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sabato 19 aprile 2014

Il conte nello spazio



Vi ricordate Stephen Fry e il suo The stars' tennis balls?
No no, perdonate. Avrei dovuto iniziare così:
Vi ricordate de Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas?
Beh, non farete certo fatica a ricordarlo, vista la mole di post che gli ho dedicato.

Il Conte, come abbiamo già ampiamente visto, ha ispirato una grande quantità di artisti: registi, cantanti, poeti e romanzieri vari. Tra quest'ultima categoria Stephen Fry non è stato l'unico a trovarvi la sua musa. Uno tra i vari è stato anche un certo Alfred Bester, a noi comuni lettori sconosciuto, ma molto importante tra gli adepti della Sci-fi. E qui si apre una prospettiva mirabolante, all'inseguimento nello spazio di uno dei surrogati del nostro Conte. Impossibile esimersi da questa avventura.

 Copertina della rivista Galaxy,
 presa da Wikipedia
Il titolo del romanzo di Alfred Bester è The stars my destination. Pubblicato inizialmente in quattro parti sulla rivista Galaxi Magazine nel 1956 (era prassi pubblicare fantascienza a puntate su riviste specializzate), la prima volta che è uscito in volume unico prese il titolo Tiger! Tiger! .

Su questo romanzo si potrebbe discutere per molto tempo: sugli influssi che ha ricevuto da Il Conte di Montecristo, sul posto che occupa all'interno dello sviluppo del genere, sullo spazio che l'elemento fantastico si prende, sull'impatto sulla critica.
Ma noi ne esploreremo giusto un paio, tanto per dar corpo ad un post con un briciolo di senso, ma senza esagerare. Come al solito, insomma. :D

All'inizio, la fantascienza era un genere dalla grande ambizione: educare i suoi lettori ai contenuti scientifici attraverso storie tecnicamente realistiche. Era questo che si proponeva Hugo Gernsback, il fondatore di Amazing Stories, la prima rivista americana di fantascienza che, oltre a coniarne il nome, ne segna anche la data di nascita ufficiale (5 aprile 1926).
Visto lo scopo, non fa meraviglia che, almeno all'inizio o nelle intenzioni primitive, le storie predilette assomigliassero più a quelle pedantescamente precisine di Verne. Ma ben presto il pubblico dimostrò "stranamente" di preferire i romanzi in cui ci fosse un po' più di elasticità fantastica. Così divennero sempre più popolari opere in cui qualche elemento non proprio scientificamente probabile diveniva parte integrante, se non perno fondante, della storia. Perché la cosa interessante diveniva, ancora una volta, non tanto "come funziona (o potrebbe funzionare)", ma "cosa succede (o potrebbe succedere) se..." . Lo studio delle implicazioni sociali apportate da questi sviluppi scientifici diventa più interessante.
A questo secondo genere, detto generalmente soft science fiction, appartiene The stars my destination.
L'altro filone, quello che si tiene nel campo dello "scientificamente plausibile", invece, viene definito  Hard science fiction. Ma tanto basti in fatto di definizioni e storie del genere.

Per comprendere in che modo The stars my destination si scosti dall'hard science fiction basterà, come al solito, dedicarci ad uno spoiler spietato.

Howard Chaykin, 1979. Vignetta ripresa da Philip Sandfer.

In breve: l'uomo del prossimo futuro sviluppa una capacità della mente che ancora ci è sconosciuta: quella del teletrasporto. Conoscendo le coordinate spaziali, avendo in mente il luogo in cui vogliamo recarci, con un solo atto di volontà possiamo "saltare" in quel luogo in una o più tappe, a seconda delle nostre capacità mentali. Naturalmente, questo porta delle trasformazioni enormi nella società. Pensate alle implicazioni: non solo non c'è più bisogno di prendere l'autobus per andare al lavoro, ma il lavoro puoi scegliertelo anche dall'altra parte del mondo,le città si trasformano, la globalizzazione diventa il pane quotidiano dell'umanità e chi non è capace di teletrasportarsi va da sé che diviene un povero emarginato.
A questo punto, però, c'è la fregatura: non si può usare il teletrasporto nello spazio. Ed è un peccato, visto che l'uomo ci è arrivato nello spazio, naturalmente, e ha traffici un po' con tutti i pianeti della Galassia.
Mettiamoci nello scenario anche caste di ricconi che tengono in mano il destino dell'universo, guerre galattiche in corso, traffici di schiavi e simili ed ecco che avete il quadro della situazione. 

Arriviamo così ad incontrare quel povero Gulliver Foyle, per gli amici Gully, che ad un certo punto si ritrova solo soletto, sperduto nello spazio su un rottame di nave cargo spaziale.
Isolato da mesi ormai, costretto in una bara di stanzino, l'unica parte della nave in cui il sistema di aerazione sia ancora funzionante, sfiora per un momento la salvezza quando una nave spaziale gli passa vicino... e lo ignora! Da qui nasce il sentimento di vedetta che darà propulsione al tutto e diverrà il motivo per cui Foyle non solo si salva, ma progredisce. Evolve, se vogliamo dirlo papale papale.

Ebbè, mi direte voi, e il resto del Conte?
Ok, c'è anche una prigione da cui è impossibile scappare, una fuga rocambolesca e un maestro che lo educa nel periodo della prigionia, anche se lontano anni luce dal nostro Faria originale. Ah, e il ritorno, anche qui come in Montecristo, sotto un falso nome nel tentativo di adempiere questa vendetta impossibile, che alla fine non viene consumata perché il nostro eroe "matura".
Ecco, a questo punto le similitudini di qualche valore con il Conte finiscono. La vendetta come movente di sopravvivenza ed "elevazione" (anche se non proprio morale) sembra essere il punto di unione principale tra i due almeno per un po'. Ma poi Bester segue altre scie che lo portano a lezioncine socialistiche e ad elevazioni spirituali in pieno spirito ottimistico, quello tanto caro alla prima fantascienza che crede fermamente nell'uomo evoluto e nella sua aspirazione naturale ad una società giusta e buona.

The stars my destination nella versione Penguin Book Uk.
E io che mi aspettavo un Conte intergalattico sono rimasta con una specie di trasposizione buddista-socialista della parabola del viaggio verso la perfezione dell'uomo.
Alcune idee sono apprezzabili, come la sinestesia che ad un certo punto il personaggio vive (e che l'edizione Penguins book Uk rappresenta a meraviglia. Chissà se anche l'originale aveva gli stessi effetti speciali. Il mio e-book no). 

Lo so, non ci avete capito un granché. In effetti la trama porta verso molteplici chiavi di lettura, tutte ammiccanti all'evoluzione dell'uomo quale individuo e quale essere sociale. Se volete una buona recensione che, oltre a spoilerare ancora di più il romanzo, se possibile, dona anche qualche aulico spunto di riflessione sull'influsso di Blake - sì, proprio quel Blake poeta della fine del '700 -, allora leggetevi Philip Sandifer. Dopo un'introduzione che non c'entra molto, troverete una piacevole lettura.

Non dirò di non aver apprezzato il romanzo, anche se le atmosfere della fantascienza di Bester a volte mi risultano un po' incartapecorite. Ma diciamo anche che questo è un romanzo del 1956, uno degli antesignani del futuro genere Cyberpunk. Gli perdoniamo, quindi, di "sembrare" un po' datato, no?

Più difficile mi risulta perdonargli di aver associato il Conte ad un personaggio come Gully Foyle. Ma questo lo dice una fan accanita del Conte, non la lucida lettrice di romanzetti a tempo perso che imbratta questo blog.  ; D



domenica 26 gennaio 2014

Stacchetto hollywoodiano



Locandina di Monte Cristo del 1908
Non ci crederete mai, ma lo sapete quale è stato il primo film ad essere girato a Hollywood? Montecristo!
Film muto del 1908, girato dalla Selig Polyscope Company in un posto non ben precisato della California del sud unanimamente identificato con Hollywood. Naturalmente all'epoca non vi erano studios e nemmeno fabbricati.

