Lo sapevate che a Cambridge, gli studenti della famosa università omonima non si dedicano solo ad attività teatrali e comiche (vedi i Footlights di Fry, Laurie ed Emma Thompson degli esordi), ma anche al canottaggio?
E chi sono gli acerrimi nemici della squadra di canottaggio di Cambridge?
Ma naturalmente la squadra di canottaggio di Oxford, che ogni anno si ritrova a sfidare la sua acerrima nemica alla Boat Race più famosa d'Inghilterra, se non del mondo. Ho esagerato? Un pochino. Diciamo che è la più conosciuta dalla sottoscritta.
In ogni caso, gli equipaggi delle due squadre, composti da otto vogatori e un timoniere, si incontrano e scontrano sul Tamigi per percorrere un po' più di sei chilometri e mezzo. E questo accade regolarmente ogni anno fin dal 1856, anche se in verità la prima gara è stata disputata già nel 1829.
Anche se non ne capisco nulla di canottaggio, io adoro le tradizioni e così, se mai mi capiterà di rimettere piede su suolo inglese, penso proprio che potrei farci un pensierino e ritrovarmi sul Tamigi e sgolarmi come un'invasata. Per il Cambridge, naturalmente.
A proposito, lo sapete chi ha fatto parte dell'equipaggio di Cambridge negli ultimi anni '70?
Eggià, anche Hugh Laurie scrive un romanzo: The gun Seller, pubblicato nel 1996.
Devo essere onesta, l'ho letto per la prima volta un annetto fa e di tutto il romanzo ricordavo ben poco: un inizio sottosopra che mi ha intrigato, una battuta finale che mi ha fatto ridere (e già questo dimostra secondo me che il romanzo vale la pena di essere letto, anche se a tempo perso) e una prima persona piacevole da seguire.
Potevo scrivere un post con questi magri spunti? Certo che no! E allora me lo sono andata a rileggere con più attenzione.
Diciamolo, credo che la vena artistica di Hugh Laurie non trovi il suo apice nella sua produzione letteraria, che tra le altre cose si riduce a questo romanzo; tuttavia possiamo dire che ne riflette le caratteristiche. Il suo punto di forza è l'ironia, lo humor del personaggio narratore. Le battute, il modo in cui racconta il mondo e i fatti che gli accadono sono l'essenza del romanzo, non la trama che uno può facilmente dimenticare.
Copertina della prima edizione, 1996.
Io, solitamente, non apprezzo eccessivamente il racconto in prima persona. A meno che non sia un diario (genere che non mi entusiasma), la trovo abbastanza riduttiva, difficile da manipolare. Bisogna essere bravi per scrivere un thriller in prima persona. Laurie... ebbene, lui non è un genio letterario, questo è vero.
Lo dimostra il fatto che quelle rare volte che riporta monologhi di personaggi secondari ci mette quello humor che caratterizza totalmente la voce narrante, anche se stemperandolo. Badate bene, non dico che tutti i personaggi assomigliano alla voce narrante, ma solo che parlano a volte con lo stesso registro in sottofondo. E questo può facilmente venire considerato un difetto. Eppure, scegliendo una narrazione in prima persona, che riduce al minimo la necessità di creare più esseri parlanti, Laurie sembra consapevole di questa sua debolezza e la bypassa con intelligenza, al fine di poter sfruttare fino in fondo l'impatto del suo tono umoristico.
Vi riporto un esempio un po' lunghetto, ma che spiega il suo stile e, allo stesso tempo, il mio entusiasmo per l'inizio, quello di cui vi parlavo sopra.
Immaginate di dover rompere un braccio a qualcuno. Quello destro o sinistro, non importa. Il punto è che lo dovete rompere, perché se non lo rompete... beh, neanche questo importa molto. Ora, la mia domanda è questa: lo rompete velocemente - con un colpo secco, ops, spiacente, su, venga qui che la aiuto con quella stecca improvvisata - o la tirate per le lunghe per un buon otto minuti, incrementando di tanto in tanto la pressione nel più minuto dei modi fino a quando il dolore diventa rosa e verde e caldo e freddo e tutto insieme tremendamente insopportabile?
