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mercoledì 30 luglio 2014

Calvino e Orlando



Sì, lo so. Vi avevo detto che saremmo passati ad altre corti, altre epoche. Ebbene, vi ho mentito.

O meglio, ci finiremo, prima o poi. Ma proprio un attimo dopo aver dichiarato le mie intenzioni, mi è venuto in mente che avrei dovuto parlare di Calvino e della sua lettura dell'Orlando. Non avrei proprio potuto lasciarlo nel silenzio.

Grazia Nidasio, Ariosto e Calvino, tecnica mista su carta, 2009. Immagine presa da arabeschi

Dovete sapere che mentre mi avviavo alla conclusione del poemone, mi sono sorti dei dubbi amletici riguardo alle prime imprese degli eroi: non ricordavo più chi aveva liberato chi, come erano fuggiti questo o quello, dove avevo già incontrato quell'altro...
Converrete con me che ricominciare la lettura tutta da capo per togliermi questi dubbi sarebbe stato da folli. E, allora, mi è tornato alla mente che Calvino, proprio quell'Italo Calvino di cui avevamo parlato a proposito di Montecristo, aveva scritto qualcosa sull'Orlando, qualcosa che assomigliava ad un riassunto senza, tuttavia, esserlo.
Ed infatti, nel 1970 esce l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto riletto da Italo Calvino. 

Possiamo dire che il volumetto nasce come "raccolta" di un paio di esperienze di Calvino roteanti intorno all'Orlando. La prima è stata la scrittura dell'introduzione per una edizione dell'Einaudi dell'Orlando (1966), mentre la seconda è stata la stesura di una serie di trasmissioni radiofoniche per la Rai, quando la Rai ancora faceva il suo lavoro di divulgatore di cultura.

Ci sono varie cose di cui rallegrarsi riguardo al volumetto in questione. Prima di tutto, la mole! Che non è fattore da poco, aggiungo.
Non che Calvino faccia un semplice riassunto dell'Orlando. Prende alcuni tra i passaggi principali, tanto per aver un'idea organica, fa una specie di riassunto commentato del brano in questione e ci infila le strofe originali che stuzzicano maggiormente il suo gusto. Ottima cosa, per una trasmissione didattica: mai pesante, avvicina il lettore alla musicalità del verso senza sotterrarlo nella copiosità delle rime desuete.

E poi c'è da ricordare la splendita introduzione che fa la storia del personaggio di Orlando, delle varie tradizioni, delle particolarità, eccetera eccetera. Anche solo per quella, varrebbe la pena leggerselo.

Ed, infine, grazie a Calvino, ci siamo risparmiati una sencoda lettura dell'Ariosto. Mi ha raccontato di nuovo quello che avevo dimenticato e mi ha fatto persino notare che la storia dell'Ariosto dell'inizio, quella tutta piena di diversioni e passaggi segreti in mille storie diverse, si fa meno tortuosa verso la fine, concentrandosi sui pochi ma buoni che rimangono.
Ci sono anche delle affermazioni che io non condivido totalmente (del tipo che Ruggero, al contrario di Astolfo, è personaggio schivo ad usare la magia e gli strumenti magici; cosa non vera, perché quando gli fa comodo, la usa e come! Vedi l'ippogrifo o lo scudo di Atlante che viene gettato via solo verso la metà della storia).
Ma in generale, non posso che lodare e anche suggerire questa lettura.


Quindi, questo è quello che dall'Orlando si è tirato fuori a livello radiofonico. Vediamo un po' se è stato fonte d'ipirazione anche altrove?



martedì 22 luglio 2014

Sulla Luna


Ludovico Ariosto, L'Orlando furioso, 1532.
  


Astolfo sulla luna, Gustavo Dorè.
Edizione francese del 1879..
Ripreso da roberto-crosio.net


E poi Astolfo arrivò sulla Luna.

Già. Prima di Verne, prima di Wells, prima di tutta la fantascienza, ci arrivò lui.
Non dico sia stato il primo in assoluto. Ci erano già arrivati i protagonisti de La storia vera di Luciano di Samosata (II secolo), anche se l'autore lo dice chiaro e tondo fin dall'inizio:
Scrivo dunque di cose che non ho vedute, né ho sapute da altri, che non sono e non potrebbero mai essere: e però i lettori non ne debbono credere niente.
Ben diverso dall'atteggiamento di Ariosto, che ci tiene a ricordare di tanto in tanto che tutto ciò che racconta è basato sul racconto di Turpino, testimone oculare dei fatti.

Immagine ripresa da divinacommedia.weebly
Altri due che arrivano sulla Luna prima di Astolfo sono Dante e Beatrice. In verità, la Luna, per loro, è solo una tappa nell'esplorazione dei cieli del Paradiso.

