occhiata alle care memorie di Peuchet da cui Dumas ha ripreso la storia del Conte di Montecristo, per poi fantasticare sul murare vivi amici e nemici come accade nel Barile di Ammontillado? (Anche questa ipotesi fantascientifica mi era balenata nel cervello tempo fa, qui).

Chi lo sa?

In ogni caso, per saperne di più sulla relazione tra Dumas e Poe e delle loro storie, leggetevi l'articolo di Luca Crovi Quando Dumas incontrò Poe.

Per il resto, leggetevi anche l'incontro dei due protagonisti ne I delitti della rue Morgue (ve lo dicevo, nello scorso post, di fare attenzione a quei pochi paragrafi che seguono l'introduzione, vero? Non ci vedete il bonario Dumas dall'ego irrefrenabile che parla dei suoi natali in disgrazia?), aggiungetevi un po' di fantasia e tutto funzionerà a dovere.
Io, da parte mia, ho già trovato la risposta al mistero. ; )



venerdì 3 gennaio 2014

Le palle da tennis delle stelle



Ormai sono mesi che ho finito Montecristo, eppure non riesco ancora a staccarmene del tutto. Che volete, mi ci sono affezionata al buon Edmond Dantès, tanto che lo inseguo anche nelle immagini riflesse che di tanto in tanto autori più o meno noti si divertono ad evocare.

Uno di questi riflessi è Ned Maddstone (anagramma di Edmond Dantès), protagonista de The stars' tennis balls di Stephen Fry (in Usa: Revenge), pubblicato nel 2000.

Forse, prima di continuare col romanzo, sarebbe meglio presentare il suo scrittore. In Inghilterra è straconosciuto, ma anche in giro per il mondo direi. Io lo ricordo particolarmente in Wilde (1997) nel ruolo di Oscar Wilde stesso (vi ricordate? Vi compare  anche un giovane Jude Law) o in quello del presentatore in V per Vendetta (2005), e ultimamente anche per la voce che presta al narratore di Pocoyo.




Bella, magnetica, dalla pronuncia pura e suadente: io mi incanto più delle mie bambine davanti al cartone, solo per ascoltare il suo perfetto inglese. Non a caso ha anche prestato la voce alla narrazione degli audiobooks di titoli famosi come quelli di Harry Potter. Ma prima di tutto Stephen Fry è un comico.

Tra le varie altre cose, Stephen Fry ha scritto qualche libro. Per lo più il suo stile è, appunto, comico, ma The stars' tennis balls è un'altra cosa: piccolo omaggio al più celebre Conte di Montecristo, è un riadattamento del romanzo di Dumas ai giorni nostri. Certo, in esso non manca il suo umorismo prettamente inglese. Tanto per citarne una: i nomi dei personaggi sono per lo più anagrammi dei veri. Edmond Dantès diventa Ned Maddstone, Danglar
Stephen Fry
diventa Barson-Garland, e Mercedes... beh, lei è la vena comica che non riesce a starsene buona e che guizza tra le righe. Ed infatti diventa Portia, diminutivo (usato solo due volte, tanto per strizzare l'occhiolino al lettore e ridacchiare sotto i baffi dell'arguzia) diventa Porsch.
Mercedes - Porsch.
E scusate se lo sottolineo.

Ma a parte questi giochini su cui io gongolo come una bambina, devo ammettere che Fry mi ha stupita. Non credevo, prima di tutto, che fosse così piacevole. Forse anche la natura del suo esperimento, ricreare un Montecristo moderno, mi ha intrigata non poco.

Alcune diversità sostanziali ci sono, naturalmente. Ad esempio, il gusto moderno si impone e così c'è un po' più violenza bruta anche raccapricciante se vogliamo, un po' meno arzigogolii nella trama e i personaggi vengono ridotti di numero. Ma anche i caratteri dei personaggi vengono modificati. Soprattutto Ned Maddstone...

Già, Ned si trova nella posizione di Edmond, ma non è Edmond. È giovane come Edmond, ma lo è negli anni '80 del XX secolo, un adolescente ingenuotto che si ritrova in un turbinio di eventi imprevedibili. Vuoi mettere un 18enne dell'800 e uno del tardo 900? Uno è un uomo, l'altro un bambino. E questo macchia naturalmente anche l'evoluzione del carattere di personaggi simili posti in situazioni uguali o quasi.
Mentre Dantès, negli anni della reclusione, coltiva la vendetta e diventa un freddo strumento di riequilibrio delle sfighe distribuite dai suoi simili, Ned coltiva vendetta, certo, ma anche un filino di pazzia e non dimostra mai, o solo superficialmente, un desiderio di giustizia superiore, perché il suo è più un bisogno di riprendersi ciò che sarebbe dovuto spettargli.