La storia narra che mentre gli interni venivano girati a Chicago, un piccolo gruppo formato dal regista-attore Francis Boggs e dall'assistente-regista-cameramen-tuttofare Persons si recò sulla West Coast per cercare una location adatta alle scene degli esterni ed, in particolare, alla scena del naufragio. E qui la leggenda ha oscurato la storia e mai sapremo come sono andati realmente i fatti. Perché alcuni dicono che questi due crearono i primi studios a Los Angeles. Ma da altri racconti sembra che in verità vi abbiamo solo girato il naufragio.

Il racconto più accreditato parla di Boggs e Persons che, arrivati a Los Angeles, assumono un'ipnotista squattrinato per fare la parte di Edmond Dantès risorto dalle acque dopo la fuga rocambolesca dal Castello d'If. Gli mettono in testa una parrucca e una barbona bianca e buttano il malcapitato nell'oceano, con cavalloni che rischiano di far affogare davvero il poveraccio. E qui, leggenda vuole che mentre un'onda gigante si stava per portare via il povero ipnotista, Persons grida a Boggs che quella parrucca gli era costata ben 10 dollari di cauzione e corre in acqua per cercare di salvare l'oggetto prezioso. Boggs lo segue da vicino. Incidentalmente, visto che erano lì, i due si ritrovano a salvare anche la controfigura.

Scena da Monte Cristo, preso da qui.



Una seconda versione, invece, parla di un tizio assoldato a La Jolla come controfigura, cosa che farebbe nascere qualche dubbio sul legame tra il primo film sul Conte di Montecristo e la nascita di Hollywood. Infatti, La Jolla si trova più vicino a San Diego, in tutto un paio di orette da Hollywood. 

Ma, alla fine, poco importa dove sia stato veramente girato Il conte. L'aneddoto è simpatico comunque e degno di nota, non trovate? : D

Se ne volete sapere di più, lo trovate raccontato meglio qui, sul sito di william m drew.



mercoledì 22 gennaio 2014

Cosa c'è in Tv, stasera?


Ma naturalmente Montecristo!

Di versioni ce ne sono tante. Ma quella squisitamente italiana è stata mandata in onda nel 1966 in otto episodi. Regia di Edmo Fenoglio, rende celebre Andrea Giordana nel ruolo del Conte.


Andrea Giordana ne Il conte di Montecristo; foto da Wiki

Io non so se posso, ma nel dubbio io oso e vi mando il link al sito in cui ci sono tutti e otto gli episodi.

Oggi toccata e fuga, ma vi lascio un bel po' di cose con cui passare il tempo che purtroppo io non riesco a dedicarvi.

A presto.


giovedì 16 gennaio 2014

Calvino e Montecristo



È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche laddove l'attualità più incompatibile fa da padrona.

Italo Calvino,
Perché leggere i classici

Anche Italo Calvino ha ripreso il Conte di Montecristo e ci ha scritto un racconto.
Lo troviamo nella raccolta di racconti Ti con Zero del 1967. È proprio l'ultimo, messo lì in fondo dopo averci raccontato di "pseudo-primitivi-quasi-extraterrestri" nello spazio e nel tempo, di evoluzioni mitocondriache, di parabolici percorsi labirintici  fisici e mentali e di altre amenità bizzarre che odorano parecchio di anni '70, ma non solo.

Copertina de Saggi di Italo Calvino,
edizione Mondadori

Calvino è difficile. Leggendolo si ha spesso la sensazione di non avere le basi per capirlo. E quando uno tenta di farsele, quelle basi, si rende conto che non se le può permettere, perché per andare a leggere i suoi saggi o sborsa 102  euro (e c'è pure il 15% di sconto!) per l'edizione cartacea di 2771 pagine, oppure cerca di trovare un senso passando per una lingua straniera (inglese) di un'edizione e-book. Ultima possibilità, tuffarsi nel volume spropositato di lavori critici che ha come soggetto la sua poetica e produzione.
Siccome ricca non sono, di spaccarmi la testa su una materia già prevedibilmente complicata in una lingua non mia, per quanto familiare, mi sembra una perdita di tempo e di andarmi a fidare di riassunti trovati sulla rete o di lavoroni accademici che mi rimandano a cose non controllabili non se ne parla, alzo le mani e taccio.

Taccio sul tentativo di ricondurre la storia del Montecristo di Calvino alla poetica poliedrica dell'autore e a tutto quello che c'è dietro. Ma come non parlare del racconto in sé?

Anche Calvino è affascinato principalmente dalla prigionia di Dantès. Ma sebbene parta come il racconto del prigioniero nel castello d'If, la narrazione assume presto varie prospettive, si contorce e ritorce intorno a Dantès-Faria, Dantès-Faria-Napoleone, Dantès-Faria-Napoleone-Dumas, in una complicata costruzione-decostruzione dell'io tra passato e futuro, presente e assente, sospeso tra luogo dell'azione e dell'inazione. Come si risolve questa caotica strutturazione di esseri dall'identità diversa, ma anche simile, che poi è sempre lo stesso?

Mah...

Bisogna leggerlo e dimenticarselo e poi rileggerlo ancora per capirlo. Lo rileggerò, prometto. Intanto l'ho già dimenticato, e quindi sto a buon punto.

Non ci avete capito nulla, vero? Eh, siamo in compagnia allora!
Se invece siete uno di quei secchioni (senza offesa!!!!) che ci hanno capito di più, se volete, potete anche provare ad aprire un varco nell'ermetico. Io ascolto volentieri. : )



venerdì 3 gennaio 2014

Le palle da tennis delle stelle



Ormai sono mesi che ho finito Montecristo, eppure non riesco ancora a staccarmene del tutto. Che volete, mi ci sono affezionata al buon Edmond Dantès, tanto che lo inseguo anche nelle immagini riflesse che di tanto in tanto autori più o meno noti si divertono ad evocare.

Uno di questi riflessi è Ned Maddstone (anagramma di Edmond Dantès), protagonista de The stars' tennis balls di Stephen Fry (in Usa: Revenge), pubblicato nel 2000.

Forse, prima di continuare col romanzo, sarebbe meglio presentare il suo scrittore. In Inghilterra è straconosciuto, ma anche in giro per il mondo direi. Io lo ricordo particolarmente in Wilde (1997) nel ruolo di Oscar Wilde stesso (vi ricordate? Vi compare  anche un giovane Jude Law) o in quello del presentatore in V per Vendetta (2005), e ultimamente anche per la voce che presta al narratore di Pocoyo.




Bella, magnetica, dalla pronuncia pura e suadente: io mi incanto più delle mie bambine davanti al cartone, solo per ascoltare il suo perfetto inglese. Non a caso ha anche prestato la voce alla narrazione degli audiobooks di titoli famosi come quelli di Harry Potter. Ma prima di tutto Stephen Fry è un comico.

Tra le varie altre cose, Stephen Fry ha scritto qualche libro. Per lo più il suo stile è, appunto, comico, ma The stars' tennis balls è un'altra cosa: piccolo omaggio al più celebre Conte di Montecristo, è un riadattamento del romanzo di Dumas ai giorni nostri. Certo, in esso non manca il suo umorismo prettamente inglese. Tanto per citarne una: i nomi dei personaggi sono per lo più anagrammi dei veri. Edmond Dantès diventa Ned Maddstone, Danglar
Stephen Fry
diventa Barson-Garland, e Mercedes... beh, lei è la vena comica che non riesce a starsene buona e che guizza tra le righe. Ed infatti diventa Portia, diminutivo (usato solo due volte, tanto per strizzare l'occhiolino al lettore e ridacchiare sotto i baffi dell'arguzia) diventa Porsch.
Mercedes - Porsch.
E scusate se lo sottolineo.