Ecco, esattamente. Certo. La cosa giusta da fare, l'unica cosa da fare, è farla finita il più velocemente possibile. Rompi il braccio, offri da bere, sii un buon cittadino. Non ci possono essere altre risposte.
A meno che.
A meno che a meno che a meno che.
E se invece odiaste la persona all'altro capo del braccio? Intendo dire, lo odiaste tanto, ma tanto.
Questa era una cosa che adesso dovevo considerare. Dico ora, intendendo dire allora, intendendo dire il momento che sto descrivendo; la frazione di momento, oh, così dannatamente frazionale, precendente il raggiungimento del mio polso alla mia nuca e alla rottura del mio omero in almeno due, molto presumibilmente più, pezzi flaccidamente uniti.
Il braccio di cui abbiamo discusso fino ad ora, vedete, è il mio.
Non è un astratto braccio filosofico. L'osso, la pelle, i peli, la piccola cicatrice sulla punta del gomito vinta sull'angolo del termosifone della scuola elementare Gateshill - appartengono tutti a me. E questo è il momento in cui devo considerare la possibilità che l'uomo in piedi alle mie spalle, che stringe il mio polso e lo guida su lungo la schiena con un grado quasi sensuale di accuratezza, mi odi. Intendo, mi odi davvero davvero. Ci sta mettendo una vita.
La traduzione imperfetta è la mia. L'originale suona bene, ve lo garantisco. Non basterebbe questo a invogliarvi a saperne di più? A me è bastato e mi ha regalato un paio di risate e qualche considerazione più o meno seria su svariate verità che l'autore ci infila dentro.
Mi scoccia fare la parte di quella che apprezza sempre le letture in cui si imbatte, ma anche questa volta mi sono divertita. E bravo Dr House!
Lo so, sono in ritardo. Perdonate, ma ci si è messo di mezzo un trasloco e siamo un po' sottosopra. : )
Ma non tergiversiamo, andiamo avanti con i comici.
Il romanzo The stars' tennis balls di Stephen Fry è dedicato ad un certo M' colleague. Eccolo qui, questo M' colleague:
Insieme hanno iniziato la loro carriera sui banchi dell'università nel Cambridge University Footlights Dramatic Club (e con loro c'era anche Emma Thompson), poi hanno lavorato insieme in TV nella commedia Fry and Laurie, sono stati autori e attori di A Bit of Fry & Laurie e sono stati Jeeves e Wooster in Jeeves and Wooster, una situation comedy che trae spunto dai personaggi del perfetto maggiordomo tuttofare e del nobilotto che fa il... nobilotto nullafacente.
Insomma, una lunga e proficua collaborazione di menti - comiche - ispirate. Ma non solo semplici comici, perché entrambi hanno avuto anche divagazioni di altro genere. Di Fry ho già detto quali siano stati i suoi trascorsi. Di Hugh Laurie, questo il nome nome dell'altro M' colleague, dirò che si dedica anche alla musica (l'ultimo album si intitola Didn't It Rain ed è uscito pochi mesi fa) e anche a ruoli in film e serie Tv un pochino più conosciuti e niente affatto comici.
Ormai sono mesi che ho finito Montecristo, eppure non riesco ancora a staccarmene del tutto. Che volete, mi ci sono affezionata al buon Edmond Dantès, tanto che lo inseguo anche nelle immagini riflesse che di tanto in tanto autori più o meno noti si divertono ad evocare.
Uno di questi riflessi è Ned Maddstone (anagramma di Edmond Dantès), protagonista de The stars' tennis balls di Stephen Fry (in Usa: Revenge), pubblicato nel 2000.
Forse, prima di continuare col romanzo, sarebbe meglio presentare il suo scrittore. In Inghilterra è straconosciuto, ma anche in giro per il mondo direi. Io lo ricordo particolarmente in Wilde (1997) nel ruolo di Oscar Wilde stesso (vi ricordate? Vi compare anche un giovane Jude Law) o in quello del presentatore in V per Vendetta (2005), e ultimamente anche per la voce che presta al narratore di Pocoyo.