E poi ci arriva Astolfo che, per una fortuita serie di eventi, percorre anche lui un itinerario tra inferno e paradiso simile a quello del sommo poeta.
In breve: Astolfo offre i suoi servigi di paladino al re di Etiopia contro delle arpie fastidiose. Nell'inseguire queste amene creature che mangiano e lordano il pasto del povero re affamato, si ritrova per caso in una grotta da cui escono gemiti e pianti: chiaro segno che si tratta della bocca dell'inferno. Incuriosito, ci fa un giretto, incontra coloro che sono stati sgradevoli e ingrati nei confronti del loro fedele amante e per questo sono stati gettati laggiù. Astolfo non ci si sofferma troppo. Troppo fumoso. Esce da lì e, salito in groppa all'ippogrifo suo destriero alato, raggiunge la cima del monte che sovrasta la grotta e che si crede non essere lontana dal cielo della Luna. Qui trova un palazzo che supera in bellezza le sette meraviglie e incontra san Giovanni. Evidentemente siamo alle porte del Paradiso. Il santo rivela ad Astolfo che Orlando è pazzo, punito per la sua follia amorosa, ma che adesso è l'ora di ridargli la ragione perché bisogna che si dia da fare contro i Mori. Lui, Astolfo, è stato designato dal Signore per andare a prendere il senno smarrito del paladino furioso. E dove sta questo senno? Naturalmente sulla Luna, insieme a tutte le cose perse dall'uomo.
 
Su wikipedia ho trovato che Astolfo arriva sulla luna con il suo ippogrifo. In verità, è san Giovanni che gli offre un passaggio sul suo carro, lo stesso che aveva portato sant'Elia in cielo. Proprio come nel Paradiso di Dante, gli eroi passano la sfera del fuoco senza problemi e si ritrovano in un mondo molto simile alla nostra Terra. Ci sono mari e campi e castelli e montagne e valli in cui si depositano le cose che gli uomini della terra perdono nella loro vita. No, non portafogli o cose del genere, ma desideri infruttuosi, preghiere, promesse, sospiri di amanti e anche il loro senno, raccolto in piccole ampolle. Prima di tutto, Astolfo raccoglie il suo e se lo sniffa, vivendo poi da uomo saggio per il resto della sua vita (che non sia stato proprio un campione di prudenza lo dimostra la storiaccia con Alcina, la perfida maga che seduceva e abbandonava bei giovinetti tramutandoli in sassi e alberi parlanti). Astolfo rinsavito non dimentica la missione: prende l'ampolla di Orlando e la conserva gelosamente, anche se, per rispetto all'onorevole guida, non corre subito a consegnargliela, ma si concede un po' di tempo per continuare l'escursione sulla Luna. E cosa ci trova? Le Parche che intessono le vite, il Tempo che ruba la gloria.

Dopo essermi dilungata in un riassunto che non avevo troppa intenzione di infilarci, mi viene spontaneo, ora, sottolineare ancora una volta l'ampia varietà di tradizioni che saltano fuori persino in un brano di materia così prettamente religiosa: c'è il riferimento ai grandi sistemi universali di Dante, alla sua Commedia, ai santi e al Signore. Ma c'è anche una continua interferenza del mondo mitico classico: accanto a san Giovanni che trascina Astolfo sul carro di Elia, ci sono le Parche, le Arpie, protagonisti leggendari greci e chi più ne ha più ne metta. E, come al solito, tutti convivono senza problema, tutti comunicano con naturalezza, come se il mondo fosse alla fine un vasto luogo in cui tutti i giri di fantasia (perdonate la blasfemia di una simile affermazione) che il mondo occidentale ha nutrito nel corso dei secoli abbiano uguale diritto. A ben guardare, quella che Ariosto compila sembra quasi un'enciclopedia del fantastico, un'opera che raccoglie fantasie e fantasticherie del meraviglioso di ogni tempo, per conciliarle in un mondo parallelo, con le sue regole e leggi. Certo, mettere sullo stesso piano la tradizione cristiana e quella pagana, in qualche modo, equivale a farle cadere allo stesso livello, facendole diventare entrambe delle favolette, ma siccome questa era probabilmente la moda del tempo (e siccome non sono molto ferrata sull'argomento), non mi addentro oltre in tali speculazioni.
Immagine da deviantart.net

Non sarà una sorpresa, per il lettore, sapere che Orlando riacquista la ragione, che i cristiani vincono sui Mori, che Bradamante sposa Ruggero e tutti vissero felici e contenti. Almeno per un po'.

Ma lasciamoli godere il loro meritato riposo.
Senza disturbarli troppo, togliamoci di mezzo per entrare in altri ambienti, altre corti meno mitologiche, ma non meno mitiche.




lunedì 14 luglio 2014

Intrugli fantastici e tradizioni


Ludovico Ariosto, L'Orlando furioso, 1532.