Non vorrei dire troppo, ho paura di rovinare a qualcuno una lettura piacevole. Aggiungo solo che per certi versi Ned ricorda più il Picaud di Peuchet che non il Dantès di Dumas.

Il romanzo forse potrebbe essere giudicato squilibrato rispetto al vero Conte di Montecristo. Si vede che Fry è rimasto particolarmente affascinato dall'evoluzione di una psicologia giovane fatta a pezzi da una prigionia ingiusta. Evoluzione davvero ben tracciata. La parte dedicata alla vendetta vera e propria viene trattata, invece, senza troppi ghirigori, ma non per questo la caratterizzazione degli altri personaggi risulta meno accurata.

L'ultima cosa, proprio l'ultima.

Mentre leggevo, non potevo far a meno di dare un volto a questo Ned Maddstone e, a giudicare da alcuni dettagli sparsi, mi sono divertita a pensare che anche Stephen Fry se lo immaginasse come me lo immagino io: come il suo collega di vecchia data Hugh Laurie. Ma di lui e della loro collaborazione parleremo nel prossimo post, se vi va. Per ora vi ho tediato abbastanza.

mercoledì 23 ottobre 2013

Montecristo e la collaboration



E con infinito ritardo, di cui mi scuso immensamente, mi accingo a concludere questo capitolo delle mie letture-scoperte sulla malandrina collaboration (detto con un tono aulico, ma non troppo :D).
I due carcerieri gettano Edmond in mare
A questo punto uno si potrebbe chiedere (e a diritto) quanto abbia inciso il lavoro di Maquet in un'opera tra le tante... mettiamo... nel Conte di Montecristo, ad esempio. Tanto più che il carattere che dona a opere come I Tre moschettieri o la Reine Margot quella allegria goliardica che li colora, raramente si posa sui protagonisti e i dialoghi del Conte di Montecristo.

Già all'epoca della pubblicazione si sospettava che la storia non fosse tutta frutto dell'immaginazione di Dumas. La attribuivano ad un certo italiano Fiorentino che probabilmente lo scrittore aveva incontrato durante uno dei suoi viaggi in Italia. Tanto era il rumore intorno a questo pettegolezzo che Dumas stesso sente il bisogno di spiegare le circostanze della nascita di Montecristo. Circostanze che ritroviamo nelle Causeries apparse in volume nel 1860, ma già pubblicate altrove. Qui, in breve, Alexandre Dumas racconta le varie circostanze che gli hanno stuzzicato la fantasia. Tra queste non manca una visita all'isola d'Elba e a Montecristo con il giovane figlio del re di Vestfalia Girolamo Bonaparte e le Mémoires di Peuchet. Allo stesso modo nega la partecipazione di questo signor Fiorentino alla stesura del Conte, pur non estromettendo il lavoro di Maquet.

Mercedes e Montecristo

Maquet, a sentire Dumas, aveva partecipato solamente dandogli un buon consiglio. L'opera primitiva contava solo il capitolo Romano e quello Parigino, lasciando fuori tutta la giovinezza e la prigionia di Edmond Dantès. Maquet, a cui Dumas aveva chiesto un parere, gli aveva fatto notare che sarebbe stato un peccato lasciar fuori la parte più interessante. Così l'autore si era facilmente convinto e aveva introdotto tutta la vicenda di Marsiglia.

Secondo la campana di Maquet, il suo stesso contributo era stato un pochino più sostanzioso di quello raccontato da Dumas, tanto che nella sua lista delle opere compiute, scrive:

Monte-Cristo avec Dumas, les quatre premiers volumes à Marseille, le reste à Paris.*
(Montecristo con Dumas, i primi quattro volumi a Marsiglia, il resto a Parigi.)