Bella, magnetica, dalla pronuncia pura e suadente: io mi incanto più delle mie bambine davanti al cartone, solo per ascoltare il suo perfetto inglese. Non a caso ha anche prestato la voce alla narrazione degli audiobooks di titoli famosi come quelli di Harry Potter. Ma prima di tutto Stephen Fry è un comico.
Tra le varie altre cose, Stephen Fry ha scritto qualche libro. Per lo più il suo stile è, appunto, comico, ma The stars' tennis balls è un'altra cosa: piccolo omaggio al più celebre Conte di Montecristo, è un riadattamento del romanzo di Dumas ai giorni nostri. Certo, in esso non manca il suo umorismo prettamente inglese. Tanto per citarne una: i nomi dei personaggi sono per lo più anagrammi dei veri. Edmond Dantès diventa Ned Maddstone, Danglar
Stephen Fry
diventa Barson-Garland, e Mercedes... beh, lei è la vena comica che non riesce a starsene buona e che guizza tra le righe. Ed infatti diventa Portia, diminutivo (usato solo due volte, tanto per strizzare l'occhiolino al lettore e ridacchiare sotto i baffi dell'arguzia) diventa Porsch.
Mercedes - Porsch.
E scusate se lo sottolineo.
Ma a parte questi giochini su cui io gongolo come una bambina, devo ammettere che Fry mi ha stupita. Non credevo, prima di tutto, che fosse così piacevole. Forse anche la natura del suo esperimento, ricreare un Montecristo moderno, mi ha intrigata non poco.
Alcune diversità sostanziali ci sono, naturalmente. Ad esempio, il gusto moderno si impone e così c'è un po' più violenza bruta anche raccapricciante se vogliamo, un po' meno arzigogolii nella trama e i personaggi vengono ridotti di numero. Ma anche i caratteri dei personaggi vengono modificati. Soprattutto Ned Maddstone...
Già, Ned si trova nella posizione di Edmond, ma non è Edmond. È giovane come Edmond, ma lo è negli anni '80 del XX secolo, un adolescente ingenuotto che si ritrova in un turbinio di eventi imprevedibili. Vuoi mettere un 18enne dell'800 e uno del tardo 900? Uno è un uomo, l'altro un bambino. E questo macchia naturalmente anche l'evoluzione del carattere di personaggi simili posti in situazioni uguali o quasi.
Mentre Dantès, negli anni della reclusione, coltiva la vendetta e diventa un freddo strumento di riequilibrio delle sfighe distribuite dai suoi simili, Ned coltiva vendetta, certo, ma anche un filino di pazzia e non dimostra mai, o solo superficialmente, un desiderio di giustizia superiore, perché il suo è più un bisogno di riprendersi ciò che sarebbe dovuto spettargli.
Non vorrei dire troppo, ho paura di rovinare a qualcuno una lettura piacevole. Aggiungo solo che per certi versi Ned ricorda più il Picaud di Peuchet che non il Dantès di Dumas.
Il romanzo forse potrebbe essere giudicato squilibrato rispetto al vero Conte di Montecristo. Si vede che Fry è rimasto particolarmente affascinato dall'evoluzione di una psicologia giovane fatta a pezzi da una prigionia ingiusta. Evoluzione davvero ben tracciata. La parte dedicata alla vendetta vera e propria viene trattata, invece, senza troppi ghirigori, ma non per questo la caratterizzazione degli altri personaggi risulta meno accurata.
L'ultima cosa, proprio l'ultima.
Mentre leggevo, non potevo far a meno di dare un volto a questo Ned Maddstone e, a giudicare da alcuni dettagli sparsi, mi sono divertita a pensare che anche Stephen Fry se lo immaginasse come me lo immagino io: come il suo collega di vecchia data Hugh Laurie. Ma di lui e della loro collaborazione parleremo nel prossimo post, se vi va. Per ora vi ho tediato abbastanza.