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venerdì 6 giugno 2014

Gentiluomini a confronto



Gabriele D'Annunzio, Il piacere, 1889.


Michelangelo Merisi detto Il Caravaggio, Narciso (1594-1596).

Le Reading in Progress su Il piacere di D'Annunzio stanno volgendo al termine. Non negherò che un po' mi mancherà l'atmosfera decadente in cui il conte Sperelli si muove.

Ma è tempo di passare oltre ormai, anche se prima di farlo mi piacerebbe soffermarmi su un paio di aspetti che accomunano Il piacere ad un altro romanzo che abbiamo letto insieme solo qualche settimana fa: Il ritratto di Dorian Gray.
Tra le mie varie convinzioni errate c'era l'idea che Oscar Wilde avesse prodotto il suo Dorian Gray molto prima rispetto a Il piacere di D'Annunzio. Che volete, questo brutto pregiudizio che gli italiani arrivino sempre in ritardo rispetto agli altri è duro a morire. Perché invece, controllando le date, si vede che non solo sono contemporanei, ma che addirittura Il piacere (1889) è stato pubblicato un anno prima de Il ritratto di Dorian Gray (1890).


George Henry Harlow, disegno di Lord Byron, 1816.
Ripreso da Wikipedia.
I temi trattati, i protagonisti, le loro esperienze estetiche, la loro visione del mondo, sono tutti elementi tanto simili tra loro che uno si meraviglia di come due scrittori tanto lontani nello spazio siano stati condizionati nello stesso identico modo. Tra i loro modelli comuni risuonano, naturalmente, i decadenti francesi. Almeno è questo che le critiche letterarie sostengono fino alla nausea. Ma se Oscar Wilde dichiara apertamente che Dorian Gray viene "illuminato" dalla lettura di un romanzo francese (che poi Wilde stesso dichiarerà essere il romanzo À rebours di Joris Karl Huysmans - 1884), ne Il piacere il conte Sperelli risulta influenzato dalla filosofia Byroniana di cui il padre, suo maestro di vita, era tutto impregnato.

Non mi soffermerò, adesso, sulla differenza tra la filosofia di Byron e quella di Huysmans, semplicemente perché non ci siamo ancora letti Huysmans. Sì, avete capito bene: non ci siamo ancora letti. Lo leggeremo insieme, ma non subito, non vi spaventate. : D


 J.-L. Forain, ritratto di J-K Huysman,
 1878.
Ripreso da Wikipedia.
Quindi, per tornare ai nostri personaggi, la cosa che colpisce maggiormente è la loro visione artistica della Vita, il fatto di voler plasmare questa vita e farla diventare opera d'arte. Da questo deriva tutto l'atteggiamento riguardo alle cose belle che formano la scena e la ricerca di esperienze che esaltino il piacere del vivere. Queste esperienze, naturalmente, si differenziano. O meglio, gli estremi che raggiungono i due personaggi sono diversi, anche se in qualche modo simili. Del resto, Dorian Gray si propone come romanzo gotico e in un romanzo gotico ci stanno bene omicidi ed eccessi torbidi. Il piacere sembra più un romanzo psicologico che spazia anche verso l'osservazione della società decadente in cui Sperelli si muove. Gli orrori dello Sperelli sono estremi allo stesso modo, ma rimangono nella sfera del libertinaggio e dell'autoinganno.
Ma la vera caratteristica che differenzia i due personaggi, secondo me, non sta negli eccessi dei due, quanto nella profondità con cui i due autori analizzano la loro psicologia. 