Ma a parte questi giochini su cui io gongolo come una bambina, devo ammettere che Fry mi ha stupita. Non credevo, prima di tutto, che fosse così piacevole. Forse anche la natura del suo esperimento, ricreare un Montecristo moderno, mi ha intrigata non poco.

Alcune diversità sostanziali ci sono, naturalmente. Ad esempio, il gusto moderno si impone e così c'è un po' più violenza bruta anche raccapricciante se vogliamo, un po' meno arzigogolii nella trama e i personaggi vengono ridotti di numero. Ma anche i caratteri dei personaggi vengono modificati. Soprattutto Ned Maddstone...

Già, Ned si trova nella posizione di Edmond, ma non è Edmond. È giovane come Edmond, ma lo è negli anni '80 del XX secolo, un adolescente ingenuotto che si ritrova in un turbinio di eventi imprevedibili. Vuoi mettere un 18enne dell'800 e uno del tardo 900? Uno è un uomo, l'altro un bambino. E questo macchia naturalmente anche l'evoluzione del carattere di personaggi simili posti in situazioni uguali o quasi.
Mentre Dantès, negli anni della reclusione, coltiva la vendetta e diventa un freddo strumento di riequilibrio delle sfighe distribuite dai suoi simili, Ned coltiva vendetta, certo, ma anche un filino di pazzia e non dimostra mai, o solo superficialmente, un desiderio di giustizia superiore, perché il suo è più un bisogno di riprendersi ciò che sarebbe dovuto spettargli.

Non vorrei dire troppo, ho paura di rovinare a qualcuno una lettura piacevole. Aggiungo solo che per certi versi Ned ricorda più il Picaud di Peuchet che non il Dantès di Dumas.

Il romanzo forse potrebbe essere giudicato squilibrato rispetto al vero Conte di Montecristo. Si vede che Fry è rimasto particolarmente affascinato dall'evoluzione di una psicologia giovane fatta a pezzi da una prigionia ingiusta. Evoluzione davvero ben tracciata. La parte dedicata alla vendetta vera e propria viene trattata, invece, senza troppi ghirigori, ma non per questo la caratterizzazione degli altri personaggi risulta meno accurata.

L'ultima cosa, proprio l'ultima.

Mentre leggevo, non potevo far a meno di dare un volto a questo Ned Maddstone e, a giudicare da alcuni dettagli sparsi, mi sono divertita a pensare che anche Stephen Fry se lo immaginasse come me lo immagino io: come il suo collega di vecchia data Hugh Laurie. Ma di lui e della loro collaborazione parleremo nel prossimo post, se vi va. Per ora vi ho tediato abbastanza.

giovedì 5 dicembre 2013

Stacchetto operettistico



Ma non vi manca un pochino il nostro Conte di Montecristo?
"Zitto! Ecco che si rialza il sipario, ascoltiamo. Non perdo una nota di quest'opera, è tanto deliziosa la musica del Guglielmo Tell!"

Eh, sì, è proprio il Conte di Montecristo che parla.
Il Guillaume Tell, per chi non lo sapesse, è un'opera di Rossini (quello del Barbiere di Siviglia, tanto per capirci) ed è anche l'opera che inaugura il Grand Opéra, quel genere operistico che dura una quaresima, pieno di balletti e sfilate, stacchetti e coretti vari.

Senza entrare nello specifico della trama, vi lascio solo un estratto dell'ouverture. Ditemi se non vi sembra di aver già sentito qualcosa di simile. 





martedì 29 ottobre 2013

Lord Ruthven e l'amante




Prima di tutto, inizio con le presentazioni:


Lady Caroline Lamb, ritratto di Sir Thomas Lawrence

Lady Caroline Lamb, nobildonna dall'intelligenza vivace e dal caratterino a tratti impulsivo o isterico, che dir si voglia; diagnosticata pazza, oltre che facente uso di oppiacei. Amante di Lord Byron nel 1812 per pochi mesi, ossessionata da lui e sua persecutrice.
Scrittrice a tempo perso.

Questa è l'idea che, più o meno, ci si fa leggendo le varie biografie che di lei sono state proposte, eccezion fatta forse per quella di Paul Douglas, Lady Caroline Lamb: a biography, 2004. Beh, non di certo un ritratto lusinghiero, tanto più che la sua produzione viene presto liquidata come frutto della sua ossessione amorosa per Byron.

Ed eccolo ancora, questo Lord Byron, ripresentarsi come personaggio portante in questo dedalo gotico.

Probabilmente ricorderete che nel 1816 il nostro poeta parte per il suo esilio auto-imposto nel tentativo di evitare il disprezzo pubblico. Negli anni precedenti non solo si attirò addosso la fortuna grazie ai suoi versi, ma anche e soprattutto scandali su scandali, fomentati tra l'altro dalla relazione con Lady Caroline che non faceva segreto della loro storia, nonostante fosse felicemente sposata. Ebbene, proprio nello stesso anno 1816, un mese appena dopo la sua partenza, esce il romanzo Glenarvon, firmato Lady Caroline Lamb.

In Glenarvon ci troviamo un po' di tutto: il crudele amante possessivo e ingannatore, losco figuro con altarini segreti, il delitto primitivo che dà un tono orrorifico al tutto, il seduttore impenitente, le povere vittime che muoiono per amore, il motivo risorgimentale in una Irlanda dalle fosche tinte, i manieri lugubri e le apparizioni di pazzi, spiriti e fantasmi, ingredienti insaporiti di tanto in tanto da una manciata di battute moraleggianti e di condanne non troppo velate all'incapacità della classe dominante di fare il bene del paese, immersa com'è nel futile e nel dolce far nulla.

Insomma, senza cantarla troppo, uno dei tanti polpettoni gotici, direte voi.
Forse, se non fosse che Lady Caroline Lamb, quando racconta la storia portante del romanzo, ovvero la vicenda di seduzione dell'eroina, non fa altro che raccontare di sé e della tresca amorosa con Lord Byron. E arriva ad una tale onestà nell'esposizione da includere nel romanzo persino lettere e stralci della loro corrispondenza privata.

Lady Caroline Lamb
Spudoratamente pubblicizzata fin dall'inizio, la storia d'amore con Byron a questo punto diviene non solo ancor più di ampio dominio, ma viene persino trasmessa ai posteri. Inutile dire che la figura del Lord ne esce piuttosto malconcia: naturalmente è lui il seduttore spietato, l'insurrezionalista traditore della causa appena l'occasione lo domanda, l'involatore di vergini morigerate e distruttore della serenità di intere "rispettabili" famiglie. Che poi anche dietro a queste famiglie, fin troppo simili a quelle del suo ambiente, ci siano altarini degni di romanzi scabrosi, passa in secondo piano, anche se i suoi cari non la pensarono proprio così e la fecero dichiarare pazza.

Ok, diciamo che il personaggio cattivo che Lady Lamb crea non è un genio del male assoluto. Sembra più un essere tormentato, che ama intensamente e altrettanto velocemente dimentica la sua passione appena l'occasione gli offre una nuova vittima. Ma lo fa senza malizia, senza preterintenzionalità, e sempre dolorosamente consapevole dei suoi delitti. È semplicemente la sua natura.  Nonostante questo, ciò non fa di lui un essere meno crudele agli occhi della società inglese che subito riconosce l'ombra di Byron.

