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venerdì 6 giugno 2014

Gentiluomini a confronto



Gabriele D'Annunzio, Il piacere, 1889.


Michelangelo Merisi detto Il Caravaggio, Narciso (1594-1596).

Le Reading in Progress su Il piacere di D'Annunzio stanno volgendo al termine. Non negherò che un po' mi mancherà l'atmosfera decadente in cui il conte Sperelli si muove.

Ma è tempo di passare oltre ormai, anche se prima di farlo mi piacerebbe soffermarmi su un paio di aspetti che accomunano Il piacere ad un altro romanzo che abbiamo letto insieme solo qualche settimana fa: Il ritratto di Dorian Gray.
Tra le mie varie convinzioni errate c'era l'idea che Oscar Wilde avesse prodotto il suo Dorian Gray molto prima rispetto a Il piacere di D'Annunzio. Che volete, questo brutto pregiudizio che gli italiani arrivino sempre in ritardo rispetto agli altri è duro a morire. Perché invece, controllando le date, si vede che non solo sono contemporanei, ma che addirittura Il piacere (1889) è stato pubblicato un anno prima de Il ritratto di Dorian Gray (1890).


George Henry Harlow, disegno di Lord Byron, 1816.
Ripreso da Wikipedia.
I temi trattati, i protagonisti, le loro esperienze estetiche, la loro visione del mondo, sono tutti elementi tanto simili tra loro che uno si meraviglia di come due scrittori tanto lontani nello spazio siano stati condizionati nello stesso identico modo. Tra i loro modelli comuni risuonano, naturalmente, i decadenti francesi. Almeno è questo che le critiche letterarie sostengono fino alla nausea. Ma se Oscar Wilde dichiara apertamente che Dorian Gray viene "illuminato" dalla lettura di un romanzo francese (che poi Wilde stesso dichiarerà essere il romanzo À rebours di Joris Karl Huysmans - 1884), ne Il piacere il conte Sperelli risulta influenzato dalla filosofia Byroniana di cui il padre, suo maestro di vita, era tutto impregnato.

Non mi soffermerò, adesso, sulla differenza tra la filosofia di Byron e quella di Huysmans, semplicemente perché non ci siamo ancora letti Huysmans. Sì, avete capito bene: non ci siamo ancora letti. Lo leggeremo insieme, ma non subito, non vi spaventate. : D


 J.-L. Forain, ritratto di J-K Huysman,
 1878.
Ripreso da Wikipedia.
Quindi, per tornare ai nostri personaggi, la cosa che colpisce maggiormente è la loro visione artistica della Vita, il fatto di voler plasmare questa vita e farla diventare opera d'arte. Da questo deriva tutto l'atteggiamento riguardo alle cose belle che formano la scena e la ricerca di esperienze che esaltino il piacere del vivere. Queste esperienze, naturalmente, si differenziano. O meglio, gli estremi che raggiungono i due personaggi sono diversi, anche se in qualche modo simili. Del resto, Dorian Gray si propone come romanzo gotico e in un romanzo gotico ci stanno bene omicidi ed eccessi torbidi. Il piacere sembra più un romanzo psicologico che spazia anche verso l'osservazione della società decadente in cui Sperelli si muove. Gli orrori dello Sperelli sono estremi allo stesso modo, ma rimangono nella sfera del libertinaggio e dell'autoinganno.
Ma la vera caratteristica che differenzia i due personaggi, secondo me, non sta negli eccessi dei due, quanto nella profondità con cui i due autori analizzano la loro psicologia. 

Dorian Gray, a cospetto del conte Sperelli, sembra una sagoma di cartone con sopra appiccicati tanti Post it. E sui Post it, tanti brevi manifesti inneggianti all'estetismo. Sperelli, invece, appare vivisezionato, talmente ben compreso e analizzato in tutti i suoi segreti motivi che spesso si crede (forse a ragione o forse non proprio) che D'Annunzio si compiaccia dell'atteggiamento del suo eroe e lo esalti. Ecco, io non ci vedo tutta questa esaltazione. Lo so, sto dicendo proprio il contrario di quello che generazioni di critici ripetono da sempre, ma secondo me D'Annunzio non intendeva, in realtà, fare un monumento al decadentismo come filosofia di vita. Forse anche lui, come Sperelli, si sente attratto dalla scena, dalla figura dell'artista, ma quando guarda "tutta la miseria del Piacere", come la definisce lui nell'introduzione, non lo fa con lo sguardo di chi si appresta ad una esaltazione. Lui guarda quasi con tenerezza al suo conte, forse persino identificandosi con lui a tratti, ma anche criticando la sua condotta, biasimando la sua bassezza tra le righe. E la triste scena del finale (lui torna a casa dopo un'ultima visita alla casa vuota dell'amante partita, sale le scale dei suoi appartamenti seguendo i facchini che trasportano un armadio appartenuto all'amante in un silenzio religioso), che ricorda molto una processione funebre, non è di certo la scena trionfale che uno si aspetta da un inno al decadentismo. 
Immagine da davidbroughton.net
Uno potrebbe anche dire che Dorian Gray non fa una fine migliore. Alla fine si uccide. Ma lui, forse, è mosso da altro. C'è paura, c'è persino un filo di pazzia, alla fine. Sperelli no, Sperelli rimane lucido e perfettamente cosciente di ogni decisione che lo porta verso la completa decadenza fino.