M. Morrel, Valentina e Jacopo
guardano il conte sparire all'orizzonte



Allo stesso tempo, sempre nei suoi appunti, si ritrova una lettera al suo amico Paul Lacroix in cui afferma che, poiché il Signor Fiorentino ha ceduto a Dumas delle storie di Roma, potrebbe pur essere chiamato collaboratore, ma che al piano dell'opera come anche all'esecuzione dei capitoli hanno lavorato solo lui (Maquet) e Dumas. In ogni caso, riconosce di non aver avuto parte alla stesura della parte centrale, quella romana, parte che secondo lui non ci azzeccava molto col resto, sebbene avesse potuto avere un suo valore se pubblicata a parte. E a questo punto, Maquet si chiede se la storia di Vampa sia del Signor Fiorentino e si risponde con un
Peut-être.
Il Conte di Montecristo: opera a sei mani?
Io preferisco pensarlo come l'opera che più di tutte ha avuto Dumas come padre, anche se conoscendo ormai il suo modo di lavorare, non dubito che la storia del brigante Vampa derivi da altra fonte.

Segnalo, infine, che le immagini sono state riprese da
 http://www.cadytech.com/dumas/galerie.php


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* Histoire d'une collaboration,
Gustave Simon, 1919.

domenica 13 ottobre 2013

Tra catacombe e Amontillado


Ecco un'altra storia che vorrei raccontare, trovata ancora nelle Mémoires di Peuchet, e poi giuro che smetto di tormentarvi con le sue storie gotiche. 
Questa volta si tratta della storia di un poliziotto, ligio - fin troppo - al suo dovere.




Napoleone Bonaparte
Antefatto: siamo nel 1821 e voci circolano che Napoleone sia riuscito a fuggire da Sant'Elena e solchi i mari a tutta birra verso Parigi. La notizia destava preoccupazione, visto che non era la prima volta che Napoleone faceva uno scherzetto del genere. Lo aveva fatto già nel 1815, anche se a quei tempi era tornato dall'isola d'Elba e, si sa, l'isola d'Elba è dietro l'angolo rispetto a Sant'Elena. In ogni caso, gli avvistamenti di Napoleone su suolo francese crebbero a dismisura. La polizia di Parigi, allora, drizzò le orecchie, spalancò gli occhi e tutti si diedero un bel da fare per sventare complotti, veri o presunti che fossero. 

In questo clima di solerte circospezione, un agente di polizia di stanza nel quartiere Sainte Geneviève viene insospettito da una casa. Eggià, gli sembrava strana quella casa con le persiane sempre chiuse, ma senza scritte di messa in vendita o affitto. Tanto più che ci vedeva entrare di soppiatto dei loschi figuri, sempre in coppia, sempre guardinghi. Per non parlare del fatto che, una volta entrati, non ne uscivano più. 

Il buon agente decide di mettersi di guardia all'abitazione. Aspetta paziente per lunghe ore e nota infine che il traffico sospetto aumenta intorno al calar del sole. Preso dal senso del dovere, si fa coraggio e affianca un paio di questi individui sospetti. I due lo scambiano per uno di loro e lo invitano ad entrare per cenare insieme. E lui non se lo fa ripetere due volte.

Entrati, un corridoio lugubre li attende con un'unica candela affissa al muro a rischiarare il passaggio. In fondo ad esso, uno dei due chiede: "Saliamo o scendiamo?". L'altro, senza esitare, suggerisce di scendere, perché la compagnia è migliore. 

E cosa trovano al piano di sotto? Ma certo! Una caverna piena zeppa di briganti, ladri, greci, ebrei e chi più ne ha più ne metta. E tutta questa folla di sospetta morale si raccoglieva intorno a delle pietre che fungevano da tavoli e mangiavano il pasto servito da una ostessa rivoltante.

A questo punto, l'agente inizia ad avere un pochino di paura: e se qualcuno lo riconoscesse? Magari tra questi malfattori c'è anche qualcuno che lui stesso ha arrestato. Ma no, sembrano tutti estremamente impegnati nelle loro cose, nessuno fa caso a lui. 

L'arguto agente si accomoda e, tra un boccone e l'altro, studia la situazione fino a quando giunge il momento di pagare, si avvicina alla vecchia ostessa e chiede il conto. Lei, vedendolo strano, gli chiede se è nuovo del mestiere e, tra una chiacchiera e l'altra, nel tentativo di decidere in quale ramo vuole specializzarsi, spedisce il giovane ai piani alti, laddove ci sono i mascalzoni che si interessano alla politica.