A questo punto ci resta solo da svelare il nome del personaggio romanzato ispirato dalla figura di Lord Byron. Non credo che qualcuno si stupirà nel sentirlo chiamare Lord Ruthven, lo stesso nome e carattere ripreso da Polidori per il suo vampiro.

Che Polidori fosse a conoscenza della storia tra Lady Caroline Lamb e Lord Byron, ma anche del romanzo Glenarvon, era sicuramente probabile. Anche perché a ben leggere il suo racconto c'è un piccolo riferimento allo stuolo di donne sedotte che ricorda tanto il caso di Lady Caroline:
Infine, tutte quelle donne che lui aveva cercato, apparentemente ad onore della loro virtù, da quando lui è partito hanno gettato la maschera e non hanno avuto scrupoli nell'esporre l'intera deformità dei loro vizi allo sguardo pubblico.
A questo punto, in effetti, mancava solo che mettesse tra parentesi il nome di Caroline Lamb: sedotta, abbandonata e vendicata attraverso il suo stesso romanzo che senza pudore espone lei e il suo seduttore allo sguardo pubblico.

Ma, tornando al punto, la mia domanda è questa: possiamo, quindi, supporre che Polidori, quando ritrae il suo vampiro, prenda ad esempio lo stesso Lord Ruthven di cui Lady Caroline Lamb racconta nel suo Glenarvon? Possiamo supporre che questo Lord Ruthven sia dipinto a sua volta, in entrambi i casi, sulla figura dello spietato Lord Byron, seduttore e ingannatore?
A me sembra più che probabile.

Infine, possiamo allora dire che il nostro Conte di Montecristo, associato dal suo autore stesso a Lord Ruthven, debba essere in qualche pur lontano modo ricondotto a Lord Byron?


Lord Byron, ritratto ad olio in costume Albanese, Thomas Phillips (1814)

No, probabilmente no. Ma è stato divertente esplorare tutte le possibilità nate da una banale associazione di nomi e inesattezze.







domenica 27 ottobre 2013

Lord Ruthven e il dottore



Oggi iniziamo con questo piccolo siparietto tratto da Il Conte di Montecristo:
"Ebbene!" domandò allora alla contessa, dopo che l'ebbe guardato una seconda volta, "che pensate di quell'uomo?"
"A me sembra che sia lord Ruthwen in carne ed ossa."
Infatti questo nuovo ricordo di Byron colpì Franz; se qualcuno poteva fargli credere l'esistenza dei vampiri, era quest'uomo.
"Bisogna ch'io sappia chi è..." disse Franz alzandosi.
"Oh, no" gridò la contessa, "no, non mi lasciate! Ho contato su voi per accompagnarmi a casa, ed ora vi trattengo."
"Come, veramente" le disse Franz, accostandosele all'orecchio, "avete paura?"
"Ascoltate" disse lei, "Byron mi ha giurato che credeva ai vampiri, mi ha assicurato di

averne veduti, e me ne ha descritti i loro visi; ebbene, assomigliano perfettamente a quell'uomo là, con i capelli neri, grandi occhi brillanti di una strana fiamma, quel pallore mortale."

Ecco qua, con una facile associazione, Dumas mi fa cadere tutto il castello di deduzioni e siparietti che avevo immaginato di dover comporre sulla scia di questo misterioso Conte di Montecristo, alias Lord Ruthven, alias Lord Byron.

O forse no.

Ci risiamo, direte voi. Ancora una volta ci ritroviamo davanti ad una descrizione del Conte. Lo so, ormai lo abbiamo ben vivido davanti agli occhi della mente: palliduccio, magrolino, con una bella pelle giovane (incartapecorita?) che non dimostra i suoi anni e uno sguardo infuocato. Beh, sappiamo bene il perché di questo aspetto: è stato in galera 14 anni, mica un attimo, e la mancanza di sole, il pessimo vitto e il desiderio ardente di vendicarsi hanno in parte modellato il suo fisico.

"Aspettate! - ci dice Dumas a questo punto, - nonostante tutto, non lo so mica se lo avete ben inquadrato, questo mio Conte. Magari ve lo figurate visivamente tal qual'è, ma avete compreso quale sensazione di raccapriccio e fascinazione suscita in mezzo ai suoi pari? Ve lo dico io! Quella che susciterebbe un Lord Ruthven, il vampiro di Lord Byron."

Il problema, a questo punto, è che per quanto uno cerchi questo Lord Ruthven nelle opere di Byron, non riesce proprio a trovarlo. Questo, semplicemente perché Byron non ha scritto di nessun Lord Ruthven. Ma non per questo il grande poeta c'entra di meno in questa storia.

Lord Byron, si sa, non era proprio lodato per la sua condotta esemplare tra i suoi simili. Era eccentrico (= strambo), piuttosto autoreferente, professava un amore abbastanza incestuoso e adultero, aveva debiti a non finire, e soprattutto scriveva poesia divina. E tutto questo, naturalmente, porta con sé molti ammiratori, ma anche creditori, invidiosi, denigratori e deploratori. Il modo più sbrigativo e anche meno indolore per togliersi tutti questi fardelli di dosso fu quello di auto-esiliarsi. Dopo il breve matrimonio e il massacrante divorzio da Annabelle Millblank, nel 1816, stanco del disprezzo generale, parte alla conquista dell'Europa, da solo o quasi. Con lui porta solo un certo John William Polidori, un giovanissimo medico che doveva occuparsi della sua salute.

John William Polidori
Il giovane Polidori, come uno ben sospetta, è entusiasta della fortuna che gli spetta. Tanto più che Lord Byron lo tratta da pari. Nonostante questo, la convivenza non dura che pochi mesi. Il carattere di questo ragazzo di origini italiane risulta troppo querulo, cocciuto, persino esasperante per il Lord.

Prima della separazione, Polidori e Byron incontrano sul lago di Ginevra Percy Bysshe Shelley con le sue due accompagnatrici (una é l'amante di Byron, Claire Clairmont, l'altra é la compagna di Shelley, quella Mary che poi darà alla luce il famoso Frankenstein) e, tanto per passare le serate, giocano a mettersi paura a vicenda con storie macabre e di fantasmi. Così, in uno di questi incontri, a qualcuno viene la brillante idea di fare un gioco: scrivere ognuno una storia dell'orrore.

I protagonisti ci si mettono di polso buono. Ma dopo un po' Byron si stanca, gira e rigira su un soggetto che non riesce a decollare e senza rimorsi lo "cede" al suo dottore, Polidori.

Dopo qualche tempo, Polidori ritira fuori il soggetto, lo rielabora per far contenta una dama, ci aggiunge qualcosina e voilà, ecco confezionato The vampyre, a tale.

Vi chiederete: cosa ci aggiunge?
Ci aggiunge il vampiro.

La storia di Byron prevedeva: partenza di due amici dall'Inghilterra, morte di uno di loro in Grecia non prima di aver estorto all'altro il giuramento di mantenere segreta la sua morte, ritorno dell'amico morto e innamoramento della sorella dell'amico vivo dell'amico morto. Ok, un po' nebuloso. Ma se leggete Il vampiro la trama fila. Polidori trasforma l'amico destinato a morire e tornare, un certo Lord Ruthven, in un vampiro e la storia assume una logica orrorifica che regge bene. 

Lord Ruthven visto da lilywight.com
Al momento della pubblicazione (1819), l'editore, un po' per sbaglio, un po' apposta, ascrive The vampyre, a tale alla penna di Lord Byron. E siccome doveva essere ben suo, perché era proprio da lui uscirsene con certe bizzarie, tutti lo credono possibile. In verità Byron lo dice chiaro e tondo: a me i vampiri fanno ribrezzo e non ho di certo scritto una cosa del genere. Ma se non ascoltano lui, figuriamoci se ascoltano il povero Polidori che rivendica con veemenza la paternità dell'opera.