Dorian Gray, a cospetto del conte Sperelli, sembra una sagoma di cartone con sopra appiccicati tanti Post it. E sui Post it, tanti brevi manifesti inneggianti all'estetismo. Sperelli, invece, appare vivisezionato, talmente ben compreso e analizzato in tutti i suoi segreti motivi che spesso si crede (forse a ragione o forse non proprio) che D'Annunzio si compiaccia dell'atteggiamento del suo eroe e lo esalti. Ecco, io non ci vedo tutta questa esaltazione. Lo so, sto dicendo proprio il contrario di quello che generazioni di critici ripetono da sempre, ma secondo me D'Annunzio non intendeva, in realtà, fare un monumento al decadentismo come filosofia di vita. Forse anche lui, come Sperelli, si sente attratto dalla scena, dalla figura dell'artista, ma quando guarda "tutta la miseria del Piacere", come la definisce lui nell'introduzione, non lo fa con lo sguardo di chi si appresta ad una esaltazione. Lui guarda quasi con tenerezza al suo conte, forse persino identificandosi con lui a tratti, ma anche criticando la sua condotta, biasimando la sua bassezza tra le righe. E la triste scena del finale (lui torna a casa dopo un'ultima visita alla casa vuota dell'amante partita, sale le scale dei suoi appartamenti seguendo i facchini che trasportano un armadio appartenuto all'amante in un silenzio religioso), che ricorda molto una processione funebre, non è di certo la scena trionfale che uno si aspetta da un inno al decadentismo. 
Immagine da davidbroughton.net
Uno potrebbe anche dire che Dorian Gray non fa una fine migliore. Alla fine si uccide. Ma lui, forse, è mosso da altro. C'è paura, c'è persino un filo di pazzia, alla fine. Sperelli no, Sperelli rimane lucido e perfettamente cosciente di ogni decisione che lo porta verso la completa decadenza fino.

Che D'Annunzio amasse le belle cose, professasse l'elevazione della Vita a opera d'arte e dell'artista a creatore della sua stessa Vita, questo è scontato. Ma D'Annunzio non era uno sciocco, lui vede che un'esistenza decadente non dona la gloria che la Vita vera merita. Per questo, poi, la sua filosofia evolve fino al superuomo, fino a trasformare l'apatico Andrea Sperelli, incapace di imporsi ai suoi stessi impulsi e alle sue stesse menzogne, in un eroe, nell'uomo d'azione che impara a superare non tanto i limiti esterni, ma quelli che il suo stesso essere gli impone.

Sta di fatto che raramente si incontra un personaggio così ben analizzato psicologicamente. Ed è davvero un piacere seguire tutte le sue evoluzioni. Forse è per questo che ogni volta che ci penso, anche io provo un moto di tenerezza nei confronti dello spietato conte Sperelli, decadente libertino incallito.




martedì 25 marzo 2014

Storie raccontate due, tre, quattro volte e più



Gironzolando qua e là, sempre intorno a Il ritratto ovale di Poe, un bel giorno mi ritrovai a vedere accostato al suo nome quello di un altro scrittore a lui contemporaneo: Nathaniel Hawthorne.


Charles Osgood, Nathaniel Hawthorne, 1840.
Non ricordo nemmeno più dove lo trovai scritto (Wikipedia? Biografia di Arthur Hobson Quinn?), ma ricordo che la fonte accostava il racconto di Poe ad un certo The birth-mark. Dopo una lettura concitata, devo dire che ho chiuso il volume dei racconti di Hawthorne con un punto interrogativo svettante sulla testa. In cosa questo raccontino sull'ossessione per la macchia sulla guancia della sua bellissima moglie di un uomo un po' scienziato, un po' alchimista e sul suo tentativo di estirpargliela poteva essere paragonato all'artista che ritrae la moglie nel ritratto ovale?

Forse, sì, c'è un fondo di ossessione in entrambi, l'artista e l'uomo di scienza potrebbero essere accostati per il loro genio - ma anche no, visto che in Hawthorne si svela che tutte le opere superbe dello scienziato erano mezzi fallimenti in confronto a ciò che originariamente il personaggio stesso si era proposto di raggiungere. E poi c'è la fine che fanno le gentili signore sottomesse alla follia dei mariti. Forse la "scenografia", in qualche modo, entra in risonanza (ma nemmeno troppo).

Per farla breve, non ho trovato molto che potesse avvicinare i due racconti.

Ma poi ho trovato altrove un altro richiamo, un altro titolo che meglio del precedente poteva far pensare ad un collegamento: The prophetic picture. Ecco, questo racconto forse affronta meglio l'idea dell'artista in particolare e del genio in generale che riesce a cogliere la natura e a catturarla. E qui, un po' come nel ritratto ovale, si intuiscono linee tratteggiate che conducono ai decadentisti e agli esteti d'oltreoceano.

E poi vengo a scoprire un po' di date.
Tales of the Grotesque and Arabesque, l'unica raccolta di Edgar Allan Poe ad essere stata pubblicata in due volumi, è del 1840, anche se le storie sono apparse su varie riviste tra il 1835 e il 1840, mentre Twice-Told Tales, la raccolta di storie di Hawthorne, è stata pubblicata in due volumi separatamente: il primo nel 1837 e il secondo nel 1842 e come gli altri avevano già visto le stampe su varie riviste. Per questo, d'altronde, erano stati chiamati Twice-told tales: perché era la seconda volta che venivano raccontate sulla carta.