Convegno di cospiratori, T. Géricault
Ai piani alti, il poliziotto li trova davvero! Eccoli lì i cospiratori che non perdono tempo in chiacchiere e subito lo ingaggiano a suon di denaro e parole segrete. Ma tra discorsi e segni di riconoscimento, la notte si fa alta e il nostro eroe si rende conto di sfidare un po' troppo la fortuna. Così saluta e torna indietro per regolare ancora una volta i conti con l'ostessa. Eggià, anche i cospiratori mangiano e, probabilmente, bevono. 

L'ostessa lo accoglie con garbo e, siccome "niente torna qui sui suoi passi. Una volta partiti bisogna sempre andare avanti", invece di farlo uscire per la porta da cui è entrato, lo conduce tra passaggi, scale e cunicoli, tutti sapientemente celati da una benda sugli occhi del poliziotto. Quale timorosa sorpresa lo attende quando si ritrova davanti casa sua, con al suo fianco i due tizi che gli avevano fatto da scorta. 

Per fortuna i due non sembrano desiderosi di salire fin dentro casa. Lì avrebbero scoperto la convivente del poliziotto e sicuramente quella santa donna, orgogliosa come era del suo amante, lo avrebbe involontariamente tradito. Ma tutto è bene quel che finisce bene. O quasi. 

Il poliziotto passa tutta la notte a redigere il suo rapporto e la mattina seguente lo consegna immediatamente. Ed immediatamente, dopo solo un'ora, tutto viene arrangiato: cambio di abitazione per la convivente, sistemazione dell'appartamento a fine cospirativa e ordine di attendere 3-4 giorni prima di intraprendere ulteriori passi. 

Passato il tempo stabilito, il poliziotto si ripresenta al portone, entra, ma non ne uscirà mai più.

La polizia lo cerca, ma nulla. Allora forza la porta della casa sospetta, ma anche lì, oltre al corridoio non si va. Il passaggio per salire o scendere sembra scomparso. E così, impossibilitata a fare altro contro una casa senza proprietario, la brava polizia rimane un po' stordita, chiedendosi dove potesse essere finito il buon poliziotto. 

Dopo una ventina di giorni, l'arcano si disvela: il prefetto riceve un processo verbale in cui viene rivelata la fine del ligio poliziotto.

Sfortunatamente, qualcuno lo aveva davvero riconosciuto. Una volta tornato nel covo, i briganti lo avevano preso, ammanettato e trascinato in lungo e in largo per le catacombe di Parigi fino ad arrivare in una sala dei giudizi. Qui, giudici e spettatori incappucciati istruirono un processo formale e, trovatolo colpevole senza difficoltà, lo condannarono al supplizio dell'emmurement: in poche parole lo murarono vivo, lasciandolo morire di fame, sete e terrore in uno degli innumerevoli cunicoli nel sottosuolo parigino.

Storia di catacombe e di ladri, che echeggia in parte nelle pagine del Montecristo. Ma anche in altre pagine d'oltre oceano: catacombe, murati vivi... che anche Edgar Allan Poe si sia ritrovato una copia delle Mémoires di Peuchet tra le mani?

 



venerdì 11 ottobre 2013

Il piedino in giardino


Come accennavo nel post precedente, Peuchet raramente si attiene al solo riportare i documenti in suo possesso. In una di queste rare volte, la storia che ne esce fuori è così raccapricciante da giustificare in parte questa sorta di distacco che l'autore prende dalla storia.

Ok, diciamo pure che non ha voluto metterci del suo perché i protagonisti non solo erano di alto rango, ma erano ancora in vita all'epoca in cui scriveva. Meglio non compromettersi troppo. Allora il buon archivista cancella dai documenti i nomi, alludendo alla famiglia di un generico Marchese de C. in rue D. e riporta testualmente tre documenti:

1) La denuncia
- Nella casa del Marchese de C., in rue D., sono le 9 del mattino e i domestici riuniti nella loro camera comune vedono arrivare uno dei cagnolini con una massa informe e sanguinolenta tra i denti. Con orrore si accorgono trattarsi di un piedino di neonato. Cercando nel giardino, poi, ritrovano il resto del corpicino smembrato e gettato nel cumulo del terriccio per la serra.
- Dopo quattro giorni, un altro triste fatto tocca la famiglia: il nipote del giardiniere, cresciuto nella proprietà e trattato come uno di famiglia, nel tentativo di raddrizzare la freccia del parafulmine in cima al tetto, cade di sotto nonostante i tentativi di salvarlo dei due cugini della casa saliti sul tetto per aiutarlo. Il ragazzo muore.
- La domenica seguente, dopo la Messa, la seconda figlia del Marchese chiede di far visita alla superiora del convento e da lì non vuole più uscire.
- Ultimo fatto: lo stesso giorno, la cameriera personale della figlia del Marchese, a cui era stata data una ricca dote, si fidanza con il fratello del defunto e tutti e tre, insieme al vecchio giardiniere-nonno, partono per il paese natale del novello sposo a tempo indeterminato. 
In verità, la nota non denuncia, ma esorta ad indagare su delle coincidenze che in effetti puzzano un po'.