Evidentemente, nessuno dei due riuscì a farsi credere se anche Dumas, nel 1844, diceva ancora che era Lord Byron l'autore di Lord Ruthven.

All'uscita del racconto, la storia di Lord Ruthven fu subito un successo. Naturalmente storie di vampiri giravano già, ma erano più che altro leggende o superstizioni popolari. Polidori, invece, crea un vero e proprio personaggio, gli dona una posizione sociale e lo avvicina, nell'immaginario collettivo, al quotidiano. Di certo avrà provocato non poco scalpore una simile operazione. Inutile dire che sulla sua scia, mille altri racconti si svilupparono a grande seguito, fino ad arrivare a Dracula e anche oltre, fino ai giorni nostri.

Questa é la storia del Lord Ruthven che funge da modello al nostro Conte. Ma chi funge da modello a Lord Ruthven?
Eggià, come potete intuire, la storia non finisce qui. ;)




mercoledì 23 ottobre 2013

Montecristo e la collaboration



E con infinito ritardo, di cui mi scuso immensamente, mi accingo a concludere questo capitolo delle mie letture-scoperte sulla malandrina collaboration (detto con un tono aulico, ma non troppo :D).
I due carcerieri gettano Edmond in mare
A questo punto uno si potrebbe chiedere (e a diritto) quanto abbia inciso il lavoro di Maquet in un'opera tra le tante... mettiamo... nel Conte di Montecristo, ad esempio. Tanto più che il carattere che dona a opere come I Tre moschettieri o la Reine Margot quella allegria goliardica che li colora, raramente si posa sui protagonisti e i dialoghi del Conte di Montecristo.

Già all'epoca della pubblicazione si sospettava che la storia non fosse tutta frutto dell'immaginazione di Dumas. La attribuivano ad un certo italiano Fiorentino che probabilmente lo scrittore aveva incontrato durante uno dei suoi viaggi in Italia. Tanto era il rumore intorno a questo pettegolezzo che Dumas stesso sente il bisogno di spiegare le circostanze della nascita di Montecristo. Circostanze che ritroviamo nelle Causeries apparse in volume nel 1860, ma già pubblicate altrove. Qui, in breve, Alexandre Dumas racconta le varie circostanze che gli hanno stuzzicato la fantasia. Tra queste non manca una visita all'isola d'Elba e a Montecristo con il giovane figlio del re di Vestfalia Girolamo Bonaparte e le Mémoires di Peuchet. Allo stesso modo nega la partecipazione di questo signor Fiorentino alla stesura del Conte, pur non estromettendo il lavoro di Maquet.

Mercedes e Montecristo

Maquet, a sentire Dumas, aveva partecipato solamente dandogli un buon consiglio. L'opera primitiva contava solo il capitolo Romano e quello Parigino, lasciando fuori tutta la giovinezza e la prigionia di Edmond Dantès. Maquet, a cui Dumas aveva chiesto un parere, gli aveva fatto notare che sarebbe stato un peccato lasciar fuori la parte più interessante. Così l'autore si era facilmente convinto e aveva introdotto tutta la vicenda di Marsiglia.

Secondo la campana di Maquet, il suo stesso contributo era stato un pochino più sostanzioso di quello raccontato da Dumas, tanto che nella sua lista delle opere compiute, scrive:

Monte-Cristo avec Dumas, les quatre premiers volumes à Marseille, le reste à Paris.*
(Montecristo con Dumas, i primi quattro volumi a Marsiglia, il resto a Parigi.)

M. Morrel, Valentina e Jacopo
guardano il conte sparire all'orizzonte



Allo stesso tempo, sempre nei suoi appunti, si ritrova una lettera al suo amico Paul Lacroix in cui afferma che, poiché il Signor Fiorentino ha ceduto a Dumas delle storie di Roma, potrebbe pur essere chiamato collaboratore, ma che al piano dell'opera come anche all'esecuzione dei capitoli hanno lavorato solo lui (Maquet) e Dumas. In ogni caso, riconosce di non aver avuto parte alla stesura della parte centrale, quella romana, parte che secondo lui non ci azzeccava molto col resto, sebbene avesse potuto avere un suo valore se pubblicata a parte. E a questo punto, Maquet si chiede se la storia di Vampa sia del Signor Fiorentino e si risponde con un
Peut-être.
Il Conte di Montecristo: opera a sei mani?
Io preferisco pensarlo come l'opera che più di tutte ha avuto Dumas come padre, anche se conoscendo ormai il suo modo di lavorare, non dubito che la storia del brigante Vampa derivi da altra fonte.

Segnalo, infine, che le immagini sono state riprese da
 http://www.cadytech.com/dumas/galerie.php


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* Histoire d'une collaboration,
Gustave Simon, 1919.

domenica 13 ottobre 2013

Tra catacombe e Amontillado


Ecco un'altra storia che vorrei raccontare, trovata ancora nelle Mémoires di Peuchet, e poi giuro che smetto di tormentarvi con le sue storie gotiche. 
Questa volta si tratta della storia di un poliziotto, ligio - fin troppo - al suo dovere.




Napoleone Bonaparte
Antefatto: siamo nel 1821 e voci circolano che Napoleone sia riuscito a fuggire da Sant'Elena e solchi i mari a tutta birra verso Parigi. La notizia destava preoccupazione, visto che non era la prima volta che Napoleone faceva uno scherzetto del genere. Lo aveva fatto già nel 1815, anche se a quei tempi era tornato dall'isola d'Elba e, si sa, l'isola d'Elba è dietro l'angolo rispetto a Sant'Elena. In ogni caso, gli avvistamenti di Napoleone su suolo francese crebbero a dismisura. La polizia di Parigi, allora, drizzò le orecchie, spalancò gli occhi e tutti si diedero un bel da fare per sventare complotti, veri o presunti che fossero. 

In questo clima di solerte circospezione, un agente di polizia di stanza nel quartiere Sainte Geneviève viene insospettito da una casa. Eggià, gli sembrava strana quella casa con le persiane sempre chiuse, ma senza scritte di messa in vendita o affitto. Tanto più che ci vedeva entrare di soppiatto dei loschi figuri, sempre in coppia, sempre guardinghi. Per non parlare del fatto che, una volta entrati, non ne uscivano più. 

Il buon agente decide di mettersi di guardia all'abitazione. Aspetta paziente per lunghe ore e nota infine che il traffico sospetto aumenta intorno al calar del sole. Preso dal senso del dovere, si fa coraggio e affianca un paio di questi individui sospetti. I due lo scambiano per uno di loro e lo invitano ad entrare per cenare insieme. E lui non se lo fa ripetere due volte.

Entrati, un corridoio lugubre li attende con un'unica candela affissa al muro a rischiarare il passaggio. In fondo ad esso, uno dei due chiede: "Saliamo o scendiamo?". L'altro, senza esitare, suggerisce di scendere, perché la compagnia è migliore. 

E cosa trovano al piano di sotto? Ma certo! Una caverna piena zeppa di briganti, ladri, greci, ebrei e chi più ne ha più ne metta. E tutta questa folla di sospetta morale si raccoglieva intorno a delle pietre che fungevano da tavoli e mangiavano il pasto servito da una ostessa rivoltante.

A questo punto, l'agente inizia ad avere un pochino di paura: e se qualcuno lo riconoscesse? Magari tra questi malfattori c'è anche qualcuno che lui stesso ha arrestato. Ma no, sembrano tutti estremamente impegnati nelle loro cose, nessuno fa caso a lui. 

L'arguto agente si accomoda e, tra un boccone e l'altro, studia la situazione fino a quando giunge il momento di pagare, si avvicina alla vecchia ostessa e chiede il conto. Lei, vedendolo strano, gli chiede se è nuovo del mestiere e, tra una chiacchiera e l'altra, nel tentativo di decidere in quale ramo vuole specializzarsi, spedisce il giovane ai piani alti, laddove ci sono i mascalzoni che si interessano alla politica.