Che D'Annunzio amasse le belle cose, professasse l'elevazione della Vita a opera d'arte e dell'artista a creatore della sua stessa Vita, questo è scontato. Ma D'Annunzio non era uno sciocco, lui vede che un'esistenza decadente non dona la gloria che la Vita vera merita. Per questo, poi, la sua filosofia evolve fino al superuomo, fino a trasformare l'apatico Andrea Sperelli, incapace di imporsi ai suoi stessi impulsi e alle sue stesse menzogne, in un eroe, nell'uomo d'azione che impara a superare non tanto i limiti esterni, ma quelli che il suo stesso essere gli impone.

Sta di fatto che raramente si incontra un personaggio così ben analizzato psicologicamente. Ed è davvero un piacere seguire tutte le sue evoluzioni. Forse è per questo che ogni volta che ci penso, anche io provo un moto di tenerezza nei confronti dello spietato conte Sperelli, decadente libertino incallito.




martedì 27 maggio 2014

Le donne di Andrea Sperelli


Gabriele D'Annunzio, Il piacere, 1889.



Donna Franca Florio, Giovanni Boldini, 1901.
 Si dice che Donna Elena Muti sia
 stata ispirata dalla sua figura.
Immagine ripresa da anna-warvick.livejournal

So far: Donna Elena Muti, dopo uno struggente addio, è fuggita via dal suo amante-esteta-artista Andrea Sperelli, senza spiegazioni. Il conte Sperelli, per superare l'abbattimento morale in cui un tale abbandono lo ha condotto, si getta a capofitto alla conquista di nuove amanti.

La cosa bella di D'Annunzio è che non si fida troppo della capacità immaginaria del lettore. Non lascia nulla al caso, tiene sempre al guinzaglio la nostra fantasia, in modo da guidare la nostra conoscenza dell'animo del conte Sperelli senza possibilità di fraintendimenti. E come fa? Beh, diciamo che non si limita a descrivere, ma riconduce ogni singolo oggetto di piacere a immagini che noi stessi possiamo ritrovare nel mondo reale. Un esempio? I vasi delle rose del post precedente, che si ritrovano nel quadro del Botticelli nella Galleria Borghese. E le donne dello Sperelli, anche loro oggetti di piacere, che si associano a ritratti di donne celebri.

Vogliamo dar loro un'occhiata?

 Donna Bianca Dolcebuono:

Ritratto di Giovanna Tornabuoni, Ghirlandaio, 1488.
Ripresa da Wikipedia.

Barbarella Viti, la mascula:

Betsabea che si lava, Rembrandt Van Rijin, 1654.
 la contessa di Lùcoli:

La maga Circe, Dosso Dossi,  1522-1524, partic.
Immagine presa da habanera-nonblog

la marchesa Du Deffand:

Ritratto di Juliette Recamier, Nicolas Jacques,dopo 1805.
Immagine presa da Wikipedia.

 E poi c'era Donna Ippolita Albónico, la donna per cui si batte quasi per capriccio:

Maria Maddalena of Austria, moglie del duca Cosimo II de' Medici,con il figlio, Sustermans, 1623 ca.

Ma tutte queste donne riescono a compensare l'assenza dell'amante preferita, di Donna Elena? O, almeno, riescono a dargli un po' di pace?
Ciascuno di questi amori portò a lui una degradazione novella; ciascuno l'inebriò d'una cattiva ebrezza, senza appagarlo; ciascuno gli insegnò una qualche particolarità e sottilità del vizio a lui ancóra ignota. Egli aveva in sé i germi di tutte le infezioni. Corrompendosi, corrompeva. La frode gli invescava l'anima, come d'una qualche materia viscida e fredda che ogni giorno divenisse più tenace. Il pervertimento de' sensi gli faceva ricercare e rilevare nelle sue amanti quel ch'era in loro men nobile e men puro. Una bassa curiosità lo spingeva a scieglier le donne che avevan peggior fama; un crudel gusto di contaminazione lo spingeva a sedurre le donne che avean fama migliore.
 Mmmhh, no, pare proprio di no. Riuscirà la spada a far quello che l'amore non è riuscito a fare?

(To be continued...)