2) L'inchiesta:

Non si procederà ad ulteriori indagini perché:

- Il cadavere del neonato non è stato rinvenuto nel giardino. Il resto del corpicino proveniva dal cadavere di un neonato nato morto che un medico del vicinato aveva disseccato e la cui profanazione sacrilega fu causata unicamente dalla stupidità della sua domestica.
Villefort scava in giardino.
- Il ragazzo caduto dal tetto è stato vittima della sua imprudenza; anzi, ha messo a rischio non solo la sua vita, ma anche quella dei due bravi ragazzi che hanno tentato di trattenerlo (ben gli sta! - Ndr).
- La figlia del Marchese, colpita dall'incidente del giovane e ragionando sui massimi sistemi della vita, affrettò semplicemente una risoluzione che aveva già intenzione di adottare: quella di entrare in convento.
- La figlia del Marchese, prima di abbandonare la vita mondana, ha pensato alla sua domestica personale e al fratello del povero ragazzo defunto, lasciando loro una bella dote.
E tutti vissero felici e contenti.
3) Il rapporto:

(Testimonianza presa dal tappezziere della famiglia, parente del ragazzo morto)
- Il bambino a cui apparteneva il piedino era nato dalla relazione del nipote del giardiniere con la figlia del marchese, donna di natura isterica e già accusata in precedenza di aver avuto un intrigo con un seminarista precettore dei suoi fratelli e cugini.
Indovinate come si vedevano? Non solo le infinite passeggiate nel giardino della dama e le lunghe ore che dedicava al giardinaggio, sua passione nascente, alimentarono la nascente passione, ma anche la scala di servizio che dal giardino saliva direttamente alla mansarda dove il giovane dormiva (ricorda un pochino la scala di servizio di cui si serviva Villefort per far visita alla futura Mme Danglar nella villa di Auteil).
Quindi, la figlia del marchese, rimasta incinta e con la complicità della sua domestica, al settimo mese aveva provocato un aborto. Il corpicino, era stato estratto in parti (perdonate l'esposizione nuda e cruda del fatto) e gettato tra il terriccio della serra in modo provvisorio. Il cane impertinente ha fatto il resto.
- Scoperto il misfatto, i parenti della giovane donna, tra cui un cugino perdutamente innamorato della perfida donna,  si sbarazzano del giovane e lo gettano dal terrazzo più alto/tetto/o quello che era.
- La peccatrice viene costretta al convento.
- La famiglia del povero assassinato chiede conto al marchese del sangue del parente morto e riceve la domestica testimone di tutto il brutto affare accompagnata da una bella dote e da una fattoria situata il più lontano possibile da lì.
Beh, a dir la verità, Peuchet non si sbilancia, ma non sembra nemmeno troppo vacillare nel dubbio, soprattutto quando sussurra che il tappezziere non aveva invidie per cui diffamare la famiglia del marchese.

Ed ecco come poi chiude il suo resoconto:
Quanto a me, poiché non voglio aumentare lo scandalo, ho preso tali precauzioni per cui, pur denunciando le linee generali della storia, non ho fatto altro che tutt'al più preparare un canovaccio da dramma per i nostri moderni Lachaussée.*
 E con questa ripresa quasi pirandelliana, vi saluto anche per oggi.

* Pierre-Claude Nivelle de La Chaussée: drammaturgo francese del 1700 creatore del genere della comédie larmoyante, una sorta di drammone che si conclude positivamente tra lacrime e riconciliazioni.

martedì 8 ottobre 2013

Lo stile delle Memoires di Peuchet


Pensavate che il capitolo sulle Mémoires di Peuchet fosse finito, vero?

E invece no. Ci sono ancora molte cose da dire e da cui partire per arrivare chissà dove.

La prima idea che mi è venuta in mente da subito, leggendo le Mémoires è stata: "Ecco, nel secolo scorso (che in verità sarebbe l'Ottocento, ma che per una sorta di abitudine nostalgicheggiante continuo a chiamare secolo scorso) avevano tutto un altro stile, questi documentaristi."