Convegno di cospiratori, T. Géricault
Ai piani alti, il poliziotto li trova davvero! Eccoli lì i cospiratori che non perdono tempo in chiacchiere e subito lo ingaggiano a suon di denaro e parole segrete. Ma tra discorsi e segni di riconoscimento, la notte si fa alta e il nostro eroe si rende conto di sfidare un po' troppo la fortuna. Così saluta e torna indietro per regolare ancora una volta i conti con l'ostessa. Eggià, anche i cospiratori mangiano e, probabilmente, bevono. 

L'ostessa lo accoglie con garbo e, siccome "niente torna qui sui suoi passi. Una volta partiti bisogna sempre andare avanti", invece di farlo uscire per la porta da cui è entrato, lo conduce tra passaggi, scale e cunicoli, tutti sapientemente celati da una benda sugli occhi del poliziotto. Quale timorosa sorpresa lo attende quando si ritrova davanti casa sua, con al suo fianco i due tizi che gli avevano fatto da scorta. 

Per fortuna i due non sembrano desiderosi di salire fin dentro casa. Lì avrebbero scoperto la convivente del poliziotto e sicuramente quella santa donna, orgogliosa come era del suo amante, lo avrebbe involontariamente tradito. Ma tutto è bene quel che finisce bene. O quasi. 

Il poliziotto passa tutta la notte a redigere il suo rapporto e la mattina seguente lo consegna immediatamente. Ed immediatamente, dopo solo un'ora, tutto viene arrangiato: cambio di abitazione per la convivente, sistemazione dell'appartamento a fine cospirativa e ordine di attendere 3-4 giorni prima di intraprendere ulteriori passi. 

Passato il tempo stabilito, il poliziotto si ripresenta al portone, entra, ma non ne uscirà mai più.

La polizia lo cerca, ma nulla. Allora forza la porta della casa sospetta, ma anche lì, oltre al corridoio non si va. Il passaggio per salire o scendere sembra scomparso. E così, impossibilitata a fare altro contro una casa senza proprietario, la brava polizia rimane un po' stordita, chiedendosi dove potesse essere finito il buon poliziotto. 

Dopo una ventina di giorni, l'arcano si disvela: il prefetto riceve un processo verbale in cui viene rivelata la fine del ligio poliziotto.

Sfortunatamente, qualcuno lo aveva davvero riconosciuto. Una volta tornato nel covo, i briganti lo avevano preso, ammanettato e trascinato in lungo e in largo per le catacombe di Parigi fino ad arrivare in una sala dei giudizi. Qui, giudici e spettatori incappucciati istruirono un processo formale e, trovatolo colpevole senza difficoltà, lo condannarono al supplizio dell'emmurement: in poche parole lo murarono vivo, lasciandolo morire di fame, sete e terrore in uno degli innumerevoli cunicoli nel sottosuolo parigino.

Storia di catacombe e di ladri, che echeggia in parte nelle pagine del Montecristo. Ma anche in altre pagine d'oltre oceano: catacombe, murati vivi... che anche Edgar Allan Poe si sia ritrovato una copia delle Mémoires di Peuchet tra le mani?

 



venerdì 11 ottobre 2013

Il piedino in giardino


Come accennavo nel post precedente, Peuchet raramente si attiene al solo riportare i documenti in suo possesso. In una di queste rare volte, la storia che ne esce fuori è così raccapricciante da giustificare in parte questa sorta di distacco che l'autore prende dalla storia.

Ok, diciamo pure che non ha voluto metterci del suo perché i protagonisti non solo erano di alto rango, ma erano ancora in vita all'epoca in cui scriveva. Meglio non compromettersi troppo. Allora il buon archivista cancella dai documenti i nomi, alludendo alla famiglia di un generico Marchese de C. in rue D. e riporta testualmente tre documenti:

1) La denuncia
- Nella casa del Marchese de C., in rue D., sono le 9 del mattino e i domestici riuniti nella loro camera comune vedono arrivare uno dei cagnolini con una massa informe e sanguinolenta tra i denti. Con orrore si accorgono trattarsi di un piedino di neonato. Cercando nel giardino, poi, ritrovano il resto del corpicino smembrato e gettato nel cumulo del terriccio per la serra.
- Dopo quattro giorni, un altro triste fatto tocca la famiglia: il nipote del giardiniere, cresciuto nella proprietà e trattato come uno di famiglia, nel tentativo di raddrizzare la freccia del parafulmine in cima al tetto, cade di sotto nonostante i tentativi di salvarlo dei due cugini della casa saliti sul tetto per aiutarlo. Il ragazzo muore.
- La domenica seguente, dopo la Messa, la seconda figlia del Marchese chiede di far visita alla superiora del convento e da lì non vuole più uscire.
- Ultimo fatto: lo stesso giorno, la cameriera personale della figlia del Marchese, a cui era stata data una ricca dote, si fidanza con il fratello del defunto e tutti e tre, insieme al vecchio giardiniere-nonno, partono per il paese natale del novello sposo a tempo indeterminato. 
In verità, la nota non denuncia, ma esorta ad indagare su delle coincidenze che in effetti puzzano un po'.

2) L'inchiesta:

Non si procederà ad ulteriori indagini perché:

- Il cadavere del neonato non è stato rinvenuto nel giardino. Il resto del corpicino proveniva dal cadavere di un neonato nato morto che un medico del vicinato aveva disseccato e la cui profanazione sacrilega fu causata unicamente dalla stupidità della sua domestica.
Villefort scava in giardino.
- Il ragazzo caduto dal tetto è stato vittima della sua imprudenza; anzi, ha messo a rischio non solo la sua vita, ma anche quella dei due bravi ragazzi che hanno tentato di trattenerlo (ben gli sta! - Ndr).
- La figlia del Marchese, colpita dall'incidente del giovane e ragionando sui massimi sistemi della vita, affrettò semplicemente una risoluzione che aveva già intenzione di adottare: quella di entrare in convento.
- La figlia del Marchese, prima di abbandonare la vita mondana, ha pensato alla sua domestica personale e al fratello del povero ragazzo defunto, lasciando loro una bella dote.
E tutti vissero felici e contenti.
3) Il rapporto:

(Testimonianza presa dal tappezziere della famiglia, parente del ragazzo morto)
- Il bambino a cui apparteneva il piedino era nato dalla relazione del nipote del giardiniere con la figlia del marchese, donna di natura isterica e già accusata in precedenza di aver avuto un intrigo con un seminarista precettore dei suoi fratelli e cugini.
Indovinate come si vedevano? Non solo le infinite passeggiate nel giardino della dama e le lunghe ore che dedicava al giardinaggio, sua passione nascente, alimentarono la nascente passione, ma anche la scala di servizio che dal giardino saliva direttamente alla mansarda dove il giovane dormiva (ricorda un pochino la scala di servizio di cui si serviva Villefort per far visita alla futura Mme Danglar nella villa di Auteil).
Quindi, la figlia del marchese, rimasta incinta e con la complicità della sua domestica, al settimo mese aveva provocato un aborto. Il corpicino, era stato estratto in parti (perdonate l'esposizione nuda e cruda del fatto) e gettato tra il terriccio della serra in modo provvisorio. Il cane impertinente ha fatto il resto.
- Scoperto il misfatto, i parenti della giovane donna, tra cui un cugino perdutamente innamorato della perfida donna,  si sbarazzano del giovane e lo gettano dal terrazzo più alto/tetto/o quello che era.
- La peccatrice viene costretta al convento.
- La famiglia del povero assassinato chiede conto al marchese del sangue del parente morto e riceve la domestica testimone di tutto il brutto affare accompagnata da una bella dote e da una fattoria situata il più lontano possibile da lì.
Beh, a dir la verità, Peuchet non si sbilancia, ma non sembra nemmeno troppo vacillare nel dubbio, soprattutto quando sussurra che il tappezziere non aveva invidie per cui diffamare la famiglia del marchese.