Ops, dimenticavo di dirvi...
Ho trovato questo:




Naturalmente questo circola sul web da prima del mio scorso post, ma io l'ho incontrato solo per caso, proprio scrivendo delle donne di Sperelli. Stesse immagini, simili sensazioni, proprio a dimostrare quanto D'Annunzio sia stato bravo e scrupoloso nell'arte di trasmettere, se non proprio di imporre, l'atmosfera e le visioni che il lettore deve percepire leggendo la sua opera.



sabato 24 maggio 2014

Signori, ecco a voi la scena



Gabriele D'Annunzio, Il piacere, 1889.


Palazzo Zuccari, residenza di Andrea Sperelli.
So far: Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d'Ugenta apre la scena. Aspetta nei suoi locali del palazzo Zuccari la sua vecchia amante che non vede da due anni. E per ingannare il tempo, si guarda intorno, si abbandona ai ricordi, cullato dalla presenza di oggetti che hanno partecipato in modo misterioso all'effusione delle gioie passate.

Nel Piacere, la scenografia acquista un ruolo di primo piano non solo per il lettore che guarda la scena, ma, soprattutto, per lui, l'esteta che trae piacere dal bello che lo circonda. Ma lui, Andrea Sperelli, non è il semplice spettatore di tanta bellezza. Quale perfetto esempio di esteta, lui la modifica, lui la ricrea negli oggetti che lo corcondano. E così:
Tutti quegli oggetti, in mezzo a' quali egli aveva tante volte amato e goduto e sofferto, avevano per lui acquistato qualche cosa della sua sensibilità. Non soltanto erano testimoni de' suoi amori, de' suoi piaceri, delle sue tristezze, ma eran partecipi. [...] Per la natura del suo gusto, egli ricercava negli amori un gaudio molteplice: il complicato diletto di tutti i sensi, l'alta commozione intellettuale, gli abbandoni del sentimento, gli impeti della brutalità. E poiché egli ricercava con arte, come un estetico, traeva naturalmente dal mondo delle cose molta parte della sua ebrezza. Questo delicato istrione non comprendeva la comedia dell'amore senza gli scenarii.
Gli oggetti alimentano il suo piacere e allo stesso tempo se ne impregnano, quasi divenissero marchiati di quel sentire  intenso che il protagonista vive. In questo modo, essi acquistano ancora più valore sulla scena perfetta che diventa la Vita. D'Annunzio, allora, trova fondamentale descrivere la scenografia, affinché anche il lettore riviva un po' di quella magia incantatrice che rende così preziosa l'esperienza sensuale. A braccetto di Andrea Sperelli, guardiamoli, allora, questi oggetti di piacere.

Il tappeto persiano  del XVI secolo dai colori serici.
 
Persia centrale, Metà del XVI sec., Età Safavid.
Tappeto Persiano “ISFAHAN”.
Immagine da Oltre il muro
 I vasi delle rose, con il lungo collo dorato e la forma a giglio del calice, simili a quelli che si vedono sul fondo del tondo di Botticelli, alla Galleria Borghese.


La vergine del Botticelli, tratta da qui.

Candele attorte di color arancio molti intenso:
 


No, non sono "attorte", ma mica facile trovarle sul web! Probabilmente non vanno più.

E il piccolo specchio appeso al fianco del caminetto? Bellissimo non tanto per quella cornice dai disegni dorati e ben lavorati, quanto per quel colore antico che gli specchi acquistano, per quella superficie "offuscata e maculata che aveva apparenza d'un'acqua torba, un poco verdastra", simile a quella di questo specchio:
.


Ed ancora: il servizio per il tè in maiolica di Castel Durante, che doveva essere simile a questo:

Zoan Maria Vasaro da Casteldurante (Casteldurante, 1510-20 ca)
Leda e il Cigno.
E poi le rose:


Rose ovunque, rose mature che perdono petali come fossero fiocchi di neve, che ricoprono i tappeti, che vestono il corpo dell'amante, che espandono il loro profumo come fosse incenso.

Colori, sensazioni, persino testure che sfiorano non solo gli occhi.

Molti altri oggetti riempiono l'alcova di Andrea Sperelli. Purtroppo Google non sembra trovarvi il fascino che ci vedo io e le mie ricerche di alcuni mobili, ad esempio, sono state infruttuose. Eggià, se volete vedervela, la scena completa, mi sa che vi tocca proprio leggervelo, questo Il piacere.



mercoledì 21 maggio 2014

Reading in progress: torniamoci sopra e giriamoci intorno



Gironzolando qua e là, come ogni tanto mi capita di fare, ho scovato un gruppo di lettura interessante che, di tanto in tanto, si diverte a gettare spunti non banali sul ruolo del lettore, sulla sua missione, sulla sua essenza. Lasciando da parte le discussioni sulla nobiltà dell'essere lettore e sull'elevazione di non precisata natura che questo particolare esercizio può apportare a chi lo pratica, mi sono gettata su questo: Il lettore ideale, riassuntino di  Appunti per una definizione del lettore ideale di Alberto Manguel.