In effetti, il lavoro di Peuchet ha poco dello stile distaccato proprio degli archivi storici o cronachistici.
È facile immaginarselo al lavoro: seduto alla sua scrivania, con mille atti, rapporti, documenti di varia origine, a scartabellare e ricontrollare. Poi prende carta e penna e inizia a raccontare la storia suggerita da tanti piccoli frammenti, infilandoci cenni storici di breve natura quando necessario, dialoghi veri o presunti che comunque devono essere stati pronunciati in quel modo, anche se nessuno può testimoniarlo, stralci di lettere e altri frammenti ancora, dando al tutto un ordine cronologico più congruo quando serve e persino intagliando il carattere dei personaggi, fino a farne dei modelli umani esemplari. Così escono fuori il vendicativo (Allut-Caderousse fin dal primo momento avverte i suoi amici di non scherzare con Picaud-Dantès, perché è un uomo vendicativo che te la fa pagare), l'invidioso per antonomasia (Loupian, il ladro di fidanzate e doti), l'avido (Allut-Caderousse), ma anche i vari Ministri della polizia succedutisi negli anni, tagliati e giudicati a seconda delle loro mire e della loro cupidigia o del partito contrario o meno preso.
A ben guardare, si potrebbe dire che l'archivista stesso si rivela a tratti uno scrittore di romanzi mancato.

Risultò quindi seducente per Dumas lasciarsi trasportare dalle storie raccontante nelle Mémoires e trovarvi un filo che legasse i tanti frammenti  forniti su un piatto d'argento. Sì, perché la storia di Picaud non è la sola che viene dalle Mémoires e da cui Dumas ha preso spunto per il suo Montecristo.

Vi è anche la storia che riguarda un assassinio compiuto in famiglia per mezzo del veleno. Per ora non posso darvi ulteriori informazioni in proposito perché non sono riuscita a trovare l'episodio nei volumi V e VI delle Mémoires, gli unici due che ho letto. So che esiste una versione tradotta in inglese, disponibile in formato elettronico e dal costo esiguo.Il titolo è A family crime di Jacque Peuchet e tradotto da James Bair. Dello stesso traduttore c'è anche The diamond and the vengeance.
Ma se masticate anche un po' di francese qui potrete trovare la versione scaricabile delle Mémoires volumi  V e VI e qui i volumi III e IV.

Ci sono anche altri piccoli dettagli presi qua e là in altri resoconti. Ci sono, ad esempio, briganti e catacombe, un banchiere/armatore che, non potendo saldare nell'immediato un debito perché in attesa di un carico su una sua nave che non arriva, medita un suicidio e poi viene salvato in extremis da un brigante benefattore, e c'è la storia del corpicino di un neonato ritrovato nel giardino.

Ma questa storia la lascio per la prossima volta. Per oggi vi saluto qui.



venerdì 27 settembre 2013

Il diamante e la vendetta




Ogni promessa è un debito. Ed ecco qui la storia completa di François Picaud.

Prima di iniziare, però, vi avverto. La storia che state per leggere è leggermente diversa da quella che trovate su Wikipedia alla voce Picaud. Da parte mia posso solo dire che ho l'originale sott'occhio e che riassumo direttamente dalla storia riportata nel quinto volume delle Mémoires tirés des archives de la police de Paris.
 
Il Forte di Fenestrelle oggi.

La storia, come si è capito, riguarda un certo François Picaud, originario di Nimes, ma stabilitosi a Parigi come ciabattino. Anche lui si doveva sposare con una ragazza amata (e benestante!) e anche lui si ritrova ad invitare a nozze i suoi tre amici. Anche lui viene tradito da questi amici, viene denunciato e siccome le congiunzioni astrali facevano in modo che sembrasse quello che non era (un cospiratore al soldo degli inglesi), viene portato al Forte di Finestrelle e rinchiuso di gran carriera. Qui, egli assiste con dedizione un ricco ecclesiastico milanese e questi, in letto di morte, lo proclama suo erede non solo spirituale, ma anche legale, visto che i suoi parenti non si erano dati affatto il minimo disturbo per liberarlo. Mentre il Conte di Dumas possiede una fortuna illimitata (Dumas dice addirittura 100 milioni!), Picaud ne ha una un poco più limitata, ma non sta male nemmeno lui con i suoi 7 milioni. In più, il suo ecclesiastico gli ha insegnato come far fruttare il gruzzolo e Picaud non resta di certo con le mani in mano.

