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venerdì 11 aprile 2014

Stacchetto foto-mongolfiero



Oggi lo stacchetto lo dedico ad un personaggio curioso dell'800, fotografo ed anche giornalista, caricaturista e, non sottovalutiamolo, aeronauta: Gaspard-Félix Tournachon, in arte Nadar (1820-1910)

Come fotografo, beh, ha una lunghissima carrellata di foto di grandi personaggi al suo attivo. Tanto per dirne qualcuno: Alexandre Dumas (padre e figlio), Jules Verne, suo amico che ne rifarà a sua volta il ritratto in De la Terre à la Lune nel personaggio di Ardan - l'intrepido francese che offre di essere spedito sulla luna -  Baudelaire, Balzac, etc. etc.

Nadar non è un semplice fotografo, ma anche uno sperimentatore. Ad esempio ha creato un autoritratto rotante (1865):




Vertiginoso, vero?

Honoré Daumier (1808-1879)
"Nadar eleva la fotografia ad altezza d'arte"
Litografia
.






E poi ha unito le sue passioni, la mongolfiera e la fotografia, per creare le prime foto panoramiche di Parigi.














 E le caricature?
Ecco qui il nostro Maquet nel 1854:








Se volete saperne di più o scoprire un pochino il mondo di questo curioso personaggio, andate a sbirciare imieipin su Pinterest. C'è anche un autoritratto di Nadar immortalato nelle catacombe di Parigi. Vi ricordate? Ne abbiamo parlato qui un po' di tempo fa. E anche questo potrebbe essere interessante:




 Un bel tipo, il nostro Nadar, vero?




mercoledì 23 ottobre 2013

Montecristo e la collaboration



E con infinito ritardo, di cui mi scuso immensamente, mi accingo a concludere questo capitolo delle mie letture-scoperte sulla malandrina collaboration (detto con un tono aulico, ma non troppo :D).
I due carcerieri gettano Edmond in mare
A questo punto uno si potrebbe chiedere (e a diritto) quanto abbia inciso il lavoro di Maquet in un'opera tra le tante... mettiamo... nel Conte di Montecristo, ad esempio. Tanto più che il carattere che dona a opere come I Tre moschettieri o la Reine Margot quella allegria goliardica che li colora, raramente si posa sui protagonisti e i dialoghi del Conte di Montecristo.

Già all'epoca della pubblicazione si sospettava che la storia non fosse tutta frutto dell'immaginazione di Dumas. La attribuivano ad un certo italiano Fiorentino che probabilmente lo scrittore aveva incontrato durante uno dei suoi viaggi in Italia. Tanto era il rumore intorno a questo pettegolezzo che Dumas stesso sente il bisogno di spiegare le circostanze della nascita di Montecristo. Circostanze che ritroviamo nelle Causeries apparse in volume nel 1860, ma già pubblicate altrove. Qui, in breve, Alexandre Dumas racconta le varie circostanze che gli hanno stuzzicato la fantasia. Tra queste non manca una visita all'isola d'Elba e a Montecristo con il giovane figlio del re di Vestfalia Girolamo Bonaparte e le Mémoires di Peuchet. Allo stesso modo nega la partecipazione di questo signor Fiorentino alla stesura del Conte, pur non estromettendo il lavoro di Maquet.

Mercedes e Montecristo

Maquet, a sentire Dumas, aveva partecipato solamente dandogli un buon consiglio. L'opera primitiva contava solo il capitolo Romano e quello Parigino, lasciando fuori tutta la giovinezza e la prigionia di Edmond Dantès. Maquet, a cui Dumas aveva chiesto un parere, gli aveva fatto notare che sarebbe stato un peccato lasciar fuori la parte più interessante. Così l'autore si era facilmente convinto e aveva introdotto tutta la vicenda di Marsiglia.

Secondo la campana di Maquet, il suo stesso contributo era stato un pochino più sostanzioso di quello raccontato da Dumas, tanto che nella sua lista delle opere compiute, scrive:

Monte-Cristo avec Dumas, les quatre premiers volumes à Marseille, le reste à Paris.*
(Montecristo con Dumas, i primi quattro volumi a Marsiglia, il resto a Parigi.)

M. Morrel, Valentina e Jacopo
guardano il conte sparire all'orizzonte



Allo stesso tempo, sempre nei suoi appunti, si ritrova una lettera al suo amico Paul Lacroix in cui afferma che, poiché il Signor Fiorentino ha ceduto a Dumas delle storie di Roma, potrebbe pur essere chiamato collaboratore, ma che al piano dell'opera come anche all'esecuzione dei capitoli hanno lavorato solo lui (Maquet) e Dumas. In ogni caso, riconosce di non aver avuto parte alla stesura della parte centrale, quella romana, parte che secondo lui non ci azzeccava molto col resto, sebbene avesse potuto avere un suo valore se pubblicata a parte. E a questo punto, Maquet si chiede se la storia di Vampa sia del Signor Fiorentino e si risponde con un
Peut-être.
Il Conte di Montecristo: opera a sei mani?
Io preferisco pensarlo come l'opera che più di tutte ha avuto Dumas come padre, anche se conoscendo ormai il suo modo di lavorare, non dubito che la storia del brigante Vampa derivi da altra fonte.