Immagine da Bulimia letteraria
Ora, se andate a leggere l'articolo, non sbirciate subito l'ultimo punto, vi toglierebbe il divertimento. Scorrete fino in fondo e iniziate da là. Soffermatevi, però, sul punto numero 3.
Qui si legge:
Il lettore ideale percorre il sentiero battuto. “Un buon lettore, gran lettore, un lettore attivo e creativo è un rilettore.” Vladimir Nabokov.
Come dargli torto?

Ed ecco una delle mie perle (direi di saggezza, ma non oso essere presuntuosa :D).
La lettura, la comprensione dell'opera, non è un qualcosa di fisso e immobile. Girovagando tra libri, scoprendo e scavando intorno, ma anche semplicemente facendo esperienze di vita, il lettore evolve e lo stesso fa la sua capacità di entrare in comunicazione col libro. E così può succedere che non solo l'interpretazione di un'opera, ma persino il grado del suo godimento, possa cambiare. Senza contare che le prime letture, in genere, sono emotive, si corre inseguendo il filo e spesso si sorvola su dettagli che ad una seconda lettura possono procurare un grande piacere.

Ho detto piacere?

Dovevo dire Il Piacere. Ed aggiungerci Gabriele D'Annunzio.

Gabriele D'Annunzio, ripresa da Wikipedia

Oddio, che è successo? Stavo parlando di lettori e mi ritrovo tra le braccia di D'Annunzio?

Seguire la traccia delle mie piroette è piuttosto semplice, credo: tornando indietro di qualche lettura, svoltiamo nelle stanze de Il ritratto di Dorian Gray, per arrivare nella splendida Roma dei papi di Gabriele D'Annunzio.
E adesso non fate i vaghi, la loro relazione è evidente: tutti e due sono colossi della corrente estetica che gironzolava per l'Europa a fine '800 e tutti e due innalzano agli altari della gloria un edonismo sfrenato. Si potrebbe continuare per ore, menzionando la loro idealizzazione artistica della Vita, il loro culto estetico, etc. etc.
Certo, sfumature non banali li differenziano. E magari ne parlerò persino. Ma prima di lanciarmi in una vera e propria comparazione, dopo essermi letta d'un fiato il romanzo di D'Annunzio, vorrei rileggerlo con calma, magari insieme.

Ecco qua spiegato il mio incipit sconclusionato. Tutto era finalizzaro all'annuncio di un'altra sessione delle Reading in Progress, avente per soggetto, questa volta, una rilettura che ha seguito a breve distanza una prima lettura rocambolesca.

Ma prima di riprendere Il Piacere tra le mani, mi sento di spezzare una lancia in favore dello scrittore D'Annunzio.
Quanti lo hanno sentito menzionare come uno dei più grandi scrittori del '900 italiano?
Ammettiamolo, tutti!
Indolence (Salon des Artistes Français de 1914)
Autore: Seignac Guillaume (1870-1924).
Ripreso da verat.pagesperso-orange
Ma quanti lo hanno mai letto?
"Ma è fascista! E che mi metto a leggere un fascistone?!"

A chi la pensa così, rivelerò un segreto, che tanto segreto non è: D'Annunzio scrive bene. Naturalmente il suo italiano è un po' vecchiotto, ma come descrive lui la passione e il desiderio, l'analisi psicologica delle pulsioni e la sensualità che riesce a far trasparire da ogni cosa... non so se ce ne siano tanti capaci allo stesso modo e di sicuro, al momento, non mi vengono in mente. Non date retta a chi lo trova esageratamente inamidato e impettito. O, almeno, dategli la possibilità, prima di condannarlo, di difendersi un minimo.

Quindi, aboliamo le etichette e tuffiamoci nella rilettura, diventiamo per un attimo lettori ideali e scopriamo Il Piacere D'Annunziano senza pregiudizi. Troveremo un attento osservatore dell'anima, oltre che un grande scrittore.




martedì 25 marzo 2014

Storie raccontate due, tre, quattro volte e più



Gironzolando qua e là, sempre intorno a Il ritratto ovale di Poe, un bel giorno mi ritrovai a vedere accostato al suo nome quello di un altro scrittore a lui contemporaneo: Nathaniel Hawthorne.


Charles Osgood, Nathaniel Hawthorne, 1840.
Non ricordo nemmeno più dove lo trovai scritto (Wikipedia? Biografia di Arthur Hobson Quinn?), ma ricordo che la fonte accostava il racconto di Poe ad un certo The birth-mark. Dopo una lettura concitata, devo dire che ho chiuso il volume dei racconti di Hawthorne con un punto interrogativo svettante sulla testa. In cosa questo raccontino sull'ossessione per la macchia sulla guancia della sua bellissima moglie di un uomo un po' scienziato, un po' alchimista e sul suo tentativo di estirpargliela poteva essere paragonato all'artista che ritrae la moglie nel ritratto ovale?