Quando viene infine liberato per un cambio di poteri (imprigionato nel 1807 sotto Napoleone, verrà liberato nel 1814, con la restaurazine di Luigi XVIII), la prima cosa che fa dopo essersi appropriato del gruzzolo è di tornare a casa sotto mentite spoglie e far di tutto per capire: come era stato possibile imprigionarlo senza motivo?

Il forte di Fenestrelle. Incisione del 1845
Come Edmond Dantès, anche Picaud rintraccia uno dei suoi amici, un certo Vallut, e travestitosi da abate arriva fino a Nimes per raccontargli di Picaud e del suo lascito che consiste in un bellissimo diamante. Come l’abate Busoni del Conte, anche questo abate, chiamato Baldini, riesce a tirar fuori la storia del "complotto" dei suoi amici. Vallut denuncia con qualche esitazione i suoi ex-compagni e per ricompensa incassa il premio, vende la pietra preziosa e uccide per cupidigia il gioielliere. Inutile dire che finisce dritto dritto in prigione. 


Picaud, intanto, torna a Parigi sotto mentite spoglie. Aveva già appreso che il principale traditore, un certo Loupian, aveva sposato dopo due anni di cordoglio la sua promessa (Mercedes ne aveva aspettati uno e mezzo) e che con la sua dote aveva aperto un bel caffé, uno dei più eleganti di Parigi.

A questo punto, una dama si presenta al caffé di Loupian e raccomanda al proprietario un uomo non più giovane, che ha passato tanti guai a causa della restaurazione, ma che vorrebbe essere assunto come limonadier (ragazzo di sala). Perché Loupian accetti, gli viene persino rimesso un compenso mensile di cento franchi all’insaputa del “ragazzo”. Come non accettare?

E da qui iniziano i guai seri. Uno dei tre amici viene ritrovato morto pugnalato sul ponte delle Arti, il pugnale ancora in corpo e sul manico una scritta enigmatica: Numero uno.
La mala sorte non disdegna neanche il cane di Loupian e il pappagallino della sua signora, morti per avvelenamento, stessa sorte che tocca all’altro amico rimasto dei tre. E anche qui, viene ritrovato uno strano biglietto con su scritto: Numero 2.

Ma i guai di Loupian non finiscono mai. Il suo caffé brucia, suo figlio maggiore, avuto da una relazione precedente, viene arrestato per furto e condannato a 20 anni di prigione (indovinate chi ci ha messo lo zampino?) e la figlia, promessa in nozze ad un rispettabile signore che tanto rispettabile non era visto che ne aveva già approfittato, viene abbandonata la sera delle nozze per poi scoprire che il gentiluomo era in verità un evaso. Sebbene i figli non fossero suoi, la moglie di Loupian muore di dolore e Loupian rimane povero, con l’unica consolazione della figlia e del limonadier che non li aveva mai abbandonati nella sventura. Anzi, adesso che la disfatta è completa e i due non hanno più un franco, è proprio lui, il lemonadier che si propone come sostentatore di padre e figlia, a patto però che la figlia gli offra i suoi favori.

Infine, Loupian, abbattuto da tutte queste disgrazie, vaga intontito, quasi pazzo, per le strade di una Parigi deserta e qui, non pago, il vendicatore si accanisce sul suo carnefice e lo uccide con un colpo di pugnale.

Ristorante all'aperto a Parigi. Godefroy-Durand, 1858.
Ma non finisce qui!

Proprio nel momento in cui Picaud uccide Loupian, una figura misteriosa lo incappuccia e lo trascina via in una caverna segreta. Qui, con lo stesso metodo con cui i banditi romani volevano spillare a Danglar il suo ultimo milione, il carceriere cerca di appropriarsi del patrimonio di Picaud. E chi è questo carceriere misterioso ? Vi ricordate Allut, alias Caderousse ? Già, proprio lui! Fuggito dal carcere e venuto a sapere tutta la storia di Picaud (non rivelerà mai come), era tornato per impedirgli di portare a termine i suoi piani, ma raggiuntolo troppo tardi, non poteva far altro se non rubargli la ricchezza. Ma Picaud non è Danglar, non cede alla fame e Allut, in un gesto di rabbia, lo uccide e lo lascia là, nella grotta misteriosa.
  