Tiziano, Ritratto di Ariosto.
In un certo senso, la lettura dell'Orlando furioso non capita proprio così a caso come ho fatto credere nel post precedente. Seppur sia difficile coglierla, ha una sua ragione. Era già da un po', infatti, che mi era venuta voglia di leggermi un bel testo medievaleggiante, uno di quelli che fornisse un esempio del romance che Horace Walpole, lo scrittore di Il castello d'Otranto, prese a modello per la sua opera. Vi ricordate? Ne parlavamo qui, mentre rintracciavamo le fonti d'ispirazione del primo romanzo gortico.

L'Orlando furioso non è stato concepito proprio in pieno medioevo, ma le caratteristiche del romance ci sono ancora: il fantastico e il reale convivono insieme, sullo stesso piano, senza conflitti. Tutto diventa possibile: mostri ed eroi invulnerabili, maghi e santi, battaglie e assedi realmente accaduti, personaggi storici e mitologico-leggendari e altro ancora, tutti assumono un ruolo di pari dignità. Tutto diviene reale.

Questo non vuol dire che gli ingredienti siano mischiati alla rinfusa, mescolati insieme senza un preciso piano. Al contrario, mentre si legge l'infinita avventura degli infiniti protagonisti si ha la chiara visione delle tante tradizioni a cui Ariosto attinge. Così, durante lo scontro tra pagani e cristiani presso Parigi, sembra di scorrere una cronaca storica medievale in cui si elencano cavalieri e casate dei due schieramenti, le tecniche d'assedio e si ascolta persino il discorso che Carlo Magno avrebbe potuto davvero rivolgere ai suoi nel momento cruciale.
Oppure ritroviamo la celebrazione della casata D'Este, di cui Ariosto era al servizio, secondo le tecniche encomiastiche tradizionali.
Ci sono le storie d'armi e d'amore che dilettano le signore, naturalmente; ci sono leggende della mitologia classica riadattate per consentire ai paladini di trovarsi a loro agio in contesti anacronistici; ci sono rimandi al ciclo bretone (Merlino in testa agli altri). C'è poi la tradizione cristiana dei santi, degli angeli, dei vizi e delle virtù teologali - che a volte prendono il ruolo che gli dei avevano nei poemi greci. E tutti questi personaggi di tradizioni ed epoche differenti - pagani, mitologici, cristiani - convivono a braccetto senza mai urtarsi o meravigliarsi di tanta promiscuità. 
Ma non c'è solamente una distorsione temporale che permette a personaggi lontani nelle diverse tradizioni di convivere in un unico contesto epico. C'è anche una sorta di geografia mitica, una mappa tracciata del mondo conosciuto (ok, le Americhe ne sono ancora escluse, come è comprensibile) in cui gli eroi si muovono liberamente, anche se poi questa stessa mappa risulta distorta dal fantastico che rende le distanze percorribili in tempi e modi irreali.

Le meraviglie dell'Orlando furioso non si riducono a questo breve elenco. Ci sono mille altri spunti, intrecciati in modo superbo, mille altre sfumature da ammirare a bocca aperta. 

Quando gli avvenimenti diventano un po' troppo incredibili, perché accade di tanto in tanto che persino il suo autore si chieda se certe cose possano essere davvero bevute, Ariosto mette avanti le mani e, quasi a chiedere perdono per tanto ardire, tira fuori Turpino. Turpino, sì, il vescovo che aveva seguito Carlo Magno nelle sue guerre e che si dice avesse scritto la Historia Karoli Magni et Rotholandi. È dalla sua Historia che Ariosto sta prendendo fedelmente la materia del racconto, è lui il testimone oculare di tante imprese. Come si può dubitare, allora, che tutti questi eventi siano realmente accaduti?
E a chi porta le prove che determinati accadimenti di sicuro sono stati inventati, come accade nel caso dello scontro sull'isola di Lampedusa dei tre cavalieri mori Agramante, Gradasso e Sobrino contro i tre cristiani Orlando, Brandimarte e Oliviero (un certo Federigo Fulgoso gli fa notare che i luoghi descritti nel duello non sono compatibili con la reale geografia dell'isola), Ariosto spiega pazientemente che stiamo parlando di eventi successi almeno almeno settecento anni prima: il concorso di terremoti, cataclismi e rotolamenti di massi vari ha modificato la fisionomia dei luoghi, tanto che dove prima c'era una piana, quella su cui i sei si sono scontrati, adesso c'è un paesaggio frastagliato. Spiegata l'incongruità del caso, resta da spiegare come sapesse lui, Ariosto, il modo in cui il cataclisma avesse operato.

Forse qualcuno, nonostante tutti i chiarimenti ad arte che lo scrittore ci infila, dubitava ancora. Di sicuro Ippolito D'Este, mecenate a cui l'opera era rivolta, non sembrò ricevere il gentile omaggio con riconoscenza. Ma c'è da dire che, apparentemente, nonostante il bell'elogio che l'Ariosto gli intesse, egli non fosse uomo particolarmente portato per le lettere. Chissà se avrà mai trovato la forza di arrivare fino alla fine dell'amena lettura...