Forse, sì, c'è un fondo di ossessione in entrambi, l'artista e l'uomo di scienza potrebbero essere accostati per il loro genio - ma anche no, visto che in Hawthorne si svela che tutte le opere superbe dello scienziato erano mezzi fallimenti in confronto a ciò che originariamente il personaggio stesso si era proposto di raggiungere. E poi c'è la fine che fanno le gentili signore sottomesse alla follia dei mariti. Forse la "scenografia", in qualche modo, entra in risonanza (ma nemmeno troppo).

Per farla breve, non ho trovato molto che potesse avvicinare i due racconti.

Ma poi ho trovato altrove un altro richiamo, un altro titolo che meglio del precedente poteva far pensare ad un collegamento: The prophetic picture. Ecco, questo racconto forse affronta meglio l'idea dell'artista in particolare e del genio in generale che riesce a cogliere la natura e a catturarla. E qui, un po' come nel ritratto ovale, si intuiscono linee tratteggiate che conducono ai decadentisti e agli esteti d'oltreoceano.

E poi vengo a scoprire un po' di date.
Tales of the Grotesque and Arabesque, l'unica raccolta di Edgar Allan Poe ad essere stata pubblicata in due volumi, è del 1840, anche se le storie sono apparse su varie riviste tra il 1835 e il 1840, mentre Twice-Told Tales, la raccolta di storie di Hawthorne, è stata pubblicata in due volumi separatamente: il primo nel 1837 e il secondo nel 1842 e come gli altri avevano già visto le stampe su varie riviste. Per questo, d'altronde, erano stati chiamati Twice-told tales: perché era la seconda volta che venivano raccontate sulla carta.

E, quindi, ancora un qualcosa che accomuna i due: le date, curiosità per alcuni temi (l'uomo di genio e le sue "follie") e persino situazioni risolte in modi simili. Mi riferisco ad altri due racconti che in parte hanno a che vedere persino con Dorian Gray e che si incentrano sul carattere del doppio.

Dovete sapere che Edgar Allan Poe era anche un critico letterario. O meglio, recensiva un po' tutto quello che la moderna letteratura americana produceva. Beh, non si può dire che avesse una grande stima per gli autori contemporanei. Diciamo che, a parte Irving, non vedeva grandi slanci di inventiva o maestria. Fino a quando non gli capitò di recensire Twice-Told Tale. E qui il grande scrittore si entusiasma. Ok, - ammette Poe - a volte il tema è un po' ridondante (diciamo che il soggetto è per lo più incentrato su un'America puritana, giovane e selvaggia, molto realisticamente raccontata e lontana anni luce dal gusto europeo dell'epoca), ma in genere la scrittura è piacevole, il pathos ben mantenuto, etc. etc. Anzi, sembra così entusiasta che a volte, conoscendolo, uno si chiede se sotto sotto non ci sia dell'ironia. Per poi arrivare a questo brano:
In Howe's Masquerade (uno dei racconti di Twice-Told Tale) we observe something which resembles a plagiarism--but which may be a very flattering coincidence of thought.
 In Howe's Masquerade osserviamo quacosa che assomiglia ad un plagio - ma che potrebbe essere una coincidenza di pensiero davvero lusinghiera.
 Il riferimento qui è al racconto di Poe William Wilson, un brano in cui il protagonista viene ossessionato dalla figura di un suo doppio "positivo". I due racconti, in effetti, hanno un soggetto simile e risolvono l'intreccio allo stesso modo, usando persino gli stessi espedienti.

La domanda viene spontanea: chi ha copiato chi? Poe, naturalmente, dice: se qualcuno lo ha fatto, è stato lui. Ma forse, tutto sommato, è stata solo una splendida coincidenza: i nostri sentimenti e pensieri sono talmente in sintonia che veniamo affascinati da temi simili e li sviluppiamo con soluzioni uguali.

In effetti, lo stile di scrittura è talmente diverso tra i due che è difficile accostarli. Eppure c'è indubbiamente una curiosità comune per certi personaggi (l'artista, il genio e il rapporto della vita con l'arte o il doppio, ad esempio, ma anche un certo approfondimento psicologico che a volte subisce strane contorsioni) e la tendenza a sviluppare questi spunti nella stessa direzione.

Il dubbio che Poe abbia di tanto in tanto dato una sbirciata qua e là ai racconti di Hawthorne, magari in tempi non sospetti quando ancora circolavano tra riviste sparse, e che poi ci abbia ragionato su fino a farne propri i contenuti, mi è venuta in mente un paio di volte, a dire il vero.