Segnalo, infine, che le immagini sono state riprese da
 http://www.cadytech.com/dumas/galerie.php


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* Histoire d'une collaboration,
Gustave Simon, 1919.

sabato 19 ottobre 2013

I collaboratori Dumas-Maquet


Ero quasi quasi tentata di concludere il capitolo Maquet così, senza aggiungere altro, ma mi dispiaceva tagliare fuori questo:




Questo è un film uscito nel 2010, con Benoît Poelvoorde nella parte di Maquet e Gérard Depardieu in quella di Dumas. La regia? Safy Nebbou.

Se lo cercate in italiano, impossibile trovarlo. O almeno per me lo è stato. Si trova in sottotitoli, ma capisco che non tutti siano disposti a perdere magari una preziosa serata di relax a strabuzzare gli occhi su scrittine mozzicate.

Eppure, il film, alla sua uscita, fece parlare tanto. Purtroppo non a causa del soggetto o della messinscena, ma a causa della scelta del Dumas. Certo, che ci azzecca l'albino Gérard Depardieu con il mulatto Dumas? E non contestatemi che Depardieu non sia albino. Lo so, ma in confronto a Dumas ci può passare, no?

Locandina di teatro
Il film in verità ha ben peggiori mancanze. Ma siccome sono sicura che nessuno lo vedrà (peccato, la recitazione dei due protagonisti la trovo estremamente riuscita); dicevo, siccome sono sicura che nessuno vedrà L'autre Dumas, sorvolo sulle sue debolezze e aggiungo solo che è stato tratto da una pièce teatrale di Cyril Gely e Eric Rouquette e messo in scena nel 2003 col titolo Signé Dumas. La pièce è priva dell'elemento romanzesco (non c'è rivoluzione o stacchetto amoroso), ma si concentra sul rapporto dei due collaboratori.
 

Vi avverto: per chi è abituato a considerare Dumas un eroe del romanzo storico (me per prima), sarà uno shock accorgersi di quanto l'affermazione sulle labbra di Maquet nel trailer ("Sono io Dumas!") possa essere vera.

Leggere La Belle Gabrielle* del solo Maquet è stato illuminante in tal senso. Si percepisce lo stesso tono allegro e sfrontato dei Tre Moschettieri: la leggerezza goliardica dei dialoghi, i caratteri sempre fedeli a se stessi, la trama storica. Ok, forse a volte la narrazione risulta un pochino appesantita da dettagli politici complessi o da elugubrazioni narrative superflue. Come quando il giovane personaggio, invece di correre e scavalcare il muro che lo separa dalla sua amata e per cui si è scapicollato per ore, si ferma ad osservare il ruscello che disseterà il cavallo e si assicura che, legandolo, esso abbia corda a sufficienza per brucare un'ora. Ma al giovane innamorato, e soprattutto a noi lettori, che importa del cavallo in quel preciso momento d'attesa? D'accordo, è un bravo giovane persino con il suo bravo animale, ma si era già capito in diversi dettagli narrati in mille modi diversi, non c'era ragione di infierire.


Tornando al nostro Maquet, fa simpatia la sua figura silenziosa completamente sopraffatta da quella più rumorosa e suadente di Dumas. E lui, Dumas, nonostante tutto non riesce a diventare ai miei occhi il "cattivo opportunista". Il suo genio, magari, è ridimensionato, ma non per questo oscurato. È pur sempre lui che dà verve ai loro lavori comuni. Quello che ho adorato in Dumas diviene quello che adoro, ora, nella collaborazione Dumas-Maquet. Nessun senso di delusione, ma solo affetto per due scrittori che sono diventati grandi solo dopo essersi trovati.
E ciò mi basta.

A questo punto mi verrebbe quasi voglia di partire in quarta verso una dissertazione colta sulla definizione dell'opera d'arte quale forma o contenuto...
Ma no, lasciamo stare. Tanto non ci sarei capace. :D

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* La Belle Gabrielle di Auguste Maquet uscì nel 1854-1855, romanzo in tre volumi che nelle intenzioni di Maquet doveva collegare La dame de Monsoreau e Les trois Mousquetaires, opere create in collaborazione con Dumas. Sebbene sconosciuta ai nostri giorni, all'epoca La Belle Gabrielle fece un buon successo, come anche gli altri due romanzi storici di Maquet: Le Comte de Lavernie e La Maison du Paigneur.

mercoledì 16 ottobre 2013

Dumas e il suo "nègre"

Dumas: scrittore estremamente prolifico, tanto da chiedersi quando dormisse. Un po' di date possono far comprendere il mio punto:

Les trois Mousquetaires: marzo-giugno 1844
Vingt ans après: gennaio-agosto 1845
Le comte de Monte-Cristo: agosto1844-gennaio 1846 
La reine Margot: dicembre-aprile 1845
Une Fille du regent:1845
La dame de Monsoreau: 1846
Le bâtard de Mauléon: 1846-1847
Joseph Balsamo: 1846-1848
Les Deux Diane: 1846

L'elenco delle opere di Dumas realizzate o intraprese in un biennio sembra infinito. E vale la pena ricordarlo: non stiamo parlando di raccontini, ma di romanzoni in tre o quattro tomi ciascuno.