Solo in punto di morte Allut narrerà tutta la storia al suo confessore che per correttezza manda una relazione alla Polizia Parigina.

Altro che romanzo! 

 

mercoledì 25 settembre 2013

Alle origini


È difficile trovare un inizio convincente, uno di quelli che invogliano a restare incollati alla pagina e leggere fino in fondo.
Cosa si può dire ancora sul Conte di Montecristo?

Sorvoliamo sulla trama. Tutti sanno che si parla di tesori, vendette e resurrezioni. 
Forse vale la pena di ricordare la data di pubblicazione, quello sì: 1844. 
Forse bisognerebbe anche aggiungere che il romanzo è stato più o meno liberamente tratto da una storia vera, capitata qualche anno prima. 

Vi ho sorpresi? 

Ebbene sì, un Edmond Dantès è realmente esistito.

Che Dumas trovasse ispirazione scavando in fatti e personaggi realmente accaduti e vissuti, anche se spesso talmente oscuri che a mala pena si ricordano, questo è un fatto risaputo. Ma mentre risulta semplice rintracciare le origini di romanzi come La regina Margot o de I tre moschettieri, quelle del Conte di Montecristo sono un pochino meno note, forse anche meno importanti, ma non per questo totalmente di fantasia. 

Ce le racconta un certo Jacques Peuchet (1758-1830), archivista della polizia di Parigi. Ecco, non immaginatevi il solito tipo in maniche di camicia, occhialetti tondi e penna sull'orecchio.  Peuchet non è il prototipo del modesto impiegato. Durante la sua carriera è stato avvocato, ha collaborato al Dictionnaire de Commerce e all' Encyclopédie méthodique, è stato collaboratore della rivista Moniteur universel, è persino stato direttore del ministero della polizia, ma le vicende alterne degli anni della rivoluzione prima e dell'impero poi lo hanno un po' eclissato, senza tuttavia levarlo di mezzo. Tanto che poi è diventato l'addetto agli archivi della prefettura della polizia. E tra scaffali e documenti, Peuchet raccoglie aneddoti, disegna caratteri di personaggi importanti, ma anche sconosciuti, di un'epoca che da Luigi XIV arriva agli anni della Restaurazione. Li riordina tutti in un'opera in sei volumi pubblicata postuma nel 1838: Mémoires tirés des archives de la police de Paris, pour servir à l'histoire de la morale et de la police, depuis Louis XIV jusqu'à nos jours.

Le Memoires di Peuchet acquisirono un enorme valore all'indomani del 1871, nel periodo della Comune, quando un incendio distrusse gli archivi della polizia di Parigi, mandando in fumo una considerevole parte di documentazione di cui solo grazie alle Memoires è rimasta traccia. Ma, diciamolo, le Memoires non sono preziose solo per lo storico. Non hanno minor valore per noi, lettori curiosi e ammaliati dal Conte, poiché molte sono le storie, gli spunti e i personaggi in questi scritti che stuzzicarono la vena artistica di Dumas ed entrano nel romanzo in parte ritrasformati, in parte fedelmente riprodotti.

La police est le gouffre où tout va s'engloutir… Elle tient registre de tout, vices, crimes, mauvaises actions, turpitude, héroïsme, bienfaisance, générosité, mystifications , espiègleries.
 
"La polizia è un abisso in cui tutto viene inghiottito -  afferma Peuchet, - Essa tiene registro di tutto, vizi, crimini, cattive azioni, turpitudini, eroismi, atti buoni, generosità, mistificazioni, spionaggi."

E tra tutti questi documenti che raccolgono le bassezze e le miserie umane si trovano anche una serie di note ufficiali, estratti, atti d’accusa che, ordinati ben bene, raccontano una storia vera o, come lo chiama Peuchet, un aneddoto contemporaneo che lui intitola Il diamante e la vendetta.

La storia ha per protagonista François Picaud, ciabattino a Parigi. Di lui Peuchet riferisce che era un bel giovane innamorato di una giovane di pari età, ma di condizione economica più agiata. I due stavano per sposarsi e Picaud, nel pieno del suo entusiasmo, comunica la lieta notizia ai suoi tre amici per poi invitarli alle nozze e salutarli così, ignaro dello scherzetto che i tre gli organizzeranno da lì a poco.

E come il nostro Picaud, anche io vi saluto per oggi. La prossima volta, prometto, avrete tutta la storia.