In ogni caso, siccome questo non è un argomento di facile trattazione, lo lascerei a chi magari ha un maggiore interesse ad affrontarlo. Certo, se si scoprisse che Hawthorne avesse davvero influito, anche in minima parte, sulla filosofia di E. A. Poe, sarebbe curioso fantasticare sul contributo che il primo può aver portato al decadentismo europeo; ma siccome sono tutte farneticazioni campate in aria, la finisco qui. 

Se vi va di leggervi la recensione di Poe su Twice-Told Tales, la trovate qui. E se poi vi viene voglia di leggervi anche i racconti, state attenti: sono tanti, a volte non proprio entusiasmanti, ma forse valgono la pena.

Se poi  non vi va di leggerveli tutti, ma, via, diciamo che non vi va nemmeno di leggerli, ecco qui il film del 1963.




Qui ci sono i racconti: Dr. Heidegger's Experiment, Rappaccini's Daughter e The House of the Seven Gables. Beh, ci sono almeno di nome, perché in effetti sono stati stravolti e poco assomigliano ai racconti originali. Allora, ammettiamo pure che queste traduzioni cinematografiche sono tipiche non tanto della narrazione di Hawthorne, ma della produzione filmografica degli anni '60. Quindi, se siete appassionati, sicuramente apprezzerete.

Buona visione.



martedì 11 marzo 2014

Spunti e spuntini


Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1890.

 

 
Illustrazione de The picture of Dorian Gray del 1925 ripresa da johncoulthart


Il ritratto di Dorian Gray è stracolmo di frasi o concetti o allusioni che stuzzicano la curiosità, quando non la riflessione. Non basterebbe un lavoro di ricerca per esaurirne i significati e le potenzialità.

Ma qui non voglio appesantire troppo le mie farneticazioni con intuizioni più o meno fondate o declamazioni anti o pro Wildiane. Per questo non parlerò del perché Basil Hallward deve morire, o del perché, invece, Lord Henry, colui che allo stesso modo ha contribuito alla degradazione del protagonista, non viene accusato allo stesso modo.

Non entrerò nemmeno in polemica con uno dei tanti articoli trovati per caso sul web che insiste col dire che nel suo romanzo Oscar Wilde dona un sincero ritratto di se stesso (per inciso: un esteta non sarà mai così sciocco da dare una versione sincera di sé, per il semplice fatto che ritrarsi come davvero si è vuol dire ritrarre la vera Vita priva di Bellezza e lo scopo di ogni opera d'arte è creare Bellezza), anche se mi verrebbe voglia.

Mi soffermo, invece, su un passo del primo capitolo, un po' bizzarro a suo modo:

"Dorian Gray? Is that his name?" asked Lord Henry, walking across the studio towards Basil Hallward.
"Yes, that is his name. I didn't intend to tell it to you."
"But why not?"
"Oh, I can't explain. When I like people immensely, I never tell their names to any one. It is like surrendering a part of them. I have grown to love secrecy. It seems to be the one thing that can make modern life mysterious or marvellous to us. The commonest thing is delightful if one only hides it.

«Dorian Gray? È questo il suo nome?» domandò Lord Henry, attraversando la stanza verso Basil Hallward.
«Sì, questo è il suo nome. Non intendevo dirtelo.»
«E perché no?»
«Oh, non saprei spiegarlo. Quando una persona mi piace immensamente, non dico mai a nessuno il suo nome. È come cederne una parte. Sono giunto ad amare la segretezza. Pare essere l'unica cosa che può renderci piena di meraviglia e di mistero la vita moderna. Basta nasconderla, e la più banale delle cose diventa deliziosa.

 Io, io, caro Basil, lo posso spiegare. E in una maniera un po' diversa da quella che intendi tu. Sì, certo, il mistero rende preziosa e seducente ogni cosa, ma secondo me non è solo questo.

E allora ascolta: possedere il nome di una cosa, che sia oggetto o persona, è come possederne anche l'essenza, conoscerla davvero. Il nome, inevitabilmente, ci avvicina, ci rende familiare l'oggetto che designa.

Pura semiotica di base, lo so. Eppure così affascinante, se ci pensiamo. Perché, ad esempio, ammirare un fiore di cui non conosciamo il nome ci dona una soddisfazione maggiore nel momento in cui possiamo associare ad esso un nome? Ci avete mai provato? Andate in un prato e scegliete un fiore sconosciuto, ricercatene il nome e la volta dopo, andate a ritrovare quello stesso fiorechiamandolo per nome. Vi sembrerà di aver aggiunto qualcosa alla sua bellezza. Un segreto che solo voi tra gli altri conoscete.