Ora: è vero che Dumas figlio dice di aver visto il padre al lavoro anche per 12 ore filate, è vero che aveva un'infarinatura di eventi storici particolari (tra il 1839 e il 1840 aveva pubblicato Crimes célèbres, una raccolta di 18 racconti con una base documentale molto approfondita di fatti storici che di tanto in tanto fanno capolino nei suoi romanzi), e può anche essere vero che alcuni lavori li aveva sviluppati almeno in forma embrionale in precedenza. Ma, nonostante questo, fa difficoltà pensare che lui da solo sia riuscito a mettere  insieme una simile produzione.

Ed infatti, come si sospetta, c’è dietro un nègre, un ghostwriter conclamato, anche se non proprio acclamato. Il più celebre tra i vari che lo aiutarono fu lui:
Auguste Maquet
Alcuni dicono di lui che fosse un ricercatore di fonti e fatti storici, un "preparatore", altri un segretario. In realtà Dumas stesso lo riconosce più volte come suo collaboratore e ne loda il lavoro.

Ma cosa vuol dire esattamente "collaboratore"?

Beh, collaboratore è colui che trova il soggetto, lo sviluppa in un piano dettagliato, ne traccia i capitoli e i dialoghi.

No, non confondiamo i ruoli. Non stiamo parlando dello scrittore vero e proprio. Stiamo parlando di Maquet che, un po' per timidezza, un po' per compenso, non osa esigere il suo nome accanto a capolavori come I tre Moschettieri o La regina Margot se non in tarda età.

E allora, vi chiederete voi, cosa resta da fare allo scrittore vero e proprio, colui che firma le opere e che si prende tutto il merito?

Beh, secondo Gustave Simon e il suo Histoire d'une collaboration* (1919), non gli resta che trascrivere i manoscritti che gli vengono consegnati, facendoci delle modifiche, ben inteso, aggiungendo episodi, rendendo la lettura più scorrevole in base ai suggerimenti che il suo talento spropositato gli dettava.

Perché alla fine la grandezza di Dumas era proprio questa: riprendere la storia zoppicante di altri e trasformarla in una storia entusiasmante.

Ma non giudichiamo questa prassi come truffaldina. Nell'800 non era raro assistere a queste forme di collaborazioni, anzi! Era una pratica comune che pochi aborrivano.

E allora, perché Dumas non accontenta Maquet e gli concede di firmare come coautore?
Probabilmente, per una semplice questione di diritti d'autore. Soldi. Il compenso che Maquet prendeva come collaboratore era misero in confronto ai diritti d'autore che Dumas ricavava dai romanzi e dai drammi che ne ricavavano insieme.

Ma sia ben chiaro, Dumas non era attaccato al denaro, al contrario: era fin troppo prodigo. E proprio per questo aveva costante bisogno di denaro, per accontentare i creditori e mantenere il suo stile di vita eccentrico. Ecco perché non poteva permettersi di spartire gli entroiti dei diritti d'autore con il suo co-autore Maquet.

Naturalmente Maquet viveva non troppo bene questa situazione. Nel 1857-58 , quando i loro rapporti erano già deteriorati e la collaborazione solo un ricordo, Maquet intenta un processo contro Dumas. Il pretesto era quello di recuperare del denaro che quest'ultimo gli doveva per il suo lavoro, ma in verità mirava al riconoscimento del suo nome accanto a quello del grande scrittore nei loro lavori comuni. Non vinse. O meglio, gli fu riconosciuto il diritto di essere risarcito (cosa che non avvenne mai), ma il suo nome non comparve mai accanto a quello di Dumas.

Eppure una sorta di giustizia lo compensò, almeno in parte. Maquet scrisse altri romanzi storici firmati solo da lui che ebbero un buon successo, tanto da permettergli una vita agiata e vivere il resto dei suoi giorni da uomo ricco. Il contrario del suo mentore che morì povero, incapace di ripetere il successo ottenuto durante la collaborazione con il suo nègre. Certo, la gloria va a quest'ultimo. E credo che Maquet avrebbe volentieri rinunciato al suo patrimonio in cambio di un po' di quella gloria. 

Ma non si può avere tutto dalla vita, no?

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* L'Histoire d'une collaboration di Gustave Simon (1919) riordina le carte e i documenti che Maquet lascia alla sua morte.