E, quindi, ancora un qualcosa che accomuna i due: le date, curiosità per alcuni temi (l'uomo di genio e le sue "follie") e persino situazioni risolte in modi simili. Mi riferisco ad altri due racconti che in parte hanno a che vedere persino con Dorian Gray e che si incentrano sul carattere del doppio.

Dovete sapere che Edgar Allan Poe era anche un critico letterario. O meglio, recensiva un po' tutto quello che la moderna letteratura americana produceva. Beh, non si può dire che avesse una grande stima per gli autori contemporanei. Diciamo che, a parte Irving, non vedeva grandi slanci di inventiva o maestria. Fino a quando non gli capitò di recensire Twice-Told Tale. E qui il grande scrittore si entusiasma. Ok, - ammette Poe - a volte il tema è un po' ridondante (diciamo che il soggetto è per lo più incentrato su un'America puritana, giovane e selvaggia, molto realisticamente raccontata e lontana anni luce dal gusto europeo dell'epoca), ma in genere la scrittura è piacevole, il pathos ben mantenuto, etc. etc. Anzi, sembra così entusiasta che a volte, conoscendolo, uno si chiede se sotto sotto non ci sia dell'ironia. Per poi arrivare a questo brano:
In Howe's Masquerade (uno dei racconti di Twice-Told Tale) we observe something which resembles a plagiarism--but which may be a very flattering coincidence of thought.
 In Howe's Masquerade osserviamo quacosa che assomiglia ad un plagio - ma che potrebbe essere una coincidenza di pensiero davvero lusinghiera.
 Il riferimento qui è al racconto di Poe William Wilson, un brano in cui il protagonista viene ossessionato dalla figura di un suo doppio "positivo". I due racconti, in effetti, hanno un soggetto simile e risolvono l'intreccio allo stesso modo, usando persino gli stessi espedienti.

La domanda viene spontanea: chi ha copiato chi? Poe, naturalmente, dice: se qualcuno lo ha fatto, è stato lui. Ma forse, tutto sommato, è stata solo una splendida coincidenza: i nostri sentimenti e pensieri sono talmente in sintonia che veniamo affascinati da temi simili e li sviluppiamo con soluzioni uguali.

In effetti, lo stile di scrittura è talmente diverso tra i due che è difficile accostarli. Eppure c'è indubbiamente una curiosità comune per certi personaggi (l'artista, il genio e il rapporto della vita con l'arte o il doppio, ad esempio, ma anche un certo approfondimento psicologico che a volte subisce strane contorsioni) e la tendenza a sviluppare questi spunti nella stessa direzione.

Il dubbio che Poe abbia di tanto in tanto dato una sbirciata qua e là ai racconti di Hawthorne, magari in tempi non sospetti quando ancora circolavano tra riviste sparse, e che poi ci abbia ragionato su fino a farne propri i contenuti, mi è venuta in mente un paio di volte, a dire il vero.

In ogni caso, siccome questo non è un argomento di facile trattazione, lo lascerei a chi magari ha un maggiore interesse ad affrontarlo. Certo, se si scoprisse che Hawthorne avesse davvero influito, anche in minima parte, sulla filosofia di E. A. Poe, sarebbe curioso fantasticare sul contributo che il primo può aver portato al decadentismo europeo; ma siccome sono tutte farneticazioni campate in aria, la finisco qui. 

Se vi va di leggervi la recensione di Poe su Twice-Told Tales, la trovate qui. E se poi vi viene voglia di leggervi anche i racconti, state attenti: sono tanti, a volte non proprio entusiasmanti, ma forse valgono la pena.

Se poi  non vi va di leggerveli tutti, ma, via, diciamo che non vi va nemmeno di leggerli, ecco qui il film del 1963.




Qui ci sono i racconti: Dr. Heidegger's Experiment, Rappaccini's Daughter e The House of the Seven Gables. Beh, ci sono almeno di nome, perché in effetti sono stati stravolti e poco assomigliano ai racconti originali. Allora, ammettiamo pure che queste traduzioni cinematografiche sono tipiche non tanto della narrazione di Hawthorne, ma della produzione filmografica degli anni '60. Quindi, se siete appassionati, sicuramente apprezzerete.

Buona visione.