Ed ecco come poi chiude il suo resoconto:
Quanto a me, poiché non voglio aumentare lo scandalo, ho preso tali precauzioni per cui, pur denunciando le linee generali della storia, non ho fatto altro che tutt'al più preparare un canovaccio da dramma per i nostri moderni Lachaussée.*
 E con questa ripresa quasi pirandelliana, vi saluto anche per oggi.

* Pierre-Claude Nivelle de La Chaussée: drammaturgo francese del 1700 creatore del genere della comédie larmoyante, una sorta di drammone che si conclude positivamente tra lacrime e riconciliazioni.

martedì 8 ottobre 2013

Lo stile delle Memoires di Peuchet


Pensavate che il capitolo sulle Mémoires di Peuchet fosse finito, vero?

E invece no. Ci sono ancora molte cose da dire e da cui partire per arrivare chissà dove.

La prima idea che mi è venuta in mente da subito, leggendo le Mémoires è stata: "Ecco, nel secolo scorso (che in verità sarebbe l'Ottocento, ma che per una sorta di abitudine nostalgicheggiante continuo a chiamare secolo scorso) avevano tutto un altro stile, questi documentaristi."

In effetti, il lavoro di Peuchet ha poco dello stile distaccato proprio degli archivi storici o cronachistici.
È facile immaginarselo al lavoro: seduto alla sua scrivania, con mille atti, rapporti, documenti di varia origine, a scartabellare e ricontrollare. Poi prende carta e penna e inizia a raccontare la storia suggerita da tanti piccoli frammenti, infilandoci cenni storici di breve natura quando necessario, dialoghi veri o presunti che comunque devono essere stati pronunciati in quel modo, anche se nessuno può testimoniarlo, stralci di lettere e altri frammenti ancora, dando al tutto un ordine cronologico più congruo quando serve e persino intagliando il carattere dei personaggi, fino a farne dei modelli umani esemplari. Così escono fuori il vendicativo (Allut-Caderousse fin dal primo momento avverte i suoi amici di non scherzare con Picaud-Dantès, perché è un uomo vendicativo che te la fa pagare), l'invidioso per antonomasia (Loupian, il ladro di fidanzate e doti), l'avido (Allut-Caderousse), ma anche i vari Ministri della polizia succedutisi negli anni, tagliati e giudicati a seconda delle loro mire e della loro cupidigia o del partito contrario o meno preso.
A ben guardare, si potrebbe dire che l'archivista stesso si rivela a tratti uno scrittore di romanzi mancato.

Risultò quindi seducente per Dumas lasciarsi trasportare dalle storie raccontante nelle Mémoires e trovarvi un filo che legasse i tanti frammenti  forniti su un piatto d'argento. Sì, perché la storia di Picaud non è la sola che viene dalle Mémoires e da cui Dumas ha preso spunto per il suo Montecristo.

Vi è anche la storia che riguarda un assassinio compiuto in famiglia per mezzo del veleno. Per ora non posso darvi ulteriori informazioni in proposito perché non sono riuscita a trovare l'episodio nei volumi V e VI delle Mémoires, gli unici due che ho letto. So che esiste una versione tradotta in inglese, disponibile in formato elettronico e dal costo esiguo.Il titolo è A family crime di Jacque Peuchet e tradotto da James Bair. Dello stesso traduttore c'è anche The diamond and the vengeance.
Ma se masticate anche un po' di francese qui potrete trovare la versione scaricabile delle Mémoires volumi  V e VI e qui i volumi III e IV.

Ci sono anche altri piccoli dettagli presi qua e là in altri resoconti. Ci sono, ad esempio, briganti e catacombe, un banchiere/armatore che, non potendo saldare nell'immediato un debito perché in attesa di un carico su una sua nave che non arriva, medita un suicidio e poi viene salvato in extremis da un brigante benefattore, e c'è la storia del corpicino di un neonato ritrovato nel giardino.

Ma questa storia la lascio per la prossima volta. Per oggi vi saluto qui.



domenica 6 ottobre 2013

Stacchetto araldico


Avrei voluto scrivervi una bella introduzione all'araldica, con tanto di stemmi, motti e figure. Ma devo ammetterlo, mi sono bastate poche righe lette qua e là per iniziare a sbadigliare sonoramente. Ops...

Ok, sarà anche affascinante, e lo è, lo so, ma magari è anche meglio se fatto con giudizio, su un buon manuale, passo a passo. Insomma, l'argomento non si presta troppo a diventare uno stacchetto. E allora vi rinvio a Lo stemma nobiliare di Salvatore Comisi, che in poche righe riassume quel poco che ho capito degli stemmi.

E siccome sono cattiva, vi lancio anche una sfida:

Stemma araldico del Conte di Montecristo
Sapete dire dov'è la stranezza nello stemma di Montecristo?

Vediamo chi ci azzecca. E chi ha la pazienza di leggere fino in fondo l'articolo sull'araldica. :D

venerdì 27 settembre 2013

Il diamante e la vendetta




Ogni promessa è un debito. Ed ecco qui la storia completa di François Picaud.

Prima di iniziare, però, vi avverto. La storia che state per leggere è leggermente diversa da quella che trovate su Wikipedia alla voce Picaud. Da parte mia posso solo dire che ho l'originale sott'occhio e che riassumo direttamente dalla storia riportata nel quinto volume delle Mémoires tirés des archives de la police de Paris.
 
Il Forte di Fenestrelle oggi.

La storia, come si è capito, riguarda un certo François Picaud, originario di Nimes, ma stabilitosi a Parigi come ciabattino. Anche lui si doveva sposare con una ragazza amata (e benestante!) e anche lui si ritrova ad invitare a nozze i suoi tre amici. Anche lui viene tradito da questi amici, viene denunciato e siccome le congiunzioni astrali facevano in modo che sembrasse quello che non era (un cospiratore al soldo degli inglesi), viene portato al Forte di Finestrelle e rinchiuso di gran carriera. Qui, egli assiste con dedizione un ricco ecclesiastico milanese e questi, in letto di morte, lo proclama suo erede non solo spirituale, ma anche legale, visto che i suoi parenti non si erano dati affatto il minimo disturbo per liberarlo. Mentre il Conte di Dumas possiede una fortuna illimitata (Dumas dice addirittura 100 milioni!), Picaud ne ha una un poco più limitata, ma non sta male nemmeno lui con i suoi 7 milioni. In più, il suo ecclesiastico gli ha insegnato come far fruttare il gruzzolo e Picaud non resta di certo con le mani in mano.

Quando viene infine liberato per un cambio di poteri (imprigionato nel 1807 sotto Napoleone, verrà liberato nel 1814, con la restaurazine di Luigi XVIII), la prima cosa che fa dopo essersi appropriato del gruzzolo è di tornare a casa sotto mentite spoglie e far di tutto per capire: come era stato possibile imprigionarlo senza motivo?

Il forte di Fenestrelle. Incisione del 1845
Come Edmond Dantès, anche Picaud rintraccia uno dei suoi amici, un certo Vallut, e travestitosi da abate arriva fino a Nimes per raccontargli di Picaud e del suo lascito che consiste in un bellissimo diamante. Come l’abate Busoni del Conte, anche questo abate, chiamato Baldini, riesce a tirar fuori la storia del "complotto" dei suoi amici. Vallut denuncia con qualche esitazione i suoi ex-compagni e per ricompensa incassa il premio, vende la pietra preziosa e uccide per cupidigia il gioielliere. Inutile dire che finisce dritto dritto in prigione. 