Basil conosce la potenzialità di Dorian, lo adora, lo venera come fosse il dio della bellezza e dell'ispirazione. Comprende la sua bellezza fino in fondo. Ma dare ad altri quel nome prezioso è rendere altri partecipi della stessa conoscenza. E la cosa posseduta, una volta condivisa, diventa un po' meno preziosa, per il semplice fatto che deve venire condivisa, imbrattata da altre voci che ne stropicciano il nome, altri occhi che ne sporcano l'immagine e tutto ciò che porta con sé.

Non so se ho espresso bene il concetto. Era da un po' di tempo che giravo intorno al mistero del nome in senso lato, ovviamente, e ritrovarmelo all'improvviso tra le righe de Il ritratto di Dorian Gray è stata una piacevole sorpresa.

Ma basta adesso con le elugubrazioni semi-semiotiche. Possiamo dire che con questo post ho terminato la lettura de Il ritratto di Dorian Gray.
Spero di non avervi annoiato con le mie farneticazioni. Intanto, vediamo un po' che stacchetto posso trovare per farmi perdonare.

sabato 8 marzo 2014

Le tre facce di Wilde



Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1890.

 

Atelier Quici DA., Three Faces ( Tre Facce)
Pittura, Astratto geometrico, Olio, Tela, 2011
Tre Facce, la buona,la cattiva e la maligna
Basil Hallward - Lord Henry Wotton - Dorian Gray. Stesse facce di un unico essere: Oscar Wilde. E non solo perchè l'autore, in una delle sue ultime lettere (Letters 352), dichiara:

"Basil Hallward is what I think I am; Lord Henry what the world thinks me; Dorian what I would like to be."
"Basil Hallward è ciò che penso di essere; Lord Wotton quello che il mondo pensa che io sia; Dorian ciò che mi piacerebbe essere."

A dire il vero, il triangolo pericoloso mi sembra più complesso di quello che da queste poche parole si deduce.

Inizierei con Basil Hallward, l'artista. Lui rappresenta il genio che riconosce il Bello nel ragazzo nel fior fiore della giovinezza, non ancora corrotto dalla Vita. Questo ideale di Bellezza lo ispira, cambia la sua visione artistica, ne condiziona indirettamente ogni opera. Il ragazzo, inconsapevole dell'influsso che ha sull'artista, diviene la sua musa ispiratrice fino a quando Basil realizza la sua massima opera, il famoso ritratto. Singolare che esso ritragga il giovane proprio nel momento in cui le parole dell'altro personaggio, Lord Wotton, lavorano sulla sua immaginazione e gli mostrano ciò che potrebbe accadere, rispettando il dovere morale di sviluppare il proprio essere secondo un'idea edonistica.

Poi arriva Lord Henry Wotton , anche lui un artista a suo modo. Ma lui non riproduce il Bello in opere d'arte. Lui lavora sulla psicologia del ragazzo, lo vede come uno strumento musicale che risponde magnificamente ad ogni colpo che le sue parole gli indirizzano. Lo forgia, lo modella, lo usa in una sorta di esperimento che non ha altro scopo se non quello di creare il perfetto esteta, il perfetto edonista.

E poi c'è Dorian Gray, la doppia opera d'arte. Da una parte l'opera d'arte che ritrae il Bello assoluto, la giovinezza incorrotta: il ritratto. Dall'altra l'esteta estremo, che attraverso le sensazioni sperimenta il Bello nell'attimo e lo realizza nella sua esistenza, senza pregiudizi, senza rimorsi. L'opera d'arte vivente.

Il rapporto tra le due realizzazioni del Bello, quella nell'arte e quella nella Vita, hanno una strana corrispondenza. Non solo perché Dorian Gray comprende il reale potere della sua giovane bellezza ammirandosi per la prima volta nel quadro; non solo perché grazie alla preghiera del giovane, il loro destino si rovescia, ma anche per lo strano legame psicologico che si instaura tra l'essere che vive di sensi e il dipinto che subisce l'usura di una tale vita.
 

Scena del film Dorian Gray, 2009.
Ed è buffo che quando per la prima volta Dorian Gray vede sul dipinto i segni della sua corruzione, si dispiaccia perché un simile capolavoro debba essere rovinato in quel modo. Anzi, si dice che quasi quasi sarebbe persino pronto ad invertire la preghiera, affinché  l'opera non venga rovinata.
Ok, dura due secondi, ma l'idea dell'opera perfetta corrotta lo cruccia. Almeno fino a quando non si rende conto che su di essa e attraverso i suoi cambiamenti potrà studiare i suoi stessi moti d'animo. Potrà analizzare l'opera d'arte che è lui stesso nel suo divenire.

A questo punto Dorian Gray ha piena consapevolezza di quello che è e Lord Wotton, colui che lo ha ispirato, non partecipa più alla sua realizzazione. Non ha più bisogno di mentori. Dorian Gray è libero di auto-forgiarsi.