Picaud, intanto, torna a Parigi sotto mentite spoglie. Aveva già appreso che il principale traditore, un certo Loupian, aveva sposato dopo due anni di cordoglio la sua promessa (Mercedes ne aveva aspettati uno e mezzo) e che con la sua dote aveva aperto un bel caffé, uno dei più eleganti di Parigi.

A questo punto, una dama si presenta al caffé di Loupian e raccomanda al proprietario un uomo non più giovane, che ha passato tanti guai a causa della restaurazione, ma che vorrebbe essere assunto come limonadier (ragazzo di sala). Perché Loupian accetti, gli viene persino rimesso un compenso mensile di cento franchi all’insaputa del “ragazzo”. Come non accettare?

E da qui iniziano i guai seri. Uno dei tre amici viene ritrovato morto pugnalato sul ponte delle Arti, il pugnale ancora in corpo e sul manico una scritta enigmatica: Numero uno.
La mala sorte non disdegna neanche il cane di Loupian e il pappagallino della sua signora, morti per avvelenamento, stessa sorte che tocca all’altro amico rimasto dei tre. E anche qui, viene ritrovato uno strano biglietto con su scritto: Numero 2.

Ma i guai di Loupian non finiscono mai. Il suo caffé brucia, suo figlio maggiore, avuto da una relazione precedente, viene arrestato per furto e condannato a 20 anni di prigione (indovinate chi ci ha messo lo zampino?) e la figlia, promessa in nozze ad un rispettabile signore che tanto rispettabile non era visto che ne aveva già approfittato, viene abbandonata la sera delle nozze per poi scoprire che il gentiluomo era in verità un evaso. Sebbene i figli non fossero suoi, la moglie di Loupian muore di dolore e Loupian rimane povero, con l’unica consolazione della figlia e del limonadier che non li aveva mai abbandonati nella sventura. Anzi, adesso che la disfatta è completa e i due non hanno più un franco, è proprio lui, il lemonadier che si propone come sostentatore di padre e figlia, a patto però che la figlia gli offra i suoi favori.

Infine, Loupian, abbattuto da tutte queste disgrazie, vaga intontito, quasi pazzo, per le strade di una Parigi deserta e qui, non pago, il vendicatore si accanisce sul suo carnefice e lo uccide con un colpo di pugnale.

Ristorante all'aperto a Parigi. Godefroy-Durand, 1858.
Ma non finisce qui!

Proprio nel momento in cui Picaud uccide Loupian, una figura misteriosa lo incappuccia e lo trascina via in una caverna segreta. Qui, con lo stesso metodo con cui i banditi romani volevano spillare a Danglar il suo ultimo milione, il carceriere cerca di appropriarsi del patrimonio di Picaud. E chi è questo carceriere misterioso ? Vi ricordate Allut, alias Caderousse ? Già, proprio lui! Fuggito dal carcere e venuto a sapere tutta la storia di Picaud (non rivelerà mai come), era tornato per impedirgli di portare a termine i suoi piani, ma raggiuntolo troppo tardi, non poteva far altro se non rubargli la ricchezza. Ma Picaud non è Danglar, non cede alla fame e Allut, in un gesto di rabbia, lo uccide e lo lascia là, nella grotta misteriosa.
  
Solo in punto di morte Allut narrerà tutta la storia al suo confessore che per correttezza manda una relazione alla Polizia Parigina.

Altro che romanzo! 

 

mercoledì 25 settembre 2013

Alle origini


È difficile trovare un inizio convincente, uno di quelli che invogliano a restare incollati alla pagina e leggere fino in fondo.
Cosa si può dire ancora sul Conte di Montecristo?

Sorvoliamo sulla trama. Tutti sanno che si parla di tesori, vendette e resurrezioni. 
Forse vale la pena di ricordare la data di pubblicazione, quello sì: 1844. 
Forse bisognerebbe anche aggiungere che il romanzo è stato più o meno liberamente tratto da una storia vera, capitata qualche anno prima. 

Vi ho sorpresi? 

Ebbene sì, un Edmond Dantès è realmente esistito.

Che Dumas trovasse ispirazione scavando in fatti e personaggi realmente accaduti e vissuti, anche se spesso talmente oscuri che a mala pena si ricordano, questo è un fatto risaputo. Ma mentre risulta semplice rintracciare le origini di romanzi come La regina Margot o de I tre moschettieri, quelle del Conte di Montecristo sono un pochino meno note, forse anche meno importanti, ma non per questo totalmente di fantasia. 

Ce le racconta un certo Jacques Peuchet (1758-1830), archivista della polizia di Parigi. Ecco, non immaginatevi il solito tipo in maniche di camicia, occhialetti tondi e penna sull'orecchio.  Peuchet non è il prototipo del modesto impiegato. Durante la sua carriera è stato avvocato, ha collaborato al Dictionnaire de Commerce e all' Encyclopédie méthodique, è stato collaboratore della rivista Moniteur universel, è persino stato direttore del ministero della polizia, ma le vicende alterne degli anni della rivoluzione prima e dell'impero poi lo hanno un po' eclissato, senza tuttavia levarlo di mezzo. Tanto che poi è diventato l'addetto agli archivi della prefettura della polizia. E tra scaffali e documenti, Peuchet raccoglie aneddoti, disegna caratteri di personaggi importanti, ma anche sconosciuti, di un'epoca che da Luigi XIV arriva agli anni della Restaurazione. Li riordina tutti in un'opera in sei volumi pubblicata postuma nel 1838: Mémoires tirés des archives de la police de Paris, pour servir à l'histoire de la morale et de la police, depuis Louis XIV jusqu'à nos jours.

Le Memoires di Peuchet acquisirono un enorme valore all'indomani del 1871, nel periodo della Comune, quando un incendio distrusse gli archivi della polizia di Parigi, mandando in fumo una considerevole parte di documentazione di cui solo grazie alle Memoires è rimasta traccia. Ma, diciamolo, le Memoires non sono preziose solo per lo storico. Non hanno minor valore per noi, lettori curiosi e ammaliati dal Conte, poiché molte sono le storie, gli spunti e i personaggi in questi scritti che stuzzicarono la vena artistica di Dumas ed entrano nel romanzo in parte ritrasformati, in parte fedelmente riprodotti.

La police est le gouffre où tout va s'engloutir… Elle tient registre de tout, vices, crimes, mauvaises actions, turpitude, héroïsme, bienfaisance, générosité, mystifications , espiègleries.
 
"La polizia è un abisso in cui tutto viene inghiottito -  afferma Peuchet, - Essa tiene registro di tutto, vizi, crimini, cattive azioni, turpitudini, eroismi, atti buoni, generosità, mistificazioni, spionaggi."

E tra tutti questi documenti che raccolgono le bassezze e le miserie umane si trovano anche una serie di note ufficiali, estratti, atti d’accusa che, ordinati ben bene, raccontano una storia vera o, come lo chiama Peuchet, un aneddoto contemporaneo che lui intitola Il diamante e la vendetta.

La storia ha per protagonista François Picaud, ciabattino a Parigi. Di lui Peuchet riferisce che era un bel giovane innamorato di una giovane di pari età, ma di condizione economica più agiata. I due stavano per sposarsi e Picaud, nel pieno del suo entusiasmo, comunica la lieta notizia ai suoi tre amici per poi invitarli alle nozze e salutarli così, ignaro dello scherzetto che i tre gli organizzeranno da lì a poco.

E come il nostro Picaud, anche io vi saluto per oggi. La prossima volta, prometto, avrete tutta la storia.