Secondo me era questo che Wilde voleva dire quando diceva di voler essere Dorian Gray: non tanto che voleva vivere come lui, una vita dissoluta e coraggiosamente anti convenzionale (e qui gran parte degli impiastricciatori di blog letterari ammiccano alla sua omosessualità), ma che voleva poter sviluppare in lui il prototipo dell'esteta, dell'edonista, del Bello che fa da modello alla Vita reale. Divenire lui stesso un'opera d'arte vivente.

Dalla fine che fa Dorian Gray, e forse anche dall'esperienza di vita dello scrittore, uno potrebbe ricavarne la morale: la vita dei sensi non paga. Ma come lui stesso dice nella prefazione, il lettore che cerca un significato nell'opera d'arte lo fa a proprio rischio. Siccome non mi va di correre il rischio di venire a far parte degli impiastricciatori di blog dalle interpretazioni traverse, inchino il capo al volere dell'artista e taccio. ; )

Egon Schiele, Autoritratto con testa china,
Studio per Eremiten (L'eremita), 1912.

martedì 4 marzo 2014

Reading in progress: Il ritratto di Dorian Gray



Ora non rimproveratemi, non mi sono impigrita. Continuo a leggere come posso e già ho accumulato un po' di volumetti, anche se a dire il vero non ho avuto molto tempo per scriverci su qualcosa.
Il fatto è che, siccome vorrei dare una parvenza di organicità ai vari discorsi che ho in mente, e siccome ho questo piccolo scoglietto da superare che è The picture of Dorian Gray (1890), pensavo di concedermi un po' di tempo ed esplorarlo con calma. Insieme, naturalmente.

Ed ecco tornare le Reading in progress. Ometto "tanto attese", perché non ho la più pallida idea se siano state gradite o meno le prime, quelle su I misteri di Udolpho. :D

Immagine ripresa da Pinterest

Per tornare a Il ritratto di Dorian Gray, vi dirò che naturalmente l'ho già letto in altri tempi. Due volte, per l'esattezza. Ma devo averci perso troppo poco tempo, perché molte cose che adesso, ad una lettura più attenta, trovo complicate, allora non mi sembravano affatto meritevoli di rallentamenti e cogitazioni.

Una delle tante cose che mi ha dato un po' di pena, la prima in assoluto: la prefazione.

Appare così, senza introduzioni o gentili presentazioni. E cosa ci troviamo? Tutta una serie di aforismi, uno accostato all'altro, piccole verità alla Oscar Wilde che girano intorno all'artista, all'opera d'arte e al lettore-critico. Naturalmente è l'esteta Wilde che parla. Basterebbe citare l'ultima frase, quella scritta in neretto prima della firma, per farci capire la sua filosofia:

All art is quite useless.

Tutto ciò che è arte è del tutto inutile, nel senso che non ha un uso pratico, un senso altro se non quello di essere lì a lasciarsi "godere".
Niente morale, niente etica o fini didattici, ma solo rappresenstazione di un Bello ideale, unica essenza capace di appagare i sensi, questi tiranni signori.

Oscar Wilde, ripreso da mlquotes.com
Alla base di tutto, quindi, c'è il Bello, valore assoluto non solo chiamato ad essere il soggetto dell'opera d'arte, ma destinato a diventare anche il modello a cui la vita si rifà.

Aspetta, aspetta, detto così non è che si capisca granché. Non si dice sempre che dovrebbe essere la vita a fare da modello all'arte? No, gli esteti dicono di no. Questi eccentrici signori non avevano in simpatia la scialba e cruda Natura e tanto meno la Vita realisticamente approcciata e osservata. Dov'era il Bello in simili rappresentazioni? Soffocato da tonnellate di effetti realisticamente squallidi e disordinati.
E allora, compito dell'arte non era solo distanziarsi da questa Vita priva di poesia, ma creare un modello che potesse aggiustare i difetti della Natura, ma anche costituire un esempio che la Vita stessa doveva imitare.
Ne esce fuori un ideale del Bello che non ha bisogno di altri scopi sotterranei per esistere, che basta a se stesso.

Those who go beneath the surface do so at their peril.
Coloro che vanno sotto la superficie, lo fanno a loro rischio e pericolo.

Ci dice Wilde, quasi fossimo davanti alla porta infernale di Dante. E ce lo dice dopo averci avvertito che l'artista prende la materia della sua arte un po' dove capita, senza badare a convenzioni morali o etiche. Vizio, virtù, tutto fa brodo, perché lo scopo non è l'insegnamento che se ne ricava, ma l'effetto che si produce.

Questo è l'ideale a cui Oscar Wilde si vota. Come pensare che, con una simile prefazione, Il ritratto di Dorian Gray non sia costruito intorno a questo credo?

Altro che diritti dell'omosessualità o polemica contro la società omofoba. Qui c'è molto di più. Ma con calma. Del resto, stiamo ancora alla prefazione. 


Preso da